sabato 21 novembre 2009





Damiano : Anima

Anima, anima, anima
Anima, anima, anima
ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole

Anima, anima, anima
Anima, anima, anima
ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole

lacrima, l’anima, lacrime
lacrima, l’anima, lacrime
ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole
lacrima, l’anima, lacrime
lacrima, l’anima, lacrime
ci vuole
più calore, ti duole, ci vuole
più calore, ti duole, ci vuole
prendimi l’anima, prendila
prendimi l’anima, prendila
ci vuole
più rumore, ci vuole, ci vuole
più rumore, ci vuole, ci vuole
prendimi l’anima, prendila
prendimi l’anima, prendila
ci vuole
più rumore ci vuole ci vuole
più rumore ci vuole ci vuole

Più contatto ci vuole
più tatto ci vuole
più petto ci vuole
più rispetto ci vuole

contatto ci vuole
più tatto ci vuole
più petto ci vuole
più rispetto

Prendi chi ti vuole
chi ti duole rendi
Prendi chi ti vuole
chi ti duole rendi
Prendi chi ti vuole
chi ti duole rendi

Anima, anima, anima
Anima, anima, anima
ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole
chi ti vuole, ti duole, ci vuole

lacrima, l’anima, lacrime
lacrima, l’anima, lacrime
ci vuole
più calore, ti duole, ci vuole
più calore, ti duole, ci vuole
prendimi l’anima, prendila
prendimi l’anima, prendila
ci vuole
più rumore ci vuole, ci vuole
più rumore ci vuole, ci vuole

Più contatto ci vuole,
più tatto ci vuole,
più petto ci vuole,
più rispetto ci vuole,

contatto ci vuole,
più tatto ci vuole,
più petto ci vuole,
più rispetto ci vuole

contatto ci vuole,
più tatto ci vuole,
più petto ci vuole,
più rispetto ci vuole

Prendi chi ti vuole
chi ti duole rendi
Prendi chi ti vuole
chi ti duole rendi
Prendi chi ti vuole
chi ti duole rendi.

Anima, anima anima
Anima, anima, anima
ci vuole
Ricordare il dolore bisogna,
ricordare l’amore.
Ronnie J. Dio in ospedale

Ronnie James Dio (DIO, HEAVEN & HELL, BLACK SABBATH, RAINBOW) è stato ricoverato in ospedale. Lo ha annunciato la sua manager e moglie Wendy Dio, la quale ha aggiunto che le date del tour europeo di DIO sono state cancellate. Ancora non si conosce la causa del ricovero e si attendono notizie.
il Vauro quiz

venerdì 20 novembre 2009

lago di Nemi Il mistero delle Navi etc


Quello delle navi del lago di Nemi è stato un caso archeologico clamoroso, oggi del tutto dimenticato. In tutte le enciclopedie leggiamo che furono fatte costruire da Caligola, affondate e poi recuperate abbassando il livello del lago. Furono distrutte durante l’ultima guerra, a causa di un incendio provocato dalle truppe tedesche. Nei pressi si trovano ruderi del Tempio di Diana Nemorense. Per recuperare le navi, Benito Mussolini, negli Anni Trenta, organizzò un’operazione lunga e complessa durata quattro anni e che coinvolse la Regia Marina. Lo scopo del Duce era quello di dimostrare la forza del Regime fascista nel recuperare le “Navi dei Giganti” com’erano allora chiamate. Già nel 1446, il Cardinale Prospero Colonna aveva incaricato l’architetto Leon Battista Alberti di fare delle ricerche sul fondale del lago e furono allora recuperati solo pochi resti.


Fino all’ottocento ci furono vari tentativi di studiare queste navi e recuperarle ma tutti gli sforzi furono vani. Nel 1923 Benito Mussolini, che amava proclamare la gloria di Roma Antica, capì al volo l’importanza propagandistica del recupero delle due enormi navi che erano state attribuite a Caligola. Per fare ciò il Duce decise di prosciugare il lago di Nemi. E così fu fatto. Grande meraviglia, la prima nave emersa in superficie era lunga più di ottanta metri. Queste navi inspiegabilmente bruciarono il 31 maggio del 1944 poco prima che gli americani arrivassero a prenderne possesso. Fu allora un’operazione colossale ma lo scenario nel quale vanno collocate le Navi dei Giganti sarebbe ben diverso da quello romanico imposto da Mussolini. Alcuni studiosi si sono infatti accorti che in alcune mappe compilate tra il 1200 e il 1500 sono presenti alcune caratteristiche geografiche di migliaia di anni prima: per esempio la nota Carta Veneziana del 1474 o il Portolano di Dulcert, carta “impossibile” ricopiata da Dulcert probabilmente da un’altra precedente vecchia di diversi millenni e tracciata da una civiltà perduta nelle nebbie del passato. Qui la linea costiera del Basso Lazio, tra Roma e Napoli è diversa da quella di oggi, con il Mar Tirreno che penetra nel territorio laziale formando un grande golfo. Una civiltà umana sarebbe esistita tra il 38000 e il 26000 prima di Cristo, Caligola venne tirato in ballo perché nelle Vite dei dodici Cesari si dilettava nel costruire navi liburniche e a bordo di queste navi l’imperatore costeggiava la Campania tra musiche e danze. Caligola divenne imperatore nel 37 dopo Cristo e venne assassinato nel 41. Quindi le navi avrebbero dovuto essere progettate e costruite durante i tre anni del breve regno. Inoltre, la tecnologