lunedì 17 agosto 2026

Agosto 2026 - i compleanni dei VIP e personaggi famosi

tanti auguri ai VIP - i compleanni dei VIP e personaggi famosi :



 Il mese di agosto vede festeggiare il compleanno a tantissimi personaggi famosi, attori, cantanti e sportivi di fama internazionale e italiana, come:

 Jason Momoa, Charlize Theron, Diletta Leotta e Robert De Niro.

Inizio del Mese (1-10 agosto)

1 agosto: Jason Momoa, Giancarlo Giannini, Andrea Mingardi, Antonella Mosetti

2 agosto: Isabel Allende, Maccio Capatonda, Fabio Testi

03 Agosto : James Hetfield, John Landis, cristoforo Colombo ( commemorazione )

4 agosto: Barack Obama, Meghan Markle.

5 Agosto:  Federica Pellegrini

06 Agosto: Benedetta Parodi, Marco Liorni , M. Night Shyamalan, Vera Farmiga, Geri Halliwell,  Robin van Persie

7 agosto: Bruce Dickinson, Charlize Theron, Gerry Scotti, Albertino, Megan Gale

8 agosto: Dustin Hoffman, Roger Federer, the Edge (u2), Madalina Ghenea

10 Agosto : Drupi, Marina Berlusconi, Lorella CuccariniAntonio Banderas, Rosanna arquette

Metà del Mese (11-20 agosto)

11 agosto: Halle Berry, Chris Hemsworth.

12 agosto: J-Ax, Mario Balotelli, Alessandra Amoroso

13 agosto: Kasia Smutniak, Rocco Siffredi.

1 Agosto: Giorgio Chiellini, Magic Johnson

15 agosto: Ben Affleck, Madonna.

16 agosto: Madonna, Diletta Leotta (35 anni), Robert De Niro.

17 Agosto : Mogol ( giulio Rapetti )

18 Agosto : Mika, Geppi Ciucciari, Elena Santarelli

19 Agosto : Ian Gillan, joey Tempest, Nanni Moretti

20 Agosto: Rossella Brescia, Arisa, Demi Lovato

Fine del Mese (21-31 agosto)

21 agosto: Usain Bolt, Kim Cattrall, Tori Amos.

22 Agosto: Dua Lipa

23 agosto: Kobe Bryant (commemorazione), Rita Pavone, Alex Britti, Demetrio Albertini, Kobe Bryant

24 Agosto : Paulo Coelho, Pierfrancesco Favina

25 agosto: Tim Burton, Claudia Schiffer.

28 Agosto : Jack Black

29 Agosto : Tosca

30 Agosto:  Cameron Diaz, Pino Insegno, Ilaria D'Amico, Diodato, Pavel Nedved

31 agosto: Richard Gere, Maria Grazia Cucinotta, Serena Rossi, Rita Dalla Chiesa, Enzo Iacchetti

etc. etc


book fotografico - Agosto 2026 ( v3)

BOOK FOTOGERAFICO - AGOSTO 2026


foto provenienti dai più' disparati luoghi raffiguranti cose, persone etc. aventi come soggetto di tutto o il nulla totale , foto rubate e non, scatti rari o visti e stravisti ,foto con commento o senza , foto messe con un criterio preciso oppure buttate lì a casaccio, foto che non sono foto e foto disegnate, in tutti i casi foto et affini per tutti e per nessuno. 
 rubrica a cura di a.s.s.m.
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Il suo nome era Doris Day

 


Quando suo marito, dopo diciassette anni di matrimonio, morì improvvisamente nel 1968, una delle più grandi star del mondo si sedette con gli avvocati, aspettandosi di rivedere la fortuna che aveva passato una vita a guadagnare.

Invece, aprì una busta e scoprì di essere sul lastrico. Ogni dollaro era sparito. E un debito di quasi mezzo milione di dollari le pendeva sulla testa.

L'uomo che glielo aveva fatto era la persona di cui si era fidata di più al mondo...

Il suo nome era Doris Day. E nel 1968 era una regina di Hollywood: la star di dozzine di film amatissimi, una delle attrici con il maggior incasso in America per anni consecutivi, una leggenda della discografia il cui brano simbolo, "Que Sera, Sera", era conosciuto in ogni angolo del globo.

Per diciassette anni, aveva dato il controllo totale dei suoi soldi e della sua carriera al suo terzo marito e manager, Martin Melcher. Si fidava ciecamente di lui. Firmava tutto ciò che lui le metteva davanti senza leggerlo. Era convinta che fosse questo ciò che dovesse fare una moglie devota.

Poi Melcher morì e la verità venne a galla.

Fu suo figlio Terry a doverle dare la notizia. Martin Melcher, insieme al suo avvocato e socio in affari Jerome Rosenthal, l'avevano prosciugata per quasi vent'anni. La sua enorme fortuna circa venti milioni di dollari era sparita. L'avevano incanalata in un cimitero di progetti fallimentari: pozzi petroliferi prosciugati, alberghi in bancarotta, affari immobiliari senza valore, un cattivo investimento dopo l'altro.

Avevano persino ipotecato i suoi contratti discografici, prendendo soldi per canzoni che lei non aveva ancora inciso.

