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mercoledì 18 marzo 2026
la colomba simbolo della pace etc. ctc.
Tanto tempo fa sulla Terra c’erano molte persone cattive.
Dio si arrabbiò e decise di punirle.
Avrebbe mandato sulla Terra un grande diluvio che avrebbe portato via tutta la cattiveria.
Per evitare che le persone buone e gli animali venissero feriti durante la forte pioggia, Dio chiamò Noé, un uomo buono, e gli disse di costruire un’arca, una grande arca, su cui sarebbero saliti gli animali e la famiglia di Noé.
Noé obbedì e costruì l’arca in tempo per quando. Iniziarono pioggia e vento.
L’arca di Noè iniziò a galleggiare sull’acqua che ricopriva la Terra.
Passarono molti giorni di tempesta e cielo grigio. Una mattina la pioggia era finalmente finita. L’arca era ferma.
Noè guardò fuori da un piccola finestra e vide che era spuntato il sole.
Fece abbassare il ponte dell’arca e aprì la porta.
Noè e la sua famiglia uscirono sul ponte: sembrava davvero finito tutto.
Noè e gli altri erano incerti: Dio era ancora arrabbiato con gli uomini cattivi?
A un certo punto videro una colomba volare sopra l’arca.
Era una colomba bellissima, dalle piume bianche e luminose.
Nel suo becco portava un rametto con delle figlie.
Noè riconobbe che era un rametto d' ulivo e che la colomba era stata mandata da Dio per far sapere che non era più arrabbiato.
Da quel giorno la colomba con un rametto di ulivo nel becco è il simbolo della pace.
A Pasqua si mangia un dolce a forma di colomba per ricordare la pace tra Dio e il suo popolo.
Noè è un uomo giusto, e fa quello Che Dio gli ordina; così salva se stesso, la famiglia e gli animali da una grande Calamità. L’arco dai sette colori davanti alle nubi è segno di pace in un nuovo patto fra Dio e gli uomini.
Il Signore Dio vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra, ma Noè era uomo giusto e camminava con Dio.
Dio disse a Noè: “Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti, con un tetto sopra. Ecco, io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra. Quanto è sulla terra perirà, ma con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di ogni animale introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina”.
Noè eseguì tutto, come Dio gli aveva comandato.
Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni. Le acque crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Perì ogni essere vivente sulla terra.
Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono. Noè fece uscire una colomba, ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo.
Quando tutta la terra fu asciutta, Dio ordinò a Noè: “Esci dall’arca”. Dio benedisse Noè e i suoi figli, e disse loro: “Io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi. Non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra. Questo è il segno dell’alleanza: il mio arco pongo sulle nubi, lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna”.
(Leggi Genesi 6-9)
L’autore sacro ha preso l’occasione di una straordinaria inondazione, le cui tracce sono presenti nella memoria dell’umanità, per parlare al popolo della giustizia e della misericordia di Dio e della malizia dell’uomo. Non è Dio il responsabile delle guerre e dei cataclismi naturali, ma poiché è santo non può convivere con la malvagità e la corruzione. Altrimenti se ne farebbe complice contro il giusto e il debole. Dio invece salva il giusto e lo aiuta anche attraverso le prove.
Dentro al racconto ci sono alcuni elementi che nella cultura dei popoli sono diventati dei segni simbolici di pace: la colomba, il ramo d’ulivo, l’arca, l’arcobaleno.
Con i bambini si può iniziare da questi segni che presto saranno capaci di disegnare essi stessi e che ritroviamo nell’arte e nella liturgia (come per esempio l’allusione al diluvio nella benedizione dell’acqua battesimale e il ramoscello d’ulivo nelle case per la Pasqua).
L’arca è simbolo della Chiesa, comunità di salvezza che Gesù ha voluto per raccogliere tutti gli uomini. Anche la famiglia come chiesa domestica va presentata come un’arca di salvezza per coloro che vi abitano.
Dopo quaranta giorni e quaranta notti, Noè non ne poteva più di stare nell’arca. Non doveva essere facile vivere chiusi in mezzo a tutti quegli animali e il passare dei giorni aveva reso via via più faticosa la convivenza familiare di quelle otto persone.
Non solo: i disagi si accompagnavano all’incertezza di mille domande su cosa stava accadendo all’esterno, in quel mondo trasformato dal diluvio in un’immensa distesa d’acqua. Quanto ancora sarebbe durato? Cosa avrebbero trovato là fuori? Come sarebbe ricominciata la vita? Poi il diluvio cessò, l’arca si posò sulla cima di un monte e le acque iniziarono lentamente a scendere. Dopo due tentativi per capire la situazione, la Scrittura racconta che Noè «di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo» (Gen 8,10-11).
In queste settimane anche noi viviamo chiusi nella nostra arca di Noè, alle prese con mille incognite sul futuro, col dolore di tante persone vicine e lontane, incertezza economica e molte rinunce. Alcuni sottoposti a un lavoro più intenso al servizio degli altri e in condizioni difficili. Quasi tutti chiamati a ridisegnare la vita in spazi più piccoli, a reinventare il lavoro, a escogitare ogni giorno qualcosa con i bambini, a sopportarsi pazientemente nella logorante e incerta attesa di tempi migliori.
In questa Domenica delle Palme a molti mancherà – e quanto! – quel ramoscello d’ulivo benedetto da mettere in casa, accanto a un crocifisso o un’immagine della Madonna.
Ma dobbiamo pensare che il Signore, seppur senza segni visibili, vuole darci la pace che quell’ulivo simboleggia. Credo che questa sia la notizia più bella di questo giorno, che segna l’ingresso nella Settimana Santa: che la Passione di Cristo contiene un messaggio di pace. «Egli è la nostra pace», dirà San Paolo agli Efesini (Ef 2,14).
Sarebbe bello che in questi giorni ognuno si adoperasse per trasformare questo messaggio di pace in qualcosa di concreto da vivere con le persone che abbiamo intorno, diventando come un ramoscello di ulivo per la propria famiglia. Fare servizi materiali, evitare argomenti di conversazione che risultino pesanti agli altri, silenziare ogni forma di lamento e invece ringraziare per ogni piccola cosa bella. In tutto dobbiamo cercare – senza risultare pedanti – di alimentare uno sguardo soprannaturale, di vita eterna nel quotidiano, seguendo quel consiglio di San Josemaría per una Domenica delle Palme: «Nel commemorare il giorno in cui il Signore dà inizio alla settimana decisiva per la nostra salvezza, mettiamo da parte le considerazioni superficiali, andiamo all'essenza, a ciò che è veramente importante. Ebbene, la nostra aspirazione è andare in Cielo. Altrimenti non c'è nulla che valga la pena» (È Gesù che passa, n. 76).
Così entreremo, col piede giusto e con lo sguardo su Gesù, in questi giorni di mistero pasquale, verso un Triduo sacro forse molto diverso dal solito ma che porterà con sé – non dobbiamo dubitarlo – tante grazie per la nostra vita.
Dal momento in cui riceve la foglia d’ulivo, passeranno ancora alcuni giorni prima che Noè possa uscire dall’arca con la sua famiglia, ma l’ulivo è una carezza di Dio: è già preludio dell’arcobaleno, di quell’alleanza eterna che segnerà la ripresa del culto, una grande fecondità, l’inizio di una vita nuova, più vicina al Signore.
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