ciao a tutti, in queste pagine verrà pubblicato ogni tanto il fumetto l'osteria di Ulisse oltre a recensione di materiale vario .tipo cinema,concerti uscite dvd video, cd, blu ray, vip personaggi famosi tv gossip sport, calcio, meteo satellite schede, dibattiti sondaggi, high tech, playstation , xbox, console, turismo, orari, borsa, giardinaggio, hobby, teatro, lirica, musica, umorismo di bassa lega, discorsi a bischero e altro accorrete in alcune centinaia di migliaia ( non di piu )
Nel 1993 un colpo di fucile spezzò l'ala di Malena, una cicogna bianca che da quel giorno non riuscì più a volare.
Mentre le altre migravano verso l'Africa, lei rimase a Brodski Varoš, un piccolo villaggio della Croazia orientale.
A prendersi cura di lei fu Stjepan Vokić, un pensionato che le costruì un rifugio, la nutrì e le permise di sopravvivere agli inverni più rigidi.
Ma è quello che accadde negli anni successivi ad aver reso questa storia famosa in tutto il mondo.
Ogni primavera, infatti, Klepetan, il suo compagno, tornava puntualmente da lei dopo aver trascorso l'inverno in Sudafrica.
Un viaggio di circa 13.000 chilometri attraverso l'Africa, il Mediterraneo e i Balcani, concluso sempre nello stesso punto: quel tetto dove Malena lo stava aspettando.
Per 16 anni consecutivi il ritorno è stato documentato senza interruzioni.
Insieme hanno allevato oltre 40 pulcini, nonostante Malena non potesse insegnare loro a volare.
Ogni autunno lui ripartiva con i giovani verso sud.
Lei restava.
E ogni primavera il cielo riportava Klepetan nello stesso nido.
Una storia che per molti parla di istinto. Per altri, di fedeltà. Per tutti, di qualcosa che è difficile spiegare con le sole parole
La straordinaria storia d'amore tra le cicogne Malena e Klepetan si è conclusa dopo 19 anni con la morte di Malena, avvenuta il 7 luglio 2021 a causa della vecchiaia, trascorsa accanto al compagno e al custode Stjepan Vokić. Dopo la sua scomparsa, Klepetan è rimasto nel nido rifiutando il cibo prima di lasciare il villaggio, tornando solo l'anno successivo per un'ultima breve visita.
In quasi vent'anni insieme, la coppia ha generato 66 pulcini, lasciando un'eredità indelebile seguita da milioni di persone in tutto il mondo.
IL legame tra il custode Stjepan Vokić e la cicogna Malena andava ben oltre il semplice accudimento. Senza i suoi straordinari sforzi quotidiani, la prolungata storia d'amore con Klepetan non sarebbe mai stata possibile.
Stjepan ha assistito la coppia attraverso soluzioni ingegnose e cure costanti:
Il superamento delle barriere (La passerella): Poiché Malena non poteva volare, Stjepan costruì una lunga passerella di legno che permetteva alla cicogna di camminare da terra fino al nido sul tetto, così da poter covare le uova e stare vicina a Klepetan.
Rifugio invernale riscaldato: Durante i gelidi inverni della Croazia orientale, Stjepan trasferiva Malena in un magazzino riscaldato appositamente per lei.
Qui ricreò un microclima controllato con un acquario e un nido caldo artificiale.
Il comitato di benvenuto per Klepetan: Ogni primavera, Stjepan monitorava l'orizzonte in attesa del maschio.
Al suo arrivo dopo 13.000 km di volo, faceva sempre trovare a Klepetan un secchio pieno di pesci freschi per permettergli di recuperare immediatamente le forze dal viaggio.
Normalmente, i genitori di cicogna si alternano a caccia di cibo. Non potendo Malena cacciare, Stjepan andava regolarmente a pescare al posto suo. Portava costantemente pesce e rane al nido per garantire che né Malena né i tantissimi pulcini nati negli anni soffrissero mai la fame.
Condivisione della vita quotidiana: Nei mesi in cui Klepetan era in Africa, Malena era a tutti gli effetti parte della famiglia di Stjepan.
L'uomo la portava spesso con sé a fare passeggiate, andavano a pescare insieme e, stando ai racconti del custode, amavano persino "guardare" la televisione insieme in salotto.
Stjepan ha dedicato ben 28 anni della sua vita a Malena, affrontando spese e sacrifici personali pur di proteggerla e mantenere intatto il miracolo del suo nido
Nel febbraio del 1965, una giovane donna partorì da sola in un reparto di beneficenza a Toronto.