E quando finalmente si fecero i conti, Doris Day, una delle donne più famose del mondo, non era solo al verde. Aveva un debito di circa mezzo milione di dollari.

Ma Melcher le aveva lasciato un'altra devastante sorpresa.

A sua insaputa, l'aveva ingaggiata per una serie televisiva settimanale per la CBS, impegnandola per iscritto in una sitcom che non aveva mai accettato e mai voluto. Lui aveva già riscosso e speso l'anticipo. E lei scoprì tutto questo poche settimane prima dell'inizio delle riprese. Se si fosse rifiutata, avrebbe potuto essere citata per la violazione di un contratto che non aveva mai nemmeno visto.

Aveva quarantasei anni. Era in lutto per il marito che aveva amato. Era al verde, umiliata e tradita fino al midollo.

La maggior parte delle persone si sarebbe sgretolata. Doris Day andò a lavorare.

The Doris Day Show debuttò nel settembre del 1968: una commedia leggera che parlava, tra l'altro, di una vedova che si ricostruiva una vita. E così l'America si sintonizzò ogni settimana per guardare una donna sorridente, raggiante e rassicurante, senza avere la minima idea che stavano guardando qualcuno che lottava per la propria sopravvivenza finanziaria nella vita reale. Dietro ogni scena allegra c'era una donna che aveva perso tutto per mano dell'uomo di cui si era fidata di più e che si rifiutava di far vedere tutto ciò al pubblico.

Lo show divenne un successo e durò cinque stagioni. Episodio dopo episodio, stipendio dopo stipendio, cominciò a risalire la china.

E poi fece qualcos'altro. Combatté.

Nel 1974, Doris Day citò in giudizio Jerome Rosenthal per frode e negligenza professionale. Il processo fu uno dei più lunghi del suo genere nella storia della California una maratona che si protrasse per novantanove giorni. E le prove emerse furono schiaccianti: i contratti nascosti, gli investimenti camuffati, il sistematico prosciugamento di tutto ciò che aveva guadagnato durante una carriera brillante.

Il tribunale si espresse in modo deciso a suo favore. La sentenza fu enorme per l'epoca circa ventidue milioni di dollari assegnati a Doris Day per ciò che le era stato fatto.

Vincere la causa, però, e ricevere i soldi erano due cose molto diverse. Rosenthal dichiarò bancarotta e impantanò il caso in appelli per anni; alla fine, Day raggiunse un accordo con le sue assicurazioni per una frazione di quanto le spettava, pagata lentamente nell'arco di più di due decenni. Ma ci fu anche una giustizia più profonda. Jerome Rosenthal, l'artefice della sua rovina, fu infine radiato dall'albo degli avvocati espulso, la sua carriera distrutta, dalla stessa professione che aveva disonorato.

All'inizio degli anni '80, dopo più di un decennio di lotte, Doris Day era finalmente di nuovo in piedi. Era sopravvissuta. Aveva vinto. E poi fece ciò che Hollywood non riusciva a capire.

Se ne andò.

Niente tour d'addio. Niente album di ritorno. Nessun disperato aggrapparsi alla fama che aveva avuto. Doris Day lasciò il mondo del cinema, si trasferì nella tranquilla cittadina costiera di Carmel-by-the-Sea, in California, e non guardò mai davvero indietro. Mentre altre star inseguivano i riflettori fino alla fine, lei scelse qualcosa di completamente diverso.

Scelse gli animali.

Cani, gatti, cavalli qualsiasi creatura avesse bisogno di essere salvata. Contribuì a gestire un hotel che accoglieva gli animali domestici decenni prima che fosse un'idea alla moda, e fondò la Doris Day Animal Foundation, che ancora oggi sostiene iniziative di salvataggio degli animali. Trascorse gli ultimi capitoli della sua vita circondata dagli animali che curava, trovando una pace nella gentilezza che nessuna quantità di applausi le aveva mai dato.

Suo figlio Terry disse in seguito qualcosa che colpisce duro: che la morte improvvisa del padre potrebbe averla, in un certo senso terribile, salvata. Perché rivelò la frode quando ancora c'era tempo quando era ancora abbastanza giovane per lavorare e abbastanza forte per combattere e ricostruire.

Quando Doris Day morì nel 2019, all'età di novantasette anni, il mondo ricordò i film, la voce e quel sorriso abbagliante. Ma la sua vera eredità è una cosa più silenziosa. Sta in ciò che fece quando tutto crollò: si presentò, lavorò, lottò per la giustizia e poi scelse, alle sue condizioni, una vita che per lei significava più della fama.

"Que Sera, Sera", la sua canzone simbolo, significa "qualsiasi cosa sarà, sarà". Ma Doris Day dimostrò qualcosa di ancora più bello: che ciò che è stato non decide ciò che verrà. Puoi perdere tutto e comunque ricostruire. Puoi essere tradito dalla persona a te più vicina e scegliere comunque, alla fine, di riempire la tua vita con la gentilezza.

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Doris Day, pseudonimo di Doris Mary Anne Kappelhoff (Cincinnati, 3 aprile 1922 – Carmel-by-the-Sea, 13 maggio 2019, è stata un'attrice e cantante statunitense.


