ciao a tutti, in queste pagine verrà pubblicato ogni tanto il fumetto l'osteria di Ulisse oltre a recensione di materiale vario .tipo cinema,concerti uscite dvd video, cd, blu ray, vip personaggi famosi tv gossip sport, calcio, meteo satellite schede, dibattiti sondaggi, high tech, playstation , xbox, console, turismo, orari, borsa, giardinaggio, hobby, teatro, lirica, musica, umorismo di bassa lega, discorsi a bischero e altro accorrete in alcune centinaia di migliaia ( non di piu )
C’è un argomento che nella ristorazione viene spesso nascosto sotto il tappeto.
Anzi, sotto il tappetino antiscivolo della cucina, tra olio, sudore, stanchezza, nervi scoperti e turni che sembrano progettati da qualcuno con seri problemi irrisolti con l’umanità.
Parliamo dell’instabilità umorale dei cuochi.
Parliamo di alcol.
Di cocaina.
Di psicofarmaci.
Ma parliamo anche di una cosa ancora più scomoda: molti cuochi sono instabili anche quando non bevono, non si drogano e non assumono nulla.
Perché il problema non è soltanto la sostanza.
Il problema è la vita che conducono.
Una vita al contrario.
Una vita fuori asse.
Una vita dove il corpo, la mente e le emozioni vengono continuamente spinti contro natura.
Quando gli altri festeggiano, il cuoco lavora.
Quando gli altri mangiano, il cuoco corre.
Quando gli altri dormono, il cuoco cerca di calmare l’adrenalina.
Quando gli altri vanno in vacanza, il cuoco entra nel periodo peggiore dell’anno.
E poi ci si stupisce se dentro le cucine aumentano nervosismo, rabbia, ansia, sbalzi d’umore, isolamento, dipendenze e fragilità psicologiche.
Ma davvero?
Che scoperta meravigliosa: prendi una persona, falla lavorare dodici o quattordici ore al giorno, chiudila in un ambiente caldo, rumoroso, gerarchico, stressante, pieno di pressioni, responsabilità, coltelli, fuoco, olio bollente, clienti nervosi, titolari confusi e personale insufficiente.
Poi pretendiamo pure che sia stabile, sorridente, equilibrata e profumata di lavanda.
Geniale.
La cucina professionale viene raccontata come un tempio della creatività, della tecnica e dell’eccellenza.
Ed è anche questo.
Ma non è solo questo.
Dietro un piatto perfetto c’è spesso un corpo distrutto.
Dietro una brigata affiatata c’è spesso una guerra silenziosa. Dietro la bellezza del servizio c’è una tensione continua che pochi clienti possono immaginare.
Perché la cucina non finisce quando esce l’ultimo piatto.
La cucina continua nella testa.
Continua nel battito accelerato.
Continua nella difficoltà di dormire.
Continua nella birra dopo servizio.
Nel bicchiere per “staccare”.
Nella sostanza per “reggere”.
Nella pastiglia per “calmarsi”.
Ma continua anche in chi non tocca nulla.
Perché un cuoco può essere completamente sobrio e comunque vivere dentro uno squilibrio costante.
Può non bere e avere il sonno distrutto.
Può non drogarsi e avere il sistema nervoso sempre acceso. Può non assumere psicofarmaci e sentirsi comunque nervoso, irritabile, apatico, ansioso, svuotato.
Può essere pulito da ogni sostanza, ma intossicato da turni impossibili, pressioni continue, vita privata inesistente e stress cronico.
E questa è la parte che molti non vogliono capire.
Non tutta l’instabilità nasce dall’abuso.
A volte nasce dal mestiere stesso, quando il mestiere viene organizzato male, pagato male, rispettato poco e vissuto come una forma di sacrificio permanente.
Il problema non è il singolo cuoco fragile.
Il problema è un sistema che per anni ha trasformato la sofferenza in identità professionale.
“Devi resistere.”
“Devi tenere botta.”
“Devi farti le ossa.”
“Se non ce la fai, questo mestiere non fa per te.”
Frasi ripetute come comandamenti da una categoria che troppo spesso ha confuso la durezza con la professionalità.
Ma resistere non significa distruggersi.
Lavorare tanto non significa annullarsi.
Essere cuochi non dovrebbe voler dire rinunciare alla salute mentale, alla vita privata, al sonno, agli affetti, alla lucidità.
E invece, in molte cucine, questa è stata la normalità.
Il rito del dopo servizio è uno dei passaggi più delicati.
La birra con la brigata.
Lo shot per scaricare.
Il bicchiere per sentirsi parte del gruppo.
All’inizio sembra convivialità.
Poi, per qualcuno, diventa dipendenza travestita da appartenenza.
Perché in cucina il confine tra sfogo e abuso può diventare sottile.
Sottilissimo.
E quando l’alcol non basta più, qualcuno cerca altro.
La cocaina per restare sveglio.
Gli psicofarmaci per dormire.
