ciao a tutti, in queste pagine verrà pubblicato ogni tanto il fumetto l'osteria di Ulisse oltre a recensione di materiale vario .tipo cinema,concerti uscite dvd video, cd, blu ray, vip personaggi famosi tv gossip sport, calcio, meteo satellite schede, dibattiti sondaggi, high tech, playstation , xbox, console, turismo, orari, borsa, giardinaggio, hobby, teatro, lirica, musica, umorismo di bassa lega, discorsi a bischero e altro accorrete in alcune centinaia di migliaia ( non di piu )
mercoledì 30 settembre 2026
Testimoniamze - Alessandro Di battista.
lunedì 28 settembre 2026
testimonianze - Lory del Santo
“Ho perso tre figli. Non esiste una ferita più profonda.
Perdere un figlio è un trauma impossibile da superare. Io mi considero una sopravvissuta, perché ci sono ferite che non guariscono mai e puoi solo imparare a conviverci. Conor aveva quattro anni e mezzo quando è precipitato da una finestra al 53º piano di un grattacielo di New York. Il destino è fatto di secondi. Due secondi prima, non sarebbe successo. L’ho pianto tanto, adesso basta. Per cinque anni non ho fatto altro. Poi ho dovuto provare a rialzarmi, perché quando entri nella depressione puoi sentirti come se fossi seppellita viva e dovessi lentamente riuscire a liberarti. Mi sono ripetuta: non posso essere depressa perché oggi, per esempio, sono più giovane di quanto sarò domani. Ho cercato di trovare ogni giorno qualcosa per cui valesse ancora la pena vivere. Ho dovuto anche proteggermi dai ricordi, perché certe fotografie possono riportarti in un attimo dentro lo stesso dolore.
Poi è arrivata un’altra tragedia. Mio figlio Loren ci ha lasciato. Si è tolto la vita a causa di una grave patologia cerebrale. Aveva 19 anni. Aveva una malattia che bloccava le emozioni, gli impediva di essere felice, ma anche infelice. Dopo la sua morte mi sono distrutta la mente in questo periodo, cercando di capire se avessi potuto vedere prima qualcosa, se avessi potuto fare qualcosa per lui. Come potevo immaginare una malattia mentale? Per me Loren era un ragazzo particolare, molto intelligente e riservato. Loren era molto buono, era una persona meravigliosa, non lo dimenticherò mai.
La notte i ricordi tornano ancora. Prima di andare a dormire guardo sempre un film. Cerco di arrivare stanca, perché quando chiudo gli occhi tutto può riaffiorare. E prima ancora avevo perso un altro bambino. Era nato prematuro al sesto mese, a Milano. È vissuto circa due settimane, poi un’infezione lo ha portato via. Non gli diedi un nome, per proteggermi.
Tre figli. Tre perdite. Tre dolori che non si cancellano. Perdere un figlio è un trauma impossibile da superare. Ci sono ferite che non guariscono mai. Puoi solo imparare a conviverci.
Io l’ho fatto. Non perché il dolore sia finito, ma perché sono ancora qui.”
—Lory Del Santo.
Oggi Lory Del Santo compie 68 anni.
Sessantotto anni di vita, di successi, di ferite profonde e di battaglie affrontate in silenzio. Ha conosciuto momenti capaci di cambiare una persona per sempre, ma ha continuato a trovare la forza per andare avanti. Oggi è il giorno dei suoi auguri e di una storia che porta addosso tutto il peso della vita.
venerdì 25 settembre 2026
testimonianze, ELODIE
ELODIE: «AL QUARTACCIO A VOLTE NON AVEVO L’ACQUA CALDA E FATICAVO A PAGARE LE BOLLETTE. POI HO CAPITO CHE NON DEVO SENTIRMI SEMPRE ALL’ALTEZZA»
«Vengo dal Quartaccio, un quartiere popolare di Roma che può essere crudele, onesto e straordinario allo stesso tempo.