Con all'attivo 39 film tra il 1948 e il 1968, oltre 75 ore di programmi televisivi e la registrazione di più di 650 canzoni, la carriera di Doris Day è stata coronata da numerosi premi, tra cui un Golden Globe, un Grammy Award e una candidatura al premio Oscar. Raggiunse il successo radiofonico e discografico negli anni quaranta come cantante di Big Band, successivamente come attrice cinematografica e poi dai tardi anni sessanta come personaggio televisivo, sempre con un largo seguito di pubblico, anche a livello internazionale. Nota come la tipica "fidanzata d'America", con la sua potente e duratura immagine di bionda vivace, intraprendente, esuberante e orgogliosa, e con la sua abilità nella recitazione, nel canto e nella danza, è stata tra le attrici statunitensi di maggiore successo degli anni cinquanta e sessanta, a suo agio sia nel genere drammatico sia in quello, largamente più sfruttato dai produttori, della commedia.

https://it.wikipedia.org/wiki/Doris_Day






Mitologia: il mito di Galatea & Polifemo

il mito di Galatea & Polifemo


 𝐈𝐋 𝐂𝐈𝐂𝐋𝐎𝐏𝐄 𝐈𝐍𝐍𝐀𝐌𝐎𝐑𝐀𝐓𝐎

C'è un ciclope che canta, seduto su uno scoglio a picco sul mare, canta l'amore per una ninfa che non lo guarderà mai.

Si chiama Polifemo, è lo stesso mostro che conosciamo, enorme, con un occhio solo, quello che Odisseo accecherà in un'altra storia.

Ma qui non c'è Odisseo, non c'è il sangue dei compagni, non c'è la caverna.

Qui c'è un gigante innamorato che sa di non poter essere amato.

Ama Galatea, una ninfa del mare, candida, giovane, luminosa, in fondo tutto ciò che lui non è.

Galatea non lo ama, ama Aci, un pastore, un ragazzo dolce e mortale, e Polifemo lo sa, li vede, conosce la propria sconfitta ancor prima di dichiararsi.

Comincia comunque a curarsi, il mostro.

Piega la barba ispida con un rastrello, taglia i capelli irsuti con la falce, si specchia nell'acqua per vedersi, cerca in sé qualcosa che possa piacere.

Polifemo canta, le offre tutto ciò che ha, le sue greggi innumerevoli, il latte che non gli manca mai, le mele degli alberi, le fragole del bosco, l'uva, i cerbiatti addomesticati, le promette una montagna di doni e una caverna piena di ricchezze.

È come un ragazzo goffo che elenca tutto quello che possiede sperando che qualcosa basti.

Poi, nello stesso canto, la verità che lo tradisce.

Elenca la propria grandezza come un pregio, l'occhio unico come uno scudo, e in quell'elenco c'è la resa, perché chi deve dimostrare di essere bello sa già di non esserlo.

Polifemo sa di essere un mostro, non è cieco, si è visto nell'acqua, ha misurato la propria enormità, conosce lo sguardo che gli altri gli rivolgono, ma ama lo stesso, desidera lo stesso, canta lo stesso.

Questa è la sua ferita, non la mostruosità, il suo dolore è desiderare pur sapendo di non poter essere ricambiato.

Se la storia finisse qui, Polifemo sarebbe solo doloroso.

Ma non finisce qui.

Un giorno li sorprende insieme, Galatea e Aci, distesi, vicini, e vede con i suoi occhi ciò che sapeva ma non voleva ammettere a sé stesso.

Qualcosa in lui si spezza.

Non canta più, si alza, la montagna intera trema sotto di lui, strappa un masso dal fianco del monte e lo scaglia su Aci.

Con quel masso, uccide il ragazzo che era stato scelto al suo posto.

Galatea trasformerà il sangue dell'amato in un fiume, un'acqua limpida che ancora scorre alle pendici dell'Etna.

Ma Aci è morto, e Polifemo resta ciò che era, con il suo occhio solo, davanti al mare.

La sua consapevolezza non lo ha fermato, sapeva di essere un mostro, e proprio perché lo sapeva, quando ha visto l'altro amato al suo posto non ha retto.

Polifemo è la ferita di chi si sente irrimediabilmente sbagliato ed escluso in partenza, ma ama comunque, e a volte non regge il peso di vedere l'altro scegliere qualcuno di più semplice da amare.

Il pericolo è nel dolore di non essere scelti, che può rovesciarsi in rabbia.

Sapere di non poter essere amati è una ferita, ma la consapevolezza da sola non salva, non basta conoscersi per diventare migliori.

Il dolore non è una colpa, ma quello che se ne fa può diventarlo.

Polifemo, che pure aveva cantato e sperato, alla fine ha scelto il masso.