La cannabis per rallentare.
Gli stimolanti per attraversare turni impossibili.
Non come vizio da raccontare con aria maledetta.
Ma come stampella.
Come anestesia.
Come tentativo disperato di stare in piedi dentro un ritmo che non è umano.
Per anni abbiamo anche romanticizzato questa figura dello chef autodistruttivo.
Il genio tormentato.
Il cuoco maledetto.
L’artista che vive senza limiti.
Questa narrazione ha fatto danni enormi.
Perché ha trasformato il disagio in fascino.
La dipendenza in carattere.
La sofferenza in talento.
Ma non c’è niente di poetico in una persona che si consuma.
Non c’è niente di eroico in un cuoco che non dorme, non mangia bene, non ha relazioni sane, non riesce più a stare fermo, non sa più chi è fuori dalla cucina.
Il mestiere del cuoco è già abbastanza duro senza doverlo pure mitizzare come una forma elegante di autodistruzione.
La verità è che molti cuochi vivono in una condizione biologicamente innaturale.
Mangiano a orari sballati.
Dormono male.
Vivono chiusi quando fuori c’è vita.
Stanno in piedi per ore.
Assorbono stress continuo.
Subiscono giudizi costanti.
Hanno poco tempo per elaborare emozioni, fallimenti, lutti, relazioni, paure, solitudini.
E quando una persona non elabora, accumula.
Quando accumula, esplode.
Oppure si spegne.
Ed ecco l’instabilità umorale.
La rabbia improvvisa.
Il silenzio.
La paranoia.
La tristezza.
L’ansia.
La sensazione di essere sempre sotto attacco.
Il bisogno di controllo.
La difficoltà a stare con gli altri fuori dal lavoro.
Non sempre è carattere.
Non sempre è arroganza.
Non sempre è “è fatto così”.
A volte è semplicemente un essere umano portato troppo a lungo oltre il limite.
Questo non significa giustificare tutto.
Chi lavora in cucina ha comunque una responsabilità verso sé stesso, verso la brigata, verso i clienti e verso la sicurezza.
Fuoco, lame, olio bollente e macchinari non perdonano.
Lavorare alterati è pericoloso.
Per sé.
Per gli altri.
Per tutta la squadra.
Ma giudicare senza capire è l’ennesima forma di superficialità, sport nazionale ormai praticato anche da chi non sa bollire un uovo senza aprire un dibattito su Instagram.
Bisogna avere il coraggio di dire che il problema esiste.
Senza vergogna.
Senza moralismo.
Senza fare finta che nelle cucine ci siano solo talento, passione e belle fotografie con la pinzetta in mano.
Le cucine devono cambiare cultura.
Servono turni più umani.
Riposi veri.
Contratti dignitosi.
Leadership meno tossiche.
Scuole alberghiere che parlino anche di salute mentale, dipendenze, gestione dello stress, sonno, alimentazione, relazioni di brigata.
Serve una nuova idea di chef.
Non il capo che urla.
Non il martire che si distrugge.
Non il personaggio maledetto che confonde il caos con il carisma.
Il vero leader oggi è chi costruisce un ambiente sano.
Chi protegge la brigata.
Chi riconosce i segnali di cedimento.
Chi non umilia.
Chi non normalizza l’abuso.
Chi sa dire: fermiamoci, così non va bene.
Perché una cucina può essere un luogo meraviglioso.
Può creare bellezza.
Può generare cultura.
Può raccontare un territorio, una memoria, una comunità.
Ma se non cambia il suo rapporto con il corpo e con la mente di chi ci lavora dentro, continuerà a produrre piatti perfetti e persone rotte.
Anche persone sobrie.
Anche persone disciplinate.
Anche persone che amano profondamente questo mestiere.
E allora forse è arrivato il momento di smetterla con questa retorica del sacrificio eterno.
Il cuoco non è una macchina.
Non è un soldato.
Non è un animale da servizio.
È una persona.
E una persona, per creare bellezza, deve restare viva dentro.
Non solo in piedi.
Viva.
Questo articolo ha finalità di sensibilizzazione. Non sostituisce il parere di medici, psicologi o professionisti qualificati. Se una persona sta affrontando problemi legati ad alcol, droghe, psicofarmaci, ansia, depressione o dipendenze, è fondamentale rivolgersi ai servizi sanitari e a professionisti competenti.
foto provenienti dai più' disparati luoghi raffiguranti cose, persone etc. aventi come soggetto di tutto o il nulla totale , foto rubate e non, scatti rari o visti e stravisti ,foto con commento o senza , foto messe con un criterio preciso oppure buttate lì a casaccio, foto che non sono foto e foto disegnate, in tutti i casi foto et affini per tutti e per nessuno.
Quando suo marito, dopo diciassette anni di matrimonio, morì improvvisamente nel 1968, una delle più grandi star del mondo si sedette con gli avvocati, aspettandosi di rivedere la fortuna che aveva passato una vita a guadagnare.