Aveva 20 anni. Non aveva soldi, né una casa, né nessuno accanto a sé.
Il padre del bambino era già partito per la California quando scoprì che era incinta.
Il mondo in cui viveva aveva una parola per le madri non sposate, e non era gentile.
Chiamò sua figlia Kelly. La tenne con sé per sei mesi, cercando di trovare un modo — qualsiasi modo — per far funzionare le cose.
Non ci riuscì.
Quando Kelly aveva sei mesi, sua madre firmò i documenti per l’adozione.
Una coppia di nome David e Ida Gibb — insegnanti che vivevano in un tranquillo sobborgo di Toronto portarono a casa la bambina e la chiamarono Kilauren.
Le diedero scuole private, stabilità e un’infanzia felice. Kilauren crebbe, diventò una modella, costruì una vita reale e bellissima.
Non aveva idea di essere stata adottata fino a quando non compì 27 anni.
Non aveva idea che la donna che l’aveva messa al mondo fosse diventata una delle musiciste più celebrate nella storia della musica registrata.
Perché la giovane donna in quel reparto di beneficenza a Toronto non era ancora Joni Mitchell. Era solo una ragazza senza soldi che cercava di sopravvivere. Ma era già un’artista — e gli artisti fanno una cosa precisa con il dolore insopportabile.
Lo trasformano in qualcosa che puoi ascoltare.
Nel 1966, solo pochi mesi dopo aver firmato quei documenti di adozione, Joni si sedette e scrisse una canzone. La chiamò "Little Green"
la tonalità di verde che per lei aveva sempre significato speranza, il colore che associava a Kelly. Scrisse di una bambina nata da una ragazza povera, di un padre che se n’era andato, di una madre che aveva dovuto lasciar andare.
Scrisse di augurare felicità a sua figlia. Di pregare per un lieto fine.
Cinque anni dopo, "Little Green" apparve nell’album del 1971 di Joni, Blue oggi considerato uno dei più grandi album mai registrati.
Veniva trasmesso nelle radio di tutto il mondo.
Le persone cantavano insieme nelle auto, nelle cucine e nei dormitori universitari. Sentivano una melodia bellissima e struggente.
Non sapevano che stavano ascoltando la lettera di una madre a una figlia perduta, trasmessa silenziosamente al mondo intero.
Per 26 anni, la canzone continuò a suonare.
E Kilauren viveva la sua vita a Toronto senza sapere.
Poi, nel 1992, i genitori adottivi di Kilauren le dissero finalmente la verità sulla sua nascita , in quel momento era incinta del suo primo figlio
.... un momento che l’aveva spinta a voler capire la propria storia.
Iniziò a cercare. Anche Joni stava cercando, in silenzio, da anni.
Nel 1993, un’ex coinquilina vendette la storia dell’adozione a un tabloid britannico, e improvvisamente i pezzi divennero pubblici.
Nel 1997, entrambe si erano trovate grazie ai collegamenti creati dalle loro ricerche separate.
Si stavano avvicinando l’una all’altra da anni senza saperlo.
Si incontrarono di persona a Los Angeles nel marzo del 1997.
Gli amici presenti lo notarono subito — gli stessi zigomi alti, lo stesso modo di muoversi in una stanza. Due sconosciute che non erano affatto sconosciute.
"Ha lasciato un vuoto dentro di me," disse Joni dell’adozione, "che non ho colmato fino al giorno in cui l’ho rivista."
Il loro rapporto non fu una favola senza difficoltà ..... due persone separate per 32 anni avevano davvero del lavoro da fare.
Ci furono anni difficili.
Ci fu un allontanamento.
Ma il legame si dimostrò più forte della distanza, e nel 2013 riuscirono a ritrovarsi.
Nel 2015, Joni festeggiò con Kilauren il suo 50° compleanno.
Oggi, Joni Mitchell conosce i suoi nipoti.
E da qualche parte in tutto questo, "Little Green" continua ancora a suonare.
Sui servizi di streaming, sui dischi in vinile e nelle playlist notturne, la canzone che Joni scrisse nel 1966 per una bambina di nome Kelly continua a trovare nuove orecchie. La maggior parte delle persone che la ascoltano oggi ancora non sa cosa sia davvero.
È il messaggio di una madre in una bottiglia. Scritto nel dolore. Affidato alle onde del mondo. E ricevuto, alla fine, dall’unica persona per cui era sempre stato destinato.
"Little Green" è la terza traccia del capolavoro Blue di Joni Mitchell (1971).