𝐹𝑜𝑛𝑡𝑖

𝘛𝘦𝘰𝘤𝘳𝘪𝘵𝘰, 𝘐𝘥𝘪𝘭𝘭𝘪

𝘖𝘷𝘪𝘥𝘪𝘰, 𝘔𝘦𝘵𝘢𝘮𝘰𝘳𝘧𝘰𝘴𝘪 

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OVIDIO, Metamorfosi, libro XIII, vv. 738- 897

 

A lei una volta Galatea, mentre si faceva pettinare i capelli, rivolse, tra molti sospiri, queste parole: "Quelli che aspirano alla tua mano, fanciulla, sono uomini di una razza civile, a cui puoi tranquillamente opporre un rifiuto, come appunto fai. Io invece, per quanto abbia come padre Nereo e come madre la cerulea Doride e abbia anche una schiera di sorelle che mi difendono, solo a prezzo di molto pianto sono riuscita a sfuggire alla persecuzione amorosa del Ciclope".

Le lacrime le impedirono di proseguire; Scilla gliele asciugò con le sue candide dita e consolandola la invitò a continuare: "Raccontami tutto, carissima, e non nascondermi la causa della tua angoscia: lo sai che ti sono tanto amica!". La Nereide assecondò la richiesta della figlia di Crateide.

"Figlio di un Fauno e di una ninfa del Simeto, Aci era la gioia di suo padre e di sua madre e ancor di più la mia: esclusivamente a me si era legato. Era bello, aveva compiuto sedici anni e aveva le tenere guance appena coperte da un’incerta peluria. Io non desideravo che lui e il Ciclope invece perseguitava me. Se mi chiedessi se in me fosse più grande l’odio per il Ciclope o l’amore per Aci, non saprei dirtelo: erano due sentimenti ugualmente forti. Come è grande la tua potenza, o alma Venere! Quel mostro feroce, che faceva ribrezzo perfino alle selve, che nessun ospite aveva visitato se non a caro prezzo, che disprezzava l’Olimpo con tutti gli dei, conobbe l’amore: e ardeva tutto, preso dalla passione per me, senza più ricordarsi delle sue pecore e della sua spelonca. Ed ecco, Polifemo, che cominci a pensare al tuo aspetto, ti preoccupi di piacere, ti pettini col rastrello gli ispidi capelli, ti tagli con la falce gli irti peli della barba, ti metti a rimirare in uno specchio d’acqua il tuo volto feroce e ad atteggiarlo studiatamente. Ti disinteressi di colpo delle stragi crudeli, ti passa la sete insaziabile di sangue: le navi vanno e vengono senza pericolo. In quel tempo Telemo, che era sbarcato in Sicilia nella zona dell’Etna, Telemo figlio di Eurimo che mai si era sbagliato nell’interpretare gli auspici, si recò dal tremendo Polifemo e gli predisse: "Quell’unico occhio che ti porti in mezzo alla fronte, Ulisse te lo porterà via!". Rise il Ciclope e rispose: "Ti sbagli, stoltissimo fra gli indovini, c’è già un’ altra che me l’ha preso!". Così non tenne in alcun conto chi invano gli prediceva il vero: e continuava a misurare a grandi passi il lido o ritornava stanco all’ombra della sua spelonca. Vi è un altura che si protende sul mare e vi si incunea profondamente con uno sperone, tutto intorno al quale battono le onde. Vi salì il feroce Ciclope e vi si sedette nel mezzo, seguito dalle sue pecore lanose, che pur non si preoccupava di guidare. Depose ai suoi piedi il pino che gli serviva da bastone, un albero che avrebbe potuto sostenere dei pennoni, e prese in mano la zampogna fatta di mille canne collegate: tutti i monti risonarono allora dei sibili della melodia pastorale e ne risonarono le onde. Io che stavo nascosta dietro una rupe, seduta in grembo al mio Aci, colsi da lontano le parole che giungevano al mio orecchio e ancora le ricordo.

Tale era il canto: "O Galatea, più candida dei petali del niveo ligustro, più fiorente dei prati, più slanciata di un esile ontano, più splendente del cristallo, più vivace di un tenero capretto, più liscia delle conchiglie levigate dal continuo moto delle onde, più gradita del sole in inverno e dell’ombra d’estate, più eccellente della frutta, più maestosa di un alto platano, più trasparente del ghiaccio, più dolce dell’uva matura, più morbida delle piume del cigno e del latte cagliato e più bella di un giardino irrigato, se non mi fuggissi! Ma tu, la stessa Galatea, sei anche più crudele dei giovenchi selvaggi, più dura di una vecchia quercia, più ingannevole delle onde, più sfuggente delle verghe del salice e della vitalba, più irremovibile di questi scogli, più violenta della corrente dei fiumi, più superba del pavone tanto ammirato, più pungente della fiamma, più aspra di un roveto, più aggressiva di un orsa che ha appena partorito, più indifferente del mare, più crudele di un serpente calpestato, e inoltre, e questa è la caratteristica che vorrei soprattutto poterti togliere, più veloce nella fuga non solo di un cervo incalzato da sonanti latrati, ma anche dei venti e della brezza alata.