Invece, aprì una busta e scoprì di essere sul lastrico. Ogni dollaro era sparito. E un debito di quasi mezzo milione di dollari le pendeva sulla testa.
L'uomo che glielo aveva fatto era la persona di cui si era fidata di più al mondo...
Il suo nome era Doris Day. E nel 1968 era una regina di Hollywood: la star di dozzine di film amatissimi, una delle attrici con il maggior incasso in America per anni consecutivi, una leggenda della discografia il cui brano simbolo, "Que Sera, Sera", era conosciuto in ogni angolo del globo.
Per diciassette anni, aveva dato il controllo totale dei suoi soldi e della sua carriera al suo terzo marito e manager, Martin Melcher. Si fidava ciecamente di lui. Firmava tutto ciò che lui le metteva davanti senza leggerlo. Era convinta che fosse questo ciò che dovesse fare una moglie devota.
Poi Melcher morì e la verità venne a galla.
Fu suo figlio Terry a doverle dare la notizia. Martin Melcher, insieme al suo avvocato e socio in affari Jerome Rosenthal, l'avevano prosciugata per quasi vent'anni. La sua enorme fortuna circa venti milioni di dollari era sparita. L'avevano incanalata in un cimitero di progetti fallimentari: pozzi petroliferi prosciugati, alberghi in bancarotta, affari immobiliari senza valore, un cattivo investimento dopo l'altro.
Avevano persino ipotecato i suoi contratti discografici, prendendo soldi per canzoni che lei non aveva ancora inciso.
E quando finalmente si fecero i conti, Doris Day, una delle donne più famose del mondo, non era solo al verde. Aveva un debito di circa mezzo milione di dollari.
Ma Melcher le aveva lasciato un'altra devastante sorpresa.
A sua insaputa, l'aveva ingaggiata per una serie televisiva settimanale per la CBS, impegnandola per iscritto in una sitcom che non aveva mai accettato e mai voluto. Lui aveva già riscosso e speso l'anticipo. E lei scoprì tutto questo poche settimane prima dell'inizio delle riprese. Se si fosse rifiutata, avrebbe potuto essere citata per la violazione di un contratto che non aveva mai nemmeno visto.
Aveva quarantasei anni. Era in lutto per il marito che aveva amato. Era al verde, umiliata e tradita fino al midollo.
La maggior parte delle persone si sarebbe sgretolata. Doris Day andò a lavorare.
The Doris Day Show debuttò nel settembre del 1968: una commedia leggera che parlava, tra l'altro, di una vedova che si ricostruiva una vita. E così l'America si sintonizzò ogni settimana per guardare una donna sorridente, raggiante e rassicurante, senza avere la minima idea che stavano guardando qualcuno che lottava per la propria sopravvivenza finanziaria nella vita reale. Dietro ogni scena allegra c'era una donna che aveva perso tutto per mano dell'uomo di cui si era fidata di più e che si rifiutava di far vedere tutto ciò al pubblico.
Lo show divenne un successo e durò cinque stagioni. Episodio dopo episodio, stipendio dopo stipendio, cominciò a risalire la china.
E poi fece qualcos'altro. Combatté.
Nel 1974, Doris Day citò in giudizio Jerome Rosenthal per frode e negligenza professionale. Il processo fu uno dei più lunghi del suo genere nella storia della California una maratona che si protrasse per novantanove giorni. E le prove emerse furono schiaccianti: i contratti nascosti, gli investimenti camuffati, il sistematico prosciugamento di tutto ciò che aveva guadagnato durante una carriera brillante.
Il tribunale si espresse in modo deciso a suo favore. La sentenza fu enorme per l'epoca circa ventidue milioni di dollari assegnati a Doris Day per ciò che le era stato fatto.
Vincere la causa, però, e ricevere i soldi erano due cose molto diverse. Rosenthal dichiarò bancarotta e impantanò il caso in appelli per anni; alla fine, Day raggiunse un accordo con le sue assicurazioni per una frazione di quanto le spettava, pagata lentamente nell'arco di più di due decenni. Ma ci fu anche una giustizia più profonda. Jerome Rosenthal, l'artefice della sua rovina, fu infine radiato dall'albo degli avvocati espulso, la sua carriera distrutta, dalla stessa professione che aveva disonorato.
All'inizio degli anni '80, dopo più di un decennio di lotte, Doris Day era finalmente di nuovo in piedi. Era sopravvissuta. Aveva vinto. E poi fece ciò che Hollywood non riusciva a capire.
Se ne andò.
Niente tour d'addio. Niente album di ritorno. Nessun disperato aggrapparsi alla fama che aveva avuto. Doris Day lasciò il mondo del cinema, si trasferì nella tranquilla cittadina costiera di Carmel-by-the-Sea, in California, e non guardò mai davvero indietro. Mentre altre star inseguivano i riflettori fino alla fine, lei scelse qualcosa di completamente diverso.