È un posto pieno anche di persone arrabbiate e io ero una di loro.
Quel quartiere mi ha dato tanto, ma mi ha tolto anche tanto.
Ci sono stati momenti in cui non avevo l’acqua calda, facevo fatica a pagare le bollette o semplicemente ad arrivare alla fine del mese.
Eppure proprio da lì è nato qualcosa di enorme: il coraggio di sognare.
Ho sempre desiderato fare musica, ma mi sembrava un sogno troppo grande per me.
Non mi sentivo all’altezza, non amavo la mia voce e pensavo di non avere gli strumenti necessari.
Tante volte sono stata proprio io la prima a non concedermi una possibilità.
Non ho finito il liceo, non ho preso la patente e non ho studiato canto.
Quando cresci in determinati contesti può diventare difficile persino concentrarti su chi vorresti essere.
Prima devi pensare a tutto il resto e imparare a sopravvivere alla quotidianità. Puntare su te stessa non è così scontato.
A un certo punto avevo persino deciso che con la musica fosse finita.
Non cantavo più nemmeno sotto la doccia.
Poi ho incontrato Mauro Tre, un pianista jazz, e attraverso di lui è arrivata quella possibilità che io stessa non ero riuscita a concedermi.
Il jazz mi intimoriva.
Mi sembrava troppo elegante per me.
Ma ho scoperto che la musica non si preoccupa dei nostri pregiudizi e delle nostre insicurezze.
Quell’incontro mi ha insegnato qualcosa che porto ancora con me: non bisogna necessariamente sentirsi all’altezza prima di fare qualcosa.
Bisogna avere il coraggio di cominciare.
Poi ci si aggiusta in corsa.
Per tanto tempo mi sono domandata se fossi abbastanza brava, abbastanza preparata, abbastanza adatta ai luoghi in cui mi trovavo.
Adesso posso anche salire su un grande palco, davanti a un’orchestra e a tantissime persone, e pensare di non essere all’altezza.
Ma sapete una cosa? Essere all’altezza non è più un mio problema.
Vengo dal Quartaccio, da una realtà nella quale sognare non era sempre semplice.
Ed è proprio da lì che ho imparato che qualche volta bisogna smettere di chiedersi se meritiamo una possibilità e cominciare semplicemente a prendercela.»
https://www.gliscritti.it/blog/entry/5523
sabato 19 settembre 2026
testimonianze - EMA STOKHOLMA: HO CONOSCIUTO LA FAME
EMA STOKHOLMA: «SONO PARTITA PER FARLA FINITA. HO VISSUTO PER STRADA, MANGIATO DALLA SPAZZATURA E CONOSCIUTO LA FAME»
«La mia vita non è stata facile e non ho mai avuto paura di raccontarlo.
Sono arrivata a Milano quando avevo quindici anni, dopo un’infanzia difficile con mia madre, segnata da continue vessazioni. Facevo la modella, ma quel lavoro non mi piaceva e non mi ci riconoscevo.
Così decisi di andare a Londra.
Non partii per inseguire un sogno. Partii per farla finita. Non ne potevo più e sentivo il bisogno di toccare il fondo, di mollare tutto e lasciarmi andare.
Ho vissuto per strada insieme ad altre persone che, come me, cercavano semplicemente un posto dove trascorrere la notte. A volte occupavamo delle abitazioni, altre volte ci arrangiavamo come potevamo. Mi è capitato persino di dormire all’interno di una stazione della Metropolitan Police abbandonata.
Ho conosciuto la fame.
Ho mangiato dalla spazzatura. Sapevamo quando i supermercati avrebbero buttato il cibo e aspettavamo quel momento. Non lo vivevo come un’umiliazione: per me significava adattarmi e sopravvivere.
Per sopravvivere ho anche rubato. Entravo nei negozi e uscivo con addosso vestiti sufficienti per diverse persone. Toglievo l’antitaccheggio come potevo: magari rimanevano dei buchi, ma almeno avevamo qualcosa da indossare.