Ah! Ma se tu mi conoscessi bene, ti pentiresti di essere sempre fuggita e tu stessa condanneresti i tuoi indugi e tenteresti di trattenermi. Posseggo una caverna, una parte della montagna, scavata nella roccia viva, in cui in piena estate non si sente la calura né d’inverno il freddo; ho tanta frutta da far piegare i rami degli alberi; ho interi filari di uva dorata e di uva porporina: è tutto per te. Potrai cogliere con le tue mani le morbide fragole spuntate sotto i cespugli e d’autunno le corniole e le prugne, sia quelle comuni, piene di nero succo, sia quelle più pregiate che sembrano fatte di cera fresca. Se mi sposerai, non ti mancheranno le castagne né i frutti del corbezzolo: tutti gli alberi saranno al tuo servizio. Queste pecore che vedi sono tutte mie, ma ne ho molte altre che pascolano nelle valli, molte che si rintanano nelle selve o nelle grotte: anche se me lo chiedessi, non saprei dirti quanto siano. Solo chi è povero conta le sue pecore! Se io mi mettessi a esaltare le qualità della mie, non mi crederesti: ma se vorrai potrai constatare di persona come facciano fatica a camminare, tanto sono gonfie le loro poppe. E poi ci sono i piccoli: al caldo in un ovile gli agnelli, in altri i capretti della stessa età. Non mi manca mai il candido latte: parte lo riservo per bere, parte invece lo solidifico, sciogliendovi dentro del caglio. E non avrai solo doni banali che sono alla portata di tutti, come daini, lepri, un capro, un paio di colombe, un nido strappato alla cima di un albero! No: ho trovato in vetta ai monti due cuccioli di un orsa irsuta, con cui potrai giocare, tanto simili tra loro che stenterai a distinguerli. Appena li ho trovati mi son detto: "Questi li terrò da parte per la mia signora!". Orsù, sbuca fuori dal mare azzurro col tuo capo splendente! Vieni, Galatea, e non disprezzar i doni che ti offro! Io mi conosco bene, sai! Mi sono appena specchiato nell’acqua trasparente e il mio aspetto non mi è dispiaciuto affatto. Guarda come sono grande! Nemmeno Giove su nel cielo vanta un corpo come il mio (quel tal Giove che secondo voi regna su tutti); ho una chioma abbondante che mi scende fin sul volto corrucciato e mi adombra le spalle come una selva. E non pensare che sia un difetto che il mio corpo è tutto coperto di un irto e folto pelame: anche l’albero è brutto senza le fronde, anche il cavallo sta male se non ha una criniera bionda che gli scenda sul collo; le piume coprono gli uccelli; alle pecore dona la lana. Allo stesso modo a un uomo donano la barba e dei bei peli ispidi sul corpo. Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, è vero, ma sembra un immenso scudo. Il grande sole non vede forse dal cielo tutte le cose di questo mondo? Eppure ha un solo occhio. Vuoi di più? Mio padre è colui che regna sul vostro mare. Ti offro lui come suocero. Abbi soltanto pietà e ascolta le preghiere di chi ti supplica! Sei l’unica davanti a cui mi piego; io, che spregio Giove con tutto il cielo e col suo fulmine penetrante, adoro te, i Nereide! Per me la tua ira è più crudele del fulmine: e ancora io la sopporterei insieme al tuo disprezzo, se tu rifiutassi tutti. Me perché respingi il Ciclope e poi ami Aci e preferisci ai miei i suoi amplessi? Continui pure a compiacersi di sé, costui, e a piacerti ( cosa che non vorrei), ma badi di non capitarmi a tiro, perché allora si accorgerà che la mia forza è pari alle dimensioni del mio corpo! Lo sbranerò vivo e disseminerò i brandelli delle sue membra per i campi e in mezzo alle tue onde: e sia questo il solo modo per unirsi a te! Io brucio, sai, e questo fuoco, proprio perché si tenta di soffocarlo, divampa più tremendo, tanto che mi sembra di portare dentro il petto l’Etna con tutta la sua foga. E tu, Galatea, resti impassibile!".

Dopo aver posto fine a questi vani lamenti, il Ciclope si alzò (dal mio posto io potevo vedere tutto) e come un toro furente per la perdita della sua compagna non riusciva a star fermo ma si aggirava per i boschi e per i pascoli ben noti; e a un tratto il mostro scorse me e Aci che non aspettavamo né temevamo una simile sorpresa. "Vi vedo!" urlò "E farò in modo che questo sia l’ultimo dei vostri incontri d’amore!" Gridò quella minaccia con una voce così tonante quanta si conveniva a un Ciclope infuriato: e ne rabbrividì l’Etna. Io, atterrita, mi tuffai nel mare che era lì a pochi passi, mentre il nipote del Simeto voltò precipitosamente le spalle e si mise a fuggire gridando: "Aiutami, ti prego, Galatea! Aiutatemi, genitori miei, e accoglietemi nel vostro regno, perché sto per morire!".