Scelse gli animali.
Cani, gatti, cavalli qualsiasi creatura avesse bisogno di essere salvata. Contribuì a gestire un hotel che accoglieva gli animali domestici decenni prima che fosse un'idea alla moda, e fondò la Doris Day Animal Foundation, che ancora oggi sostiene iniziative di salvataggio degli animali. Trascorse gli ultimi capitoli della sua vita circondata dagli animali che curava, trovando una pace nella gentilezza che nessuna quantità di applausi le aveva mai dato.
Suo figlio Terry disse in seguito qualcosa che colpisce duro: che la morte improvvisa del padre potrebbe averla, in un certo senso terribile, salvata. Perché rivelò la frode quando ancora c'era tempo quando era ancora abbastanza giovane per lavorare e abbastanza forte per combattere e ricostruire.
Quando Doris Day morì nel 2019, all'età di novantasette anni, il mondo ricordò i film, la voce e quel sorriso abbagliante. Ma la sua vera eredità è una cosa più silenziosa. Sta in ciò che fece quando tutto crollò: si presentò, lavorò, lottò per la giustizia e poi scelse, alle sue condizioni, una vita che per lei significava più della fama.
"Que Sera, Sera", la sua canzone simbolo, significa "qualsiasi cosa sarà, sarà". Ma Doris Day dimostrò qualcosa di ancora più bello: che ciò che è stato non decide ciò che verrà. Puoi perdere tutto e comunque ricostruire. Puoi essere tradito dalla persona a te più vicina e scegliere comunque, alla fine, di riempire la tua vita con la gentilezza.
Doris Day, pseudonimo di Doris Mary Anne Kappelhoff (Cincinnati, 3 aprile 1922 – Carmel-by-the-Sea, 13 maggio 2019, è stata un'attrice e cantante statunitense.
Con all'attivo 39 film tra il 1948 e il 1968, oltre 75 ore di programmi televisivi e la registrazione di più di 650 canzoni, la carriera di Doris Day è stata coronata da numerosi premi, tra cui un Golden Globe, un Grammy Award e una candidatura al premio Oscar. Raggiunse il successo radiofonico e discografico negli anni quaranta come cantante di Big Band, successivamente come attrice cinematografica e poi dai tardi anni sessanta come personaggio televisivo, sempre con un largo seguito di pubblico, anche a livello internazionale. Nota come la tipica "fidanzata d'America", con la sua potente e duratura immagine di bionda vivace, intraprendente, esuberante e orgogliosa, e con la sua abilità nella recitazione, nel canto e nella danza, è stata tra le attrici statunitensi di maggiore successo degli anni cinquanta e sessanta, a suo agio sia nel genere drammatico sia in quello, largamente più sfruttato dai produttori, della commedia.
C'è un ciclope che canta, seduto su uno scoglio a picco sul mare, canta l'amore per una ninfa che non lo guarderà mai.
Si chiama Polifemo, è lo stesso mostro che conosciamo, enorme, con un occhio solo, quello che Odisseo accecherà in un'altra storia.
Ma qui non c'è Odisseo, non c'è il sangue dei compagni, non c'è la caverna.
Qui c'è un gigante innamorato che sa di non poter essere amato.
Ama Galatea, una ninfa del mare, candida, giovane, luminosa, in fondo tutto ciò che lui non è.
Galatea non lo ama, ama Aci, un pastore, un ragazzo dolce e mortale, e Polifemo lo sa, li vede, conosce la propria sconfitta ancor prima di dichiararsi.
Comincia comunque a curarsi, il mostro.
Piega la barba ispida con un rastrello, taglia i capelli irsuti con la falce, si specchia nell'acqua per vedersi, cerca in sé qualcosa che possa piacere.
Polifemo canta, le offre tutto ciò che ha, le sue greggi innumerevoli, il latte che non gli manca mai, le mele degli alberi, le fragole del bosco, l'uva, i cerbiatti addomesticati, le promette una montagna di doni e una caverna piena di ricchezze.
È come un ragazzo goffo che elenca tutto quello che possiede sperando che qualcosa basti.
Poi, nello stesso canto, la verità che lo tradisce.
Elenca la propria grandezza come un pregio, l'occhio unico come uno scudo, e in quell'elenco c'è la resa, perché chi deve dimostrare di essere bello sa già di non esserlo.
Polifemo sa di essere un mostro, non è cieco, si è visto nell'acqua, ha misurato la propria enormità, conosce lo sguardo che gli altri gli rivolgono, ma ama lo stesso, desidera lo stesso, canta lo stesso.
Questa è la sua ferita, non la mostruosità, il suo dolore è desiderare pur sapendo di non poter essere ricambiato.
Se la storia finisse qui, Polifemo sarebbe solo doloroso.
Ma non finisce qui.
Un giorno li sorprende insieme, Galatea e Aci, distesi, vicini, e vede con i suoi occhi ciò che sapeva ma non voleva ammettere a sé stesso.