È una delle canzoni più intime e toccanti della cantautrice, scritta nel 1966 per raccontare con metafore poetiche il dolore e la dura scelta di dare in adozione la figlia Kila (Karyn) avuta in gioventù.
Tema centrale: Il viaggio emotivo della maternità, la separazione e l'accettazione, alternando l'innocenza della nascita alle difficoltà della vita adulta.
Significato del titolo: "Green" (verde) è usato sia come nome augurale per la bambina sia come metafora di giovinezza e speranza (fresca come la primavera).
Curiosità: È l'unica canzone dell'album Blue a essere stata scritta molto prima delle sessioni di registrazione del disco, eseguita dal vivo già nel 1967
- Se una donna vi dice “5 minuti e scendo” vuol dire che tra 5 minuti scenderà. E’ inutile citofonare ogni mezz’ora.
(ceciliaseppia, Twitter)
- I cinque minuti di una donna sono come gli anni dei cani: li devi moltiplicare per sette!
(Dario Cassini)
- Le donne non sanno cosa vogliono, ma sanno benissimo come ottenerlo.
(Anonimo)
- Chi siete? Siamo donne.
Cosa volete? Non lo sappiamo.
E quando lo volete? Adesso
(Anonimo)
- Uomo. Se vuoi sapere che cosa pensa una donna, prova a immaginare un browser con 2857 finestre aperte.
Sempre.
(Anonimo)
- Mentre gli uomini si vantano di cose che non sono mai accadute, le donne hanno avventure che mai racconteranno.
(Charles Bukowski)
- L’uomo si innamora del corpo di una donna, e poi scopre che c’è di più.- La donna si innamora della mente dell’uomo, e poi scopre che c’è di meno.
- L’amore è la storia di due incomprensioni.
(Fabrizio Caramagna)
- La grande domanda… alla quale non sono stato in grado di rispondere, nonostante i miei trent’anni di ricerca nell’anima femminile, è: “Che cosa vuole una donna?”.
(Sigmund Freud)
- Sono donna e, come tale, so bene quello che voglio e quello che non voglio.
- Il fatto che spesso siano la stessa cosa, è un altro discorso.
"Le persone più incantevoli al mondo hanno sempre un vissuto complesso . Sono spesso le più difficili ma anche quelle che sanno darti di più . Chi ha fardelli interiori ma non si è mai arreso riserva a chi ama i sorrisi migliori , quelli ancora vivi . Perché le persone incantevoli hanno vinto il disincanto e per vincere il disincanto ci vuole tanto coraggio , lo stesso che serve per i sentimenti ."
La differenza tra voler bene e l’amare in un bellissimo passo tratto da “Il piccolo Principe"
«Ti amo» – disse il Piccolo Principe. «Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa.
«Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci manca qualcosa.» Voler bene significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi. Se vogliamo bene a qualcuno, abbiamo alcune aspettative. Se l’altra persona non ci dà quello che ci aspettiamo, stiamo male. Il problema è che c’è un’alta probabilità che l’altro sia spinto ad agire in modo diverso da come vorremmo, perché non siamo tutti uguali. Ogni essere umano è un universo a sé stante. Amare significa desiderare il meglio dell’altro, anche quando le motivazioni sono diverse. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza.
Quando una persona dice di aver sofferto per amore, in realtà ha sofferto per aver voluto bene. Si soffre a causa degli attaccamenti. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non ci si aspetta nulla dall’altro. Quando amiamo, ci offriamo totalmente senza chiedere niente in cambio, per il puro e semplice piacere di “dare”. Ma è chiaro che questo offrirsi e regalarsi in maniera disinteressata può avere luogo solo se c’è conoscenza. Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. E l’anima non si può indennizzare. Conoscersi significa sapere quali sono le gioie dell’altro, qual è la sua pace, quali sono le sue ire, le sue lotte e i suoi errori. Perché l’amore va oltre la rabbia, la lotta e gli errori e non è presente solo nei momenti allegri.
Amare significa confidare pienamente nel fatto che l’altro ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada, perché non ci deve niente: non si tratta di un nostro egoistico possedimento, bensì di una silenziosa compagnia. Amare significa che non cambieremo né con il tempo né con le tormente né con gli inverni.
Amare è attribuire all’altro un posto nel nostro cuore affinché ci resti in qualità di partner, padre, madre, fratello, figlio, amico; amare è sapere che anche nel cuore dell’altro c’è un posto speciale per noi. Dare amore non ne esaurisce la quantità, anzi, la aumenta. E per ricambiare tutto quell’amore, bisogna aprire il cuore e lasciarsi amare.
«Adesso ho capito» – rispose la rosa dopo una lunga pausa.