Il Ciclope lo inseguiva: svelse una parte di monte e gliela scagliò contro, e per quanto solo un piccolo frammento del macigno raggiungesse Aci, tuttavia lo seppellì completamente. Noi facemmo allora quell’unica cosa che i fati ci consentivano: demmo ad Aci la possibilità di assumere la natura del suo avo. Dal masso colava un sangue cupo: ma in breve tempo quel colore cominciò a svanire e a mutarsi in quello di un fiume turbato dal sopraggiungere della tempesta e poi gradualmente si schiarì ancor di più. Allora il masso che il liquido lambiva si spaccò e dalle fessure balzarono su alte fresche canne, mentre la gola della roccia era tutta un gorgogliare sonoro d’acqua. Miracolo! Ne emerse fino alla cintola un giovane, con le corna appena spuntate incoronate da canne intrecciate , ed era Aci, ma più grande e tutto azzurro nell’aspetto. Si, era proprio Aci, mutato in un fiume che conservò il suo nome".
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TEOCRITO, Idilli XI, Il Ciclope
 III sec. a. C.

Non c’è altro rimedio contro l’amore,

O Nicia, né unguento, a me pare, né polvere,

fuor che le Pieridi: rimedio lieve, e dolce, è questo

per i mortali, ma trovarlo non è facile.

Lo conosci bene tu, credo, che sei medico,

e caro oltremodo alle nove Muse.

Così dunque al meglio viveva il nostro Ciclope,

L’antico Polifemo, quando spasimava per Galatea,

e da poco la barba gli spuntava attorno alla bocca e sulle tempie.

Non con pomi o con rose o con riccioli manifestava l’amore,

ma con vere frenesie; e tutto il resto per lui non contava.

Molte volte dal verde pascolo le pecore tornavano sole

all’ovile; ed egli cantando Galatea

si struggeva sul lido algoso

si dall’aurora, tenendo nel cuore la tremenda ferita

che il dardo della possente Cipride gli aveva inferto in petto.

Ma trovò rimedio, e sopra un alta

roccia, lo sguardo verso il mare, cantava così:

"Fulgida Galatea, perché respingi chi t’ama,

tu più candida del latte cagliato, più morbida di un agnello,

più altera di un vitello, più brillante dell’uva acerba?

Qui ti aggiri, quando il dolce sonno mi avvince,

ma subito te ne vai, quando il dolce sonno m’abbandona;

e fuggi, come la pecora che ha visto un grigio lupo.

M’innamorai di te, ragazza, quando sulla montagna

con mia madre venisti a cogliere fiori

di giacinto, e io vi facevo da guida.

Anche dopo ti ho guardata, e non posso smettere

di amarti; ma a te non importa proprio nulla.

Seducente ragazza, comprendo perché fuggi:

è perché un irsuto sopracciglio sull’intera fronte

da un orecchio all’altro si stende, unico e lungo,

e sotto c’è un solo occhio, e largo è il mio naso sopra il labbro.

Ma anche se sono così, mille bestie porto a pascolare

e da esse il miglior latte mungo e bevo,

e il cacio né d’estate mi manca, né d’ autunno,

e neanche nel cuore dell’inverno, ma i graticci sono sempre stracolmi.

E come nessuno dei Ciclopi so suonare la zampogna,

cantando te mio dolce pomo, e insieme me stesso,

sovente fino a notte fonda. Undici cerbiatte allevo per te,

tutte col collare, e quattro orsacchiotti.

Vieni dunque da me, e ci guadagnerai;

lascia che il ceruleo mare si franga mugghiando sulla riva.

Più dolcemente nell’antro da me passerai la notte:

là sono i lauri, là sono gli ondeggianti cipressi,

l’edera scura e la vite dai dolci frutti,

e c’è l’acqua fresca, bevanda divina che per me

fa scendere dalla candida neve l’Etna selvoso.

Chi vorrebbe avere, in cambio di tutto questo, il mare e le onde?

E se ti appaio troppo irsuto,

ho legno di quercia, e sotto la cenere un fuoco inestinguibile;

da te sopporterei che mi bruciassi l’anima,

e l’unico occhio, di cui niente a me è più caro.

Ah, che sfortuna che mia madre non mi abbia generato con le branchie!

Mi tufferei per venire da te, e ti bacerei la mano,

se mi rifiuti la bocca, e gigli bianchi ti porterei,

o teneri papaveri dai rossi petali.

Ma questi fioriscono d’estate, quelli d’inverno,

E così non potrei portateli tutti assieme.

Ora voglio subito imparare a nuotare, ragazza,

se capita qui con la nave un forestiero;

così vedrò che gusto c’è per voi ad abitare nell’abisso.

Oh, se volessi uscire, Galatea, e dimenticare,

come me che sto qui seduto, di tornartene a casa,

e le greggi con me volessi pascolare, e mungere il latte,

e preparare il cacio con il caglio acido!

Mia madre soltanto mi fa torto, e con lei me la prendo,

perché mai una volta ti ha detto una buona parola per me;

eppure vede che giorno dopo giorno mi consumo.

Dirò che nella testa e nei piedi

mi sento battere; così ne sarà afflitta, perché anch’io mi affliggo.

Ciclope, Ciclope, dove te ne sei volato con la mente?

Se piuttosto andassi a intrecciare canestri e a cogliere germogli

da portare alle agnelle, avresti molto più senno.

Mungi quella che ti è vicina; perché insegui chi fugge?

Un’ altra Galatea troverai, forse ancor più bella.

Molte ragazze mi invitano a giocare con loro la notte,

e ridono tutte, quando le ascolto.