Qualcosa in lui si spezza.
Non canta più, si alza, la montagna intera trema sotto di lui, strappa un masso dal fianco del monte e lo scaglia su Aci.
Con quel masso, uccide il ragazzo che era stato scelto al suo posto.
Galatea trasformerà il sangue dell'amato in un fiume, un'acqua limpida che ancora scorre alle pendici dell'Etna.
Ma Aci è morto, e Polifemo resta ciò che era, con il suo occhio solo, davanti al mare.
La sua consapevolezza non lo ha fermato, sapeva di essere un mostro, e proprio perché lo sapeva, quando ha visto l'altro amato al suo posto non ha retto.
Polifemo è la ferita di chi si sente irrimediabilmente sbagliato ed escluso in partenza, ma ama comunque, e a volte non regge il peso di vedere l'altro scegliere qualcuno di più semplice da amare.
Il pericolo è nel dolore di non essere scelti, che può rovesciarsi in rabbia.
Sapere di non poter essere amati è una ferita, ma la consapevolezza da sola non salva, non basta conoscersi per diventare migliori.
Il dolore non è una colpa, ma quello che se ne fa può diventarlo.
Polifemo, che pure aveva cantato e sperato, alla fine ha scelto il masso.
A lei una volta Galatea, mentre si faceva pettinare i capelli, rivolse, tra molti sospiri, queste parole: "Quelli che aspirano alla tua mano, fanciulla, sono uomini di una razza civile, a cui puoi tranquillamente opporre un rifiuto, come appunto fai. Io invece, per quanto abbia come padre Nereo e come madre la cerulea Doride e abbia anche una schiera di sorelle che mi difendono, solo a prezzo di molto pianto sono riuscita a sfuggire alla persecuzione amorosa del Ciclope".
Le lacrime le impedirono di proseguire; Scilla gliele asciugò con le sue candide dita e consolandola la invitò a continuare: "Raccontami tutto, carissima, e non nascondermi la causa della tua angoscia: lo sai che ti sono tanto amica!". La Nereide assecondò la richiesta della figlia di Crateide.
"Figlio di un Fauno e di una ninfa del Simeto, Aci era la gioia di suo padre e di sua madre e ancor di più la mia: esclusivamente a me si era legato. Era bello, aveva compiuto sedici anni e aveva le tenere guance appena coperte da un’incerta peluria. Io non desideravo che lui e il Ciclope invece perseguitava me. Se mi chiedessi se in me fosse più grande l’odio per il Ciclope o l’amore per Aci, non saprei dirtelo: erano due sentimenti ugualmente forti. Come è grande la tua potenza, o alma Venere! Quel mostro feroce, che faceva ribrezzo perfino alle selve, che nessun ospite aveva visitato se non a caro prezzo, che disprezzava l’Olimpo con tutti gli dei, conobbe l’amore: e ardeva tutto, preso dalla passione per me, senza più ricordarsi delle sue pecore e della sua spelonca. Ed ecco, Polifemo, che cominci a pensare al tuo aspetto, ti preoccupi di piacere, ti pettini col rastrello gli ispidi capelli, ti tagli con la falce gli irti peli della barba, ti metti a rimirare in uno specchio d’acqua il tuo volto feroce e ad atteggiarlo studiatamente. Ti disinteressi di colpo delle stragi crudeli, ti passa la sete insaziabile di sangue: le navi vanno e vengono senza pericolo. In quel tempo Telemo, che era sbarcato in Sicilia nella zona dell’Etna, Telemo figlio di Eurimo che mai si era sbagliato nell’interpretare gli auspici, si recò dal tremendo Polifemo e gli predisse: "Quell’unico occhio che ti porti in mezzo alla fronte, Ulisse te lo porterà via!". Rise il Ciclope e rispose: "Ti sbagli, stoltissimo fra gli indovini, c’è già un’ altra che me l’ha preso!". Così non tenne in alcun conto chi invano gli prediceva il vero: e continuava a misurare a grandi passi il lido o ritornava stanco all’ombra della sua spelonca. Vi è un altura che si protende sul mare e vi si incunea profondamente con uno sperone, tutto intorno al quale battono le onde. Vi salì il feroce Ciclope e vi si sedette nel mezzo, seguito dalle sue pecore lanose, che pur non si preoccupava di guidare. Depose ai suoi piedi il pino che gli serviva da bastone, un albero che avrebbe potuto sostenere dei pennoni, e prese in mano la zampogna fatta di mille canne collegate: tutti i monti risonarono allora dei sibili della melodia pastorale e ne risonarono le onde. Io che stavo nascosta dietro una rupe, seduta in grembo al mio Aci, colsi da lontano le parole che giungevano al mio orecchio e ancora le ricordo.