Ho conosciuto la solitudine e la disperazione. Ho conosciuto anche il pensiero della morte.
Ma proprio quando credevo di non avere più niente, ho scoperto dentro di me una forza che non sapevo di possedere.
Sono caduta e mi sono rialzata.
Porto ancora con me le cicatrici di ciò che ho vissuto, ma quelle cicatrici sono anche la testimonianza della mia resistenza.
Perché se sono ancora qui significa che, quando pensavo di non farcela più, una parte di me ha continuato a scegliere la vita.»
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Ena è un artista dentro ma fino al midollo e in quanto artista non potrebbe limitarsi a fare una sola cosa e quindi non è solo dee-jay , conduttrice personaggio televisivo ma anche pittrice scrittrice, attrice etc, etc . se ne avesse l'opportunità se la caverebbe in qualsiasi campo perchè il suo cervello sempre pronto troverebbe la soluzione a qualsiasi problematica quindi potrebbe fare l'astronauta , il capotreno, la fotografa, la filosofa etc e certamente se la caverebbe anzi forse qualcuna di queste cose l'ha già fatte e non lo dice
comunque a prescindere dal suo vissuto quel che traspare vedendola in tv è una simpatia istintiva , un talento naturale nel coinvolgere e nel dialogare con le persone di qualsiasi provenienza e strato sociale ,
il fatto che nella sua vita abbia sofferto e affrontato situazioni drammatiche è un arma in più che ha dalla sua parte perché una che ha imparato a sopravvivere con la sua sola forza non è che ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare anche se sicuramente è nel suo animo l'ascolto della gente
https://it.wikipedia.org/wiki/Ema_Stokholma
https://www.instagram.com/emastokholma/?hl=it
https://www.franceodeon.com/ema-stokholma/
https://www.emastokholma.art/about
https://lampoonmagazine.com/ema-stokholma-per-il-mio-bene-pittura/
https://www.elledecor.com/it/people/a38180899/ema-stokholma-mostra-roma-pov/
domenica 13 settembre 2026
testimonianze - Paola Iezzi
PAOLA IEZZI: «CHIARA SCELSE LA SEPARAZIONE E IO LA SUBII. POI RIMETTEMMO INSIEME I COCCI»
«Il nostro sodalizio ha scricchiolato più da parte di Chiara che da parte mia. A un certo punto lei ha iniziato a soffrire quel binomio. Abbiamo sofferto entrambe, ma forse io un po’ di più: sono la sorella più piccola, lei aveva deciso la separazione e io l’ho subita.
Ho dovuto assecondare la sua scelta e cercare di comprenderne le ragioni. Non è stato semplice, ma siamo riuscite a rimettere insieme i cocci e a ritrovarci.
Anche la nostra musica mi ha insegnato quanto le cose possano cambiare quando meno te lo aspetti. Presentammo “Vamos a Bailar” al Festival di Sanremo convintissime che sarebbe stata scelta. Invece venne bocciata. Il direttore artistico Sergio Bardotti la liquidò con parole poco carine, anche se poi ci chiese scusa.
Quella bocciatura ci lasciò abbacchiate. Credevamo molto nel brano e non ci aspettavamo affatto che venisse respinto.
Poi accadde qualcosa di incredibile. Quella stessa canzone diventò il nostro più grande successo, arrivando al primo posto in diversi Paesi europei e conquistando anche Londra.
È stato un vortice: prima la delusione per una porta che si era chiusa davanti a noi, poi un successo enorme che non avremmo potuto prevedere.
Una magia. E forse anche la dimostrazione che una bocciatura non stabilisce necessariamente il valore di ciò che hai fatto. A volte quello che sembra un fallimento può essere soltanto l’inizio di qualcosa di molto più grande.»