E’ chiaro che sulla terra anch’io, a quanto pare, sono qualcuno".

Così Polifemo pasceva il suo amore

cantando, e meglio viveva che se avesse speso dell’oro.



Gioacchino Ascoli un benefattore dal triste destino



 Gioacchino Ascoli nacque a Massa nel marzo del 1824, figlio di Ester Monselles e di Moisè, in una  famiglia israelita, di origini modenesi, arricchitasi col commercio dei tessuti: in via Etrusca, attuale Alberica, possedevano una filatura di cotone, e poi nel settore del lapideo con cave e laboratori. 

Giovanni Sforza, direttore dell’Archivio di Stato di Massa, li annovera tra i maggiori benefattori della città, tanto da scrivere il loro nome “in lettere d’oro”. 

Al termine degli studi scolastici, si laureò in lettere,  ma persistenti crisi depressive lo costrinsero a trasferirsi a Milano per affidarsi  alle cure dal professor Verga che lo seguirà per alcuni anni. fino alla completa guarigione.

 Tuttavia sarà proprio il  riacutizzarsi della malattia a portarlo al suicidio, nel 1887 che Gioacchino Ascoli compirà  a Massa, nella villa di Castagnetola, all’epoca residenza dei Carmi, famiglia di ebrei industriali nel lapideo. 

La stampa ne dette così notizia : “Stamani un luttuoso avvenimento ha contristato la città di Massa. Il ricchissimo possidente Ascoli, si è suicidato tagliandosi la gola. Ieri stava benissimo e questa mattina si è levato dicendo di non avere più nulla ed era un povero diavolo!” 

Era il 7 luglio del 1887 e Gioacchino aveva 63 anni: le sue spoglie dimorano nel cimitero del Mirteto. Celibe, nel testamento olografo lasciò scritto che gran parte dei suoi beni fossero destinati alla costruzione di un ricovero per anziani da denominarsi “Opera Pia Gioacchino Ascoli”. 

Nel 1899 fu posta la prima pietra nel terreno a fianco dell’ospedale e il 20 maggio 1901 avvenne l’inaugurazione.  A suo ricordo fu commissionato allo scultore Alessandro Lazzerini un busto marmoreo, oggi collocato all’ingresso di Casa Ascoli ai Quercioli. 

Inoltre una lapide è affissa sulla facciata della sua abitazione di via Alberica, e un’altra, completa di busto, è collocata nell’androne dell’antico municipio di piazza Mercurio. 

Il comune di Massa ha a lui dedicato la strada a Marina di Massa che collega il viale  Vespucci con Via Aulla.

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Gioacchino Ascoli (nato a Massa nel 1824 e morto nel 1887) 

è stato un importante benefattore massese.

 Con il suo testamento ha donato i suoi beni per creare un ospizio per i poveri e gli anziani, che oggi è diventato l'Azienda Pubblica di Servizi alla Persona nota come Casa G. Ascoli.

La Vita e la Famiglia

Nacque a Massa nel marzo del 1824 da una famiglia ebraica attiva nel commercio di tessuti e nel settore lapideo.

Si laureò in lettere.

Visse a Milano per curarsi da problemi di salute prima di tornare ed esprimere le sue volontà benefiche.

L'Opera Benefica

Nel testamento lasciò i suoi beni alla Congregazione di Carità di Massa.

Nacque così l'Opera Pia Giovacchino Ascoli per dare rifugio e aiuto alle persone bisognose.

La struttura fu inaugurata nel 1901 vicino all'ospedale della città.

Oggi il sito ufficiale di Casa Ascoli continua questa missione offrendo servizi di residenza sanitaria assistenziale (RSA) e centro diurno per anziani

https://www.ascoliasp.it/1/rsa-casa-gascoli.html

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e dire che luqui sarebbe un mio antenato ... 

PERCHÉ LA NAZIONALE ITALIANA DI CALCIO INDOSSA LA MAGLIA AZZURRA?

 PERCHÉ LA NAZIONALE ITALIANA DI CALCIO INDOSSA LA MAGLIA AZZURRA?








La maglia azzurra della Nazionale italiana di calcio deriva dall'azzurro Savoia, il colore della famiglia reale che ha unificato e governato l'Italia fino al 1946. 

Adottato per la prima volta il 6 gennaio 1911 in una partita contro l'Ungheria, è diventato il simbolo di tutti gli atleti italiani.

Origini della maglia



Nelle prime due partite del 1910, l'Italia giocò con una maglia bianca.

Il 6 gennaio 1911 a Milano, la squadra indossò l'azzurro in onore di Casa Savoia.

La casata reale aveva scelto questo colore nel Trecento, ispirandosi al manto della Madonna.

Evoluzione e diffusione

Il colore è rimasto anche dopo la nascita della Repubblica Italiana.

È stato esteso a quasi tutte le discipline sportive italiane.

Gli atleti italiani sono chiamati per questo "gli Azzurri"


https://it.wikipedia.org/wiki/Maglia_azzurra

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La tenuta di molte nazionali di calcio ha i colori presenti nella bandiera della nazione che rappresentano, allora perché la nazionale italiana di calcio indossa i colori azzurri invece che quelli del tricolore?