Tale era il canto: "O Galatea, più candida dei petali del niveo ligustro, più fiorente dei prati, più slanciata di un esile ontano, più splendente del cristallo, più vivace di un tenero capretto, più liscia delle conchiglie levigate dal continuo moto delle onde, più gradita del sole in inverno e dell’ombra d’estate, più eccellente della frutta, più maestosa di un alto platano, più trasparente del ghiaccio, più dolce dell’uva matura, più morbida delle piume del cigno e del latte cagliato e più bella di un giardino irrigato, se non mi fuggissi! Ma tu, la stessa Galatea, sei anche più crudele dei giovenchi selvaggi, più dura di una vecchia quercia, più ingannevole delle onde, più sfuggente delle verghe del salice e della vitalba, più irremovibile di questi scogli, più violenta della corrente dei fiumi, più superba del pavone tanto ammirato, più pungente della fiamma, più aspra di un roveto, più aggressiva di un orsa che ha appena partorito, più indifferente del mare, più crudele di un serpente calpestato, e inoltre, e questa è la caratteristica che vorrei soprattutto poterti togliere, più veloce nella fuga non solo di un cervo incalzato da sonanti latrati, ma anche dei venti e della brezza alata.
Ah! Ma se tu mi conoscessi bene, ti pentiresti di essere sempre fuggita e tu stessa condanneresti i tuoi indugi e tenteresti di trattenermi. Posseggo una caverna, una parte della montagna, scavata nella roccia viva, in cui in piena estate non si sente la calura né d’inverno il freddo; ho tanta frutta da far piegare i rami degli alberi; ho interi filari di uva dorata e di uva porporina: è tutto per te. Potrai cogliere con le tue mani le morbide fragole spuntate sotto i cespugli e d’autunno le corniole e le prugne, sia quelle comuni, piene di nero succo, sia quelle più pregiate che sembrano fatte di cera fresca. Se mi sposerai, non ti mancheranno le castagne né i frutti del corbezzolo: tutti gli alberi saranno al tuo servizio. Queste pecore che vedi sono tutte mie, ma ne ho molte altre che pascolano nelle valli, molte che si rintanano nelle selve o nelle grotte: anche se me lo chiedessi, non saprei dirti quanto siano. Solo chi è povero conta le sue pecore! Se io mi mettessi a esaltare le qualità della mie, non mi crederesti: ma se vorrai potrai constatare di persona come facciano fatica a camminare, tanto sono gonfie le loro poppe. E poi ci sono i piccoli: al caldo in un ovile gli agnelli, in altri i capretti della stessa età. Non mi manca mai il candido latte: parte lo riservo per bere, parte invece lo solidifico, sciogliendovi dentro del caglio. E non avrai solo doni banali che sono alla portata di tutti, come daini, lepri, un capro, un paio di colombe, un nido strappato alla cima di un albero! No: ho trovato in vetta ai monti due cuccioli di un orsa irsuta, con cui potrai giocare, tanto simili tra loro che stenterai a distinguerli. Appena li ho trovati mi son detto: "Questi li terrò da parte per la mia signora!". Orsù, sbuca fuori dal mare azzurro col tuo capo splendente! Vieni, Galatea, e non disprezzar i doni che ti offro! Io mi conosco bene, sai! Mi sono appena specchiato nell’acqua trasparente e il mio aspetto non mi è dispiaciuto affatto. Guarda come sono grande! Nemmeno Giove su nel cielo vanta un corpo come il mio (quel tal Giove che secondo voi regna su tutti); ho una chioma abbondante che mi scende fin sul volto corrucciato e mi adombra le spalle come una selva. E non pensare che sia un difetto che il mio corpo è tutto coperto di un irto e folto pelame: anche l’albero è brutto senza le fronde, anche il cavallo sta male se non ha una criniera bionda che gli scenda sul collo; le piume coprono gli uccelli; alle pecore dona la lana. Allo stesso modo a un uomo donano la barba e dei bei peli ispidi sul corpo. Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, è vero, ma sembra un immenso scudo. Il grande sole non vede forse dal cielo tutte le cose di questo mondo? Eppure ha un solo occhio. Vuoi di più? Mio padre è colui che regna sul vostro mare. Ti offro lui come suocero. Abbi soltanto pietà e ascolta le preghiere di chi ti supplica! Sei l’unica davanti a cui mi piego; io, che spregio Giove con tutto il cielo e col suo fulmine penetrante, adoro te, i Nereide! Per me la tua ira è più crudele del fulmine: e ancora io la sopporterei insieme al tuo disprezzo, se tu rifiutassi tutti. Me perché respingi il Ciclope e poi ami Aci e preferisci ai miei i suoi amplessi? Continui pure a compiacersi di sé, costui, e a piacerti ( cosa che non vorrei), ma badi di non capitarmi a tiro, perché allora si accorgerà che la mia forza è pari alle dimensioni del mio corpo! Lo sbranerò vivo e disseminerò i brandelli delle sue membra per i campi e in mezzo alle tue onde: e sia questo il solo modo per unirsi a te! Io brucio, sai, e questo fuoco, proprio perché si tenta di soffocarlo, divampa più tremendo, tanto che mi sembra di portare dentro il petto l’Etna con tutta la sua foga. E tu, Galatea, resti impassibile!".