mercoledì 9 settembre 2026
testimonianze : Carlo Verdone su Massimo Troisi
sabato 5 settembre 2026
testimonianzae - Vittorio Sgarbi
«Ho perso parecchi chili. Faccio fatica in tutto. Riesco a tratti ancora a lavorare. Ho sempre dormito poco. Ora passo molto tempo a letto.
La mia attuale malinconia o depressione è una condizione morale e fisica che non posso evitare. Come abbiamo il corpo, così esistono anche le ombre della mente, dei pensieri, fantasmi che sono con noi e che non posso allontanare.
Non ne avevo mai sofferto. Mi sembra un treno che si è fermato a una stazione sconosciuta.
Trascorro una fase di meditazione dolorosa su quello che ho fatto e sul destino che mi attende. In fondo le cose che ho scritto, le opere d’arte che vedi appartengono a un progetto di sopravvivenza. Qualcosa che rimanga e che si prolunghi oltre la vita.»
—Vittorio Sgarbi
martedì 1 settembre 2026
testimonianze - Sigrido Ranucci
Sigfrido Ranucci
Caro Daniele,
ti sei lamentato sul Domani perché ho definito mediocre la scelta di affidare a te e a Giulia Presutti la conduzione di Report. Confermo, e specifico: mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana. Un servizio realizzato per Report — peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte — non fa di nessuno un conduttore. Del resto la tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019 segnò performance dal 2,4% al 3,8%.
È vero, come mi hai fatto notare, che hai realizzato a quattro mani un'inchiesta in Congo sul caso dell’ diplomatico ucciso in Congo, Attanasio. L'ho accettata perché me l'hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare, e perché ho ancora la romantica abitudine di dare una mano a chi me la chiede. Una scelta che, guarda caso, ha creato attriti anche con Giulia Presutti, che voleva occuparsi della stessa storia. Ma tu lo sai meglio di chiunque altro: quel lavoro rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro.
Mi hai scritto che comprendi il mio stato psicologico, e che per questo mi perdoni per le critiche. Ti risparmio la fatica: non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso, insieme a tutti i professionisti che l'hanno reso grande. Un’operazione che ha raggiunto il suo scopo, visto che sono stato rimosso perché sarebbe venuta meno la mia credibilità. Dunque sono fuori, ma essendo stato per 20 anni dentro Report, ed avendo partecipato alla sua storia, credo di aver diritto ad esternare una mia opinione.
La Rai ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto. Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste.
Io sono entrato in Rai trentasei anni fa, come assistente ai programmi. Poi programmista regista, redattore al Tg3, quindi a Rainews24, inviato nei Balcani. Nel 2001 a New York, per gli attentati alle Torri Gemelle. Nel 2003sono stato in Iraq. Nel 2005 a Sumatra, a documentare la tragedia dello tsunami. Sono arrivato a Report dopo un lungo percorso nel 2006, dopo aver realizzato scoop nazionali — come l'intervista smarrita di Paolo Borsellino — e uno scoop internazionale, quello sull'uso delle armi chimiche a Falluja, in Iraq, da parte degli americani. Un’inchiesta che per la prima volta nella storia ha portato il nome della Rai nel mondo.
Da allora, per dieci anni, sono stato coautore di Milena Gabanelli, ho respirato la sua stessa aria. Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo. Ho passato dieci anni lunghi anni accanto a lei in studio, a guardare come si scrive un testo, come si impara a memoria, dove si interviene dentro le inchieste altrui con rispetto ma anche con decisione quando si pensa al bene del prodotto, ma anche come si costruisce una grafica. In quel ruolo ho imparato, e tanto anche da quella generazione di inviati storici, a selezionare e a far crescere una squadra.
Una squadra di giornalisti straordinari. Ruvidi, anche un po' stronzi — non hanno mai fatto sconti a nessuno, tantomeno a me, come raccontano le cronache di questi giorni — ma sempre leali con il pubblico. Ed è per questo che voglio loro ancora un gran bene, e cerco di difendere la loro storia. Come sono grato a tutte le persone della produzione, professioniste straordinarie che avrebbero da insegnare il mestiere a molti giornalisti e conduttori alle prime armi.
E' stato un percorso lungo. Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby. Ma alla fine di sedici anni di Rai, passati in ruoli diversi, non sono stato calato dall’ alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l'unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report. Una scelta basata esclusivamente sul merito e rispettata anche dai vertici della Rai. Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo.
Anche che Giulia Presutti ha lavorato a Report. Ha realizzato, con nota insofferenza, dei Lab. Mai un'inchiesta principale. Sono stato il primo a credere nelle sue qualità. Ma dopo un paio di anni se n'era andata per guadagnare di più. Poi l’ ho accolta a braccia aperte, quando mi ha chiesto di ritornare perché aveva bisogno di sentirsi protetta da un programma importante. Era reduce da un periodo personale difficile. Ora però quel programma che generosamente l’ha protetta rischia di distruggerlo. Pur sapendo da settimane che sarebbe stata la nuova conduttrice di Report ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi — anche quelli più vicini — tenendo nascosto l’ accordo che aveva già chiuso. Giulia sa bene di averla fatta grossa: da quando la notizia è uscita, non mi ha risposto più al telefono. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia. Ma la questione ora è un’altra. Come si può pensare, al di là del merito, che possa essere il volto credibile di una squadra di fuoriclasse ai quali ha mentito per settimane? Una frattura insanabile. In questa vicenda la grande assente è la gratitudine. Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo.
È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana. È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie. E’ disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent'anni lo hanno reso grande anche rischiando la propria incolumità. Per questo non posso non tornare al concetto di mediocrità che tanto vi ha irritato. Non è mediocre chi non ce l'ha fatta. È mediocre chi ce l'ha fatta senza essersela guadagnata.
post di Sigrfido Ranucci su facebook
https://it.wikipedia.org/wiki/Sigfrido_Ranucci
lunedì 31 agosto 2026
testimonianze - Carlo Verdone
CARLO VERDONE: «STELLA ERA MALATA TERMINALE, QUELL’INCONTRO PER ME È VALSO PIÙ DI QUALSIASI PREMIO»
«Mi contattò la sorella di Stella, una donna malata terminale. Mi disse che Stella desiderava incontrarmi e ringraziarmi personalmente perché, durante la terapia del dolore, i miei film le avevano fatto compagnia.
Non la conoscevo, ma decisi di andare a trovarla.
Quando entrai in casa e vidi il suo volto illuminarsi alla mia presenza, provai un’emozione difficile da spiegare. Iniziammo piano piano a parlare e, quasi senza accorgercene, accadde qualcosa di bellissimo.
Io mi dimenticai di avere davanti una persona malata terminale e lei, credo, si dimenticò di avere davanti Carlo Verdone.
Eravamo semplicemente Carlo e Stella.
Chiacchieravamo come se ci conoscessimo da sempre, come due vecchi amici che si ritrovano e hanno tante cose da raccontarsi. Per qualche momento non esistevano più il cinema, la notorietà e nemmeno quella terribile malattia.
C’erano soltanto due persone.
Stella morì una decina di giorni dopo il nostro incontro.
Quella esperienza mi fece comprendere fino in fondo quanto possa essere importante il lavoro che faccio. Un film nasce per raccontare una storia, per divertire, emozionare o far riflettere. Ma non sempre noi attori possiamo sapere dove arriverà davvero, chi accompagnerà e quale significato assumerà nella vita di qualcuno.
Sapere che i miei film avevano fatto compagnia a Stella durante la terapia del dolore mi fece sentire utile in una situazione estrema. Ed essere riuscito a regalarle un momento di serenità significò per me qualcosa che nessun riconoscimento avrebbe potuto sostituire.
Ho ricevuto premi e soddisfazioni professionali, ma ci sono emozioni che appartengono a un’altra dimensione.
Quell’incontro è stato una di queste.
È stato molto più importante di ricevere un premio.
Ed è stato uno degli incontri più belli della mia vita.»
sabato 22 agosto 2026
Testimonianze - Tina Turner
Alla fine degli anni '70, sommersa dai debiti, dovette pulire le case di altre persone e fare affidamento su sussidi statali e buoni pasto per sfamare i suoi figli.
I promoter volevano indietro i soldi per gli spettacoli saltati, l'agenzia delle entrate pretendeva il pagamento, e i debiti si accumulavano fino a raggiungere centinaia di migliaia di dollari.
Con quattro ragazzi in crescita che dipendevano da lei, non poteva permettersi il lusso di aspettare che un'etichetta discografica la salvasse.
Lasciare il suo matrimonio violento nel 1976 significò allontanarsi dai soldi, dalla fama e da tutto l'apparato che l'aveva sostenuta per decenni.
Fuggì con solo trentasei centesimi e una carta di credito per la benzina, scegliendo la povertà assoluta piuttosto che una vita di paura.
La realtà finanziaria di quella coraggiosa fuga si fece sentire immediatamente, ma lei si rimboccò le maniche e accettò qualsiasi lavoro riuscisse a trovare.
Lavò bagni, pulì cucine e sistemò le case di amici a Los Angeles pur di tenere accese le luci e riempire la dispensa.
Fare la fila agli sportelli per l'assistenza pubblica per ritirare i buoni pasto fu umiliante, ma si portò con assoluta dignità.
Si rifiutò di lasciare che la vergogna le impedisse di fare ciò che era necessario per i suoi ragazzi. "Non pensavo più alla fama o ai soldi, pensavo solo a sopravvivere," raccontò anni dopo, ripensando a quella difficile transizione.
"Sapevo che se ero sopravvissuta a quello che avevo passato in quella casa, potevo sopravvivere a qualsiasi cosa, anche se significava ricominciare da zero con le mie stesse mani."
Mentre lavorava nelle pulizie, iniziò lentamente a ricostruire la sua carriera musicale dal gradino più basso.
Accettò ingaggi miseri in locali di cabaret, si esibì in piccoli saloni d'albergo e apparve in programmi di varietà in televisione, spesso indossando costumi fatti in casa.
Ogni singolo dollaro guadagnato andava direttamente a ripagare i creditori e a mantenere la sua famiglia.
Scelse di saldare personalmente ogni debito invece di dichiarare bancarotta, volendo un futuro completamente pulito per i suoi figli e per sé stessa.
Ci vollero anni di lavoro estenuante, attenta pianificazione e determinazione instancabile, ma ripagò fino all'ultimo centesimo.
Quella forza indistruttibile gettò le basi per il suo enorme ritorno alla metà degli anni Ottanta, dimostrando che il suo spirito non poteva mai essere spezzato.
Con l'uscita del suo album multi-platino Private Dancer nel 1984, infranse i record delle classifiche in tutto il mondo, vinse numerosi Grammy Awards e tornò a fare sold-out nei più grandi stadi del globo come icona indiscussa.
La sua storica risalita verso il successo le valse un Guinness World Record per essersi esibita davanti a 184.000 spettatori paganti a Rio de Janeiro, consolidando la sua eredità come una delle più grandi rockstar di tutti i tempi.
Oltre agli stadi esauriti e agli album da record, la sua vittoria più grande fu mostrare ai suoi figli il vero significato del coraggio.
Dimostrò che nessun lavoro onesto è mai indegno di una persona quando viene fatto per amore, e che la devozione feroce di una madre può trasformare la valle più buia in un cammino trionfale.
Quando ripensava al suo percorso, non erano i riflettori scintillanti o i trofei Grammy a riempirle il cuore di maggiore orgoglio, ma i semplici pasti caldi che lottò così duramente per portare in tavola.
Diede ai suoi figli molto più della semplice sopravvivenza: regalò loro lo spettacolo di vedere la propria madre superare l'impossibile con grazia, dignità e amore incondizionato
domenica 12 luglio 2026
testimonianze, - Eduà, Antò.”
“Il 5 gennaio 1960 muore la piccola Luisella, figlia di Eduardo De Filippo. Uno scivolone sulla neve.
Eduardo riceve la notizia in teatro.
Ai funerali tutti muti e attoniti.
Arriva un'auto dalla quale scende un omino piccolo. Totò.
Si avvicina ad Eduardo e dice:"Eduà"
Eduardo risponde: "Antò"
Due parole. Solo due parole
Un mare di significati.
Il più grande:" io sono qui per condividere il tuo dolore. "
E: " grazie di essere qui per aiutarmi a sopportare questo dolore immenso. "
Eduà, Antò.
Non serve altro. Non le inutili parole, fiumi di libri, che spesso si usano per spiegare una poesia.
Ai grandi uomini per capire basta un semplice frontespizio.
Eduà, Antò.”
sabato 9 maggio 2026
testimonianze -- Gigi Proietti
"La vecchiaia arriva e non possiamo farci niente. Non ricordo chi ha detto: "Alla mia età, la malattia è questa". È una malattia di usura, ma non voglio essere pessimista.
Ringrazio i miei genitori per avermi dato il senso dell'ironia, aiuta molto. Pensa ai capelli. Mi sono sentito libero da quando ho smesso di tingermeli. Durante le riprese de Il maresciallo Rocca, iniziavo a diventare grigio e dovevo sempre ritoccarli: sembrava che avessi catrame in testa.
Una volta venne un parrucchiere a casa mia per farmi la tinta e il colore uscì violaceo. Sul set erano disperati. Così ho deciso di tagliarmi i capelli. Ci vuole tempo per abituarsi ai capelli bianchi
La vecchiaia è un viaggio che richiede accettazione e umorismo."
- Gigi Proietti
https://it.wikipedia.org/wiki/Gigi_Proietti
https://www.youtube.com/c/gigiproiettifans
martedì 5 maggio 2026
Testimonianze : sir Tom Jones
"Io so dove sto andando. Ma tu non morire con me."
Queste furono le ultime parole che Linda Trenchard rivolse a suo marito, Sir Tom Jones, prima che il cancro se la portasse via. Fu un momento intimo, ma carico di un peso che rimase con lui a lungo, dopo che lei se ne fu andata.
Sapeva che il suo tempo stava per finire, e non lo evitò. Invece, gli diede qualcosa di solido a cui aggrapparsi: un'istruzione chiara e amorevole, di continuare a vivere e a cantare, anche senza di lei.
Si erano sposati nel 1957, entrambi appena sedicenni. Il loro amore durò 59 anni, fino alla morte di lei nel 2016.
La loro storia iniziò a Pontypridd, nel Galles del Sud, dove si conobbero da bambini e poi diventarono fidanzati al liceo. Fu un inizio semplice, ma che plasmò tutto ciò che seguì.
Non aspettarono.
Quando si sposarono, Linda era incinta di otto mesi del loro figlio, Mark.
Tom lavorava nell'edilizia per mantenere la sua giovane famiglia, mentre di notte inseguiva la musica. In seguito disse che quelle difficoltà iniziali lo hanno forgiato: se riuscivi a conquistare un club di minatori gallesi, non dovevi più temere nessun palcoscenico.
La fama arrivò, e con essa la pressione. Il loro matrimonio sopravvisse al successo mondiale e alle infedeltà che Tom avrebbe poi ammesso, durante i suoi anni in tournée.
Fu complicato.
Ma resistette.
Nonostante tutto, Linda rimase al centro della sua vita. L'ha sempre descritta come la sua ancora, l'unica persona che lo teneva con i piedi per terra, non importa quanto le cose si allontanassero.
Ha detto che non potrebbe mai risposarsi perché nessun altro condivide quella storia. Quello che hanno costruito insieme non può essere semplicemente sostituito.
Persino all'apice della sua fama, circondato da figure come Elvis Presley, Linda aveva un'autorità diversa. Era l'unica che riusciva a trapassare la persona pubblica e a parlare all'uomo che c'era dietro.
"Ho sposato Thomas Woodward… non provare a usare con me quelle stronzate da Tom Jones."
Quando Linda si ammalò gravemente, Tom cancellò il tour e le rimase accanto. Ammise che non era sicuro di poter ancora cantare.
Lei non lasciò che quel pensiero si radicasse.
"Devi farlo… Non c'è via d'uscita per me. Io so dove sto andando. Ma tu non morire con me."
Dopo che lei se ne fu andata, il silenzio si fece pesante. Si chiese chi lo avrebbe più tenuto saldo, chi lo avrebbe fermato dal perdersi.
Venne a un passo dall'abbandonare del tutto la musica. Le emozioni erano troppo vicine, troppo difficili da controllare sul palco.
Con l'aiuto di suo figlio Mark e di un terapeuta, ritrovò lentamente la strada. Cantare "What Good Am I?" di Bob Dylan lo costrinse ad affrontare tutto ciò che si portava dentro.
Gli fece pensare a lei.
A ciò che non poteva essere cambiato.
Eppure, ce la fece, iniziando in una piccola stanza con amici musicisti e ritrovando la sua voce. Imparò a portare le emozioni senza lasciare che lo sopraffacessero completamente.
In oltre sei decenni, con più di 100 milioni di dischi venduti, continua a esibirsi. Cantando e condividendo la sua storia, mantiene viva la promessa che lei gli ha fatto.
Perché le sue ultime parole non conclusero nulla.
Gli dissero come andare avanti.
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https://it.wikipedia.org/wiki/Tom_Jones_(cantante)
mercoledì 21 dicembre 2022
testimonianze - Carlo Pedersoli
"Veniva spesso da noi Terence perché la moglie lo teneva a stecchetto e invece a casa mia si mangiava in abbondanza. Abbiamo interpretato insieme 18 film, dei quali 16 come coppia in senso stretto. Per molti siamo stati vissuti come delle divinità negli anni del nostro maggior successo. Sicuramente i nostri film sono stati dei capisaldi assoluti per quanto concerne un certo genere cinematografico.
'Lo chiamavano Trinità' battezzò un vero e proprio sottogenere dello spaghetti-western: quello dei fagioli-western, dove le pallottole sono praticamente sostituite dai ganci destri. I produttori di allora non volevano saperne di mettere le mani su quella pellicola, convinti che un western senza sangue e uccisioni fosse destinato ad un flop totale. Fu un successo clamoroso: 3 miliardi di lire di incasso e consacrò la nostra coppia."
Carlo Pedersoli im arte Bud Spender
- LoChiamavanoTrinità usciva il 22 dicembre 1970
sabato 19 novembre 2022
Testimonianze - Sophie Marceau
Sophie Danièle Sylvie Maupu
in Arte Sophie Marceau che oggi compie 56 anni
“All’epoca de Il Tempo Delle Mele eravamo un gruppo di ragazzini che non sapeva cosa stesse accadendo e che ha finito per mischiare la realtà con il copione. Quel film è stato un successo planetario grazie al quale abbiamo potuto girare il mondo. Per me, che ero giovanissima, la cosa più bella era incontrare persone di culture diverse.
Oggi mi sforzo di conservare la spontaneità degli esordi. All'avanzare dell'età preferisco non pensarci perché è una cosa su cui non abbiamo alcun controllo. Posso mangiare, bene, mantenermi in forma e cercare di condurre uno stile di vita sano, ma non posso fermare lo scorrere del tempo. Una cosa è certa: continuo a credere nell'amore!"
Sophie Marceau
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