La prima volta che la nazionale calcistica italiana indossa la maglia azzurra fu il 06 gennaio 1911, in occasione dell’incontro contro la nazionale ungherese persa 1 a 0.

Ci sono almeno quattro ipotesi sulla scelta del colore azzurro per la divisa della nazionale italiana. 

La prima, a mio parere poco plausibile, è che si volesse riprendere i colori della nazionale francese (i colori francesi sono blu, quelli italiani sono azzurri).

La seconda, anche questa poco plausibile secondo me, in onore del colore azzurro dei mari italiani.

La terza ipotesi è molto affascinante e la spiego meglio al sottotitolo Prima dell’azzurro.

La quarta ipotesi è sicuramente la più attendibile. Fonti storiche attestano che il colore azzurro sia stato scelto in onore di casa Savoia. 

I SAVOIA E LA MAGLIA AZZURRA Il colore azzurro Savoia è il colore che rappresenta il loro casato dal 1360. I Savoia erano devoti a Maria Vergine, che tradizionalmente indossa un manto azzurro.

Nel 1911, quando la nazionale calcistica indossa per la prima volta la maglia azzurra, aveva cucita sulla parte sinistra del petto, la grande croce sabauda; quest’ultima venne poi eliminata e nel 1947 venne sostituita da uno scudetto tricolore.

PRIMA DELL’AZZURRO Nel 1910 esordì la nazionale italiana di calcio indossando una divisa di colore bianco con nastro tricolore appuntato sopra.

La mattina del 06 gennaio 1911, la città di Milano fu colpita da una forte nevicata. Quel giorno, la nazionale italiana era impegnata in un incontro calcistico a Milano contro la nazionale di calcio ungherese. Le maglie bianche avrebbero confuso i giocatori con l’ambiente circostante imbiancato dalla nevicata e dalla nebbia che contraddistingue la città milanese. Si optò così per giocare con la maglia azzurra.

CURIOSITÀ STORICHE La prima disciplina sportiva ad adottare la maglia azzurra fu il calcio nel 1911; per le altre discipline, con alcune eccezioni, bisogna attendere le Olimpiadi del 1932. 

Nel 1910, all’esordio della nazionale italiana di calcio, nel momento di decidere il colore della tenuta di gioco, la leggenda vuole che si opto per il bianco, il colore della casacca del club più forte dell’epoca, la Pro Vercelli mentre fonti storiche attestano che, siccome non si era raggiunto un accordo, si decise di lasciare la divisa di un colore neutro, il bianco.

PICCOLA PARENTESI STORICA il 17 febbraio 1935 la nazionale italiana, nella partita amichevole con la Francia, ha indossato una casacca completamente nera, voluta da Mussolini.

Questa casacca venne poi indossata nei Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 e nella seconda gara dei mondiali nel 1938.

ALCUNE ECCEZIONI Alcune discipline sportive italiane fanno eccezione nell’uso del colore azzurro per le loro divise, e sono: l’automobilismo che come colore tradizionale ha il rosso; il ciclismo adotta in modo sempre più frequente la divisa bianca; infine, le squadre degli sport invernali indossano talvolta uniformi bianche o rosse






FERRAGOSTO perchè si festeggia ?

 FERRAGOSTO

Ti sei mai chiesto perché si festeggia il Ferragosto? Cosa si festeggia in questa data? E quali sono le origini di questa festa?


Nel VII secolo il cristianesimo inizia a celebrare l’Assunzione di Maria, ovvero l’ascesa di Maria in cielo e, solo nel 1950 si istituisce il dogma secondo cui la madre del Cristo ebbe accesso in cielo non in spirito ma con il suo corpo carnale.


Ma perché si chiama Ferragosto? Per rispondere a questa domanda bisogna andare alle origini della festa.

Al tempo dei romani nel mese di agosto si celebrava il dio Conso, dio del grano, per celebrare i granai carichi di raccolti.

Durante questi festeggiamenti, che duravano qualche giorno, si scambiavano regali e si pronunciava la frase "Bonas ferias consulales". 

Con il passare del tempo, questo mese prende il nome di agosto in onore dell’imperatore Ottaviano Augusto che, nel 18 a.C., collega questi festeggiamenti ad altre feste del mese dando l’opportunità ai lavoratori di riposarsi dalle fatiche dei campi per quasi tutto il mese e celebrare i raccolti. Durante questo periodo la frase "Bonas ferias consulales" venne sostituita da "Bonas feria augustales", ovvero Buone ferie o feste di Augusto, molto simile al nostro Ferragosto.

In tutto l’impero romano, durante i festeggiamenti si istituivano corse di cavalli, asini e muli adornati di fiori con colori sgargianti e questa tradizione continua ancora oggi,  come ad esempio il Palio di Siena che si svolge il 16 agosto.

Solo con l’avvento del cristianesimo questa festa spostò l’attenzione dal raccolto a Maria e fissò la data al 15 agosto.

https://it.wikipedia.org/wiki/Ferragosto

https://www.treccani.it/enciclopedia/ferragosto_%28Enciclopedia-Italiana%29/

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Buon Ferragosto atutti!