Dopo aver posto fine a questi vani lamenti, il Ciclope si alzò (dal mio posto io potevo vedere tutto) e come un toro furente per la perdita della sua compagna non riusciva a star fermo ma si aggirava per i boschi e per i pascoli ben noti; e a un tratto il mostro scorse me e Aci che non aspettavamo né temevamo una simile sorpresa. "Vi vedo!" urlò "E farò in modo che questo sia l’ultimo dei vostri incontri d’amore!" Gridò quella minaccia con una voce così tonante quanta si conveniva a un Ciclope infuriato: e ne rabbrividì l’Etna. Io, atterrita, mi tuffai nel mare che era lì a pochi passi, mentre il nipote del Simeto voltò precipitosamente le spalle e si mise a fuggire gridando: "Aiutami, ti prego, Galatea! Aiutatemi, genitori miei, e accoglietemi nel vostro regno, perché sto per morire!".
Il Ciclope lo inseguiva: svelse una parte di monte e gliela scagliò contro, e per quanto solo un piccolo frammento del macigno raggiungesse Aci, tuttavia lo seppellì completamente. Noi facemmo allora quell’unica cosa che i fati ci consentivano: demmo ad Aci la possibilità di assumere la natura del suo avo. Dal masso colava un sangue cupo: ma in breve tempo quel colore cominciò a svanire e a mutarsi in quello di un fiume turbato dal sopraggiungere della tempesta e poi gradualmente si schiarì ancor di più. Allora il masso che il liquido lambiva si spaccò e dalle fessure balzarono su alte fresche canne, mentre la gola della roccia era tutta un gorgogliare sonoro d’acqua. Miracolo! Ne emerse fino alla cintola un giovane, con le corna appena spuntate incoronate da canne intrecciate , ed era Aci, ma più grande e tutto azzurro nell’aspetto. Si, era proprio Aci, mutato in un fiume che conservò il suo nome".
Gioacchino Ascoli nacque a Massa nel marzo del 1824, figlio di Ester Monselles e di Moisè, in una famiglia israelita, di origini modenesi, arricchitasi col commercio dei tessuti: in via Etrusca, attuale Alberica, possedevano una filatura di cotone, e poi nel settore del lapideo con cave e laboratori.
Giovanni Sforza, direttore dell’Archivio di Stato di Massa, li annovera tra i maggiori benefattori della città, tanto da scrivere il loro nome “in lettere d’oro”.
Al termine degli studi scolastici, si laureò in lettere, ma persistenti crisi depressive lo costrinsero a trasferirsi a Milano per affidarsi alle cure dal professor Verga che lo seguirà per alcuni anni. fino alla completa guarigione.
Tuttavia sarà proprio il riacutizzarsi della malattia a portarlo al suicidio, nel 1887 che Gioacchino Ascoli compirà a Massa, nella villa di Castagnetola, all’epoca residenza dei Carmi, famiglia di ebrei industriali nel lapideo.
La stampa ne dette così notizia : “Stamani un luttuoso avvenimento ha contristato la città di Massa. Il ricchissimo possidente Ascoli, si è suicidato tagliandosi la gola. Ieri stava benissimo e questa mattina si è levato dicendo di non avere più nulla ed era un povero diavolo!”
Era il 7 luglio del 1887 e Gioacchino aveva 63 anni: le sue spoglie dimorano nel cimitero del Mirteto. Celibe, nel testamento olografo lasciò scritto che gran parte dei suoi beni fossero destinati alla costruzione di un ricovero per anziani da denominarsi “Opera Pia Gioacchino Ascoli”.
Nel 1899 fu posta la prima pietra nel terreno a fianco dell’ospedale e il 20 maggio 1901 avvenne l’inaugurazione. A suo ricordo fu commissionato allo scultore Alessandro Lazzerini un busto marmoreo, oggi collocato all’ingresso di Casa Ascoli ai Quercioli.
Inoltre una lapide è affissa sulla facciata della sua abitazione di via Alberica, e un’altra, completa di busto, è collocata nell’androne dell’antico municipio di piazza Mercurio.
Il comune di Massa ha a lui dedicato la strada a Marina di Massa che collega il viale Vespucci con Via Aulla.
Gioacchino Ascoli (nato a Massa nel 1824 e morto nel 1887)
è stato un importante benefattore massese.
Con il suo testamento ha donato i suoi beni per creare un ospizio per i poveri e gli anziani, che oggi è diventato l'Azienda Pubblica di Servizi alla Persona nota come Casa G. Ascoli.
La Vita e la Famiglia
Nacque a Massa nel marzo del 1824 da una famiglia ebraica attiva nel commercio di tessuti e nel settore lapideo.
Si laureò in lettere.
Visse a Milano per curarsi da problemi di salute prima di tornare ed esprimere le sue volontà benefiche.
L'Opera Benefica
Nel testamento lasciò i suoi beni alla Congregazione di Carità di Massa.
Nacque così l'Opera Pia Giovacchino Ascoli per dare rifugio e aiuto alle persone bisognose.
La struttura fu inaugurata nel 1901 vicino all'ospedale della città.
Oggi il sito ufficiale di Casa Ascoli continua questa missione offrendo servizi di residenza sanitaria assistenziale (RSA) e centro diurno per anziani
PERCHÉ LA NAZIONALE ITALIANA DI CALCIO INDOSSA LA MAGLIA AZZURRA?
La maglia azzurra della Nazionale italiana di calcio deriva dall'azzurro Savoia, il colore della famiglia reale che ha unificato e governato l'Italia fino al 1946.
Adottato per la prima volta il 6 gennaio 1911 in una partita contro l'Ungheria, è diventato il simbolo di tutti gli atleti italiani.
Origini della maglia
Nelle prime due partite del 1910, l'Italia giocò con una maglia bianca.
Il 6 gennaio 1911 a Milano, la squadra indossò l'azzurro in onore di Casa Savoia.
La casata reale aveva scelto questo colore nel Trecento, ispirandosi al manto della Madonna.
Evoluzione e diffusione
Il colore è rimasto anche dopo la nascita della Repubblica Italiana.
È stato esteso a quasi tutte le discipline sportive italiane.
Gli atleti italiani sono chiamati per questo "gli Azzurri"
La tenuta di molte nazionali di calcio ha i colori presenti nella bandiera della nazione che rappresentano, allora perché la nazionale italiana di calcio indossa i colori azzurri invece che quelli del tricolore?
La prima volta che la nazionale calcistica italiana indossa la maglia azzurra fu il 06 gennaio 1911, in occasione dell’incontro contro la nazionale ungherese persa 1 a 0.
Ci sono almeno quattro ipotesi sulla scelta del colore azzurro per la divisa della nazionale italiana.
La prima, a mio parere poco plausibile, è che si volesse riprendere i colori della nazionale francese (i colori francesi sono blu, quelli italiani sono azzurri).
La seconda, anche questa poco plausibile secondo me, in onore del colore azzurro dei mari italiani.
La terza ipotesi è molto affascinante e la spiego meglio al sottotitolo Prima dell’azzurro.
La quarta ipotesi è sicuramente la più attendibile. Fonti storiche attestano che il colore azzurro sia stato scelto in onore di casa Savoia.
I SAVOIA E LA MAGLIA AZZURRA Il colore azzurro Savoia è il colore che rappresenta il loro casato dal 1360. I Savoia erano devoti a Maria Vergine, che tradizionalmente indossa un manto azzurro.
Nel 1911, quando la nazionale calcistica indossa per la prima volta la maglia azzurra, aveva cucita sulla parte sinistra del petto, la grande croce sabauda; quest’ultima venne poi eliminata e nel 1947 venne sostituita da uno scudetto tricolore.
PRIMA DELL’AZZURRO Nel 1910 esordì la nazionale italiana di calcio indossando una divisa di colore bianco con nastro tricolore appuntato sopra.
La mattina del 06 gennaio 1911, la città di Milano fu colpita da una forte nevicata. Quel giorno, la nazionale italiana era impegnata in un incontro calcistico a Milano contro la nazionale di calcio ungherese. Le maglie bianche avrebbero confuso i giocatori con l’ambiente circostante imbiancato dalla nevicata e dalla nebbia che contraddistingue la città milanese. Si optò così per giocare con la maglia azzurra.
CURIOSITÀ STORICHE La prima disciplina sportiva ad adottare la maglia azzurra fu il calcio nel 1911; per le altre discipline, con alcune eccezioni, bisogna attendere le Olimpiadi del 1932.
Nel 1910, all’esordio della nazionale italiana di calcio, nel momento di decidere il colore della tenuta di gioco, la leggenda vuole che si opto per il bianco, il colore della casacca del club più forte dell’epoca, la Pro Vercelli mentre fonti storiche attestano che, siccome non si era raggiunto un accordo, si decise di lasciare la divisa di un colore neutro, il bianco.
PICCOLA PARENTESI STORICA il 17 febbraio 1935 la nazionale italiana, nella partita amichevole con la Francia, ha indossato una casacca completamente nera, voluta da Mussolini.
Questa casacca venne poi indossata nei Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 e nella seconda gara dei mondiali nel 1938.
ALCUNE ECCEZIONI Alcune discipline sportive italiane fanno eccezione nell’uso del colore azzurro per le loro divise, e sono: l’automobilismo che come colore tradizionale ha il rosso; il ciclismo adotta in modo sempre più frequente la divisa bianca; infine, le squadre degli sport invernali indossano talvolta uniformi bianche o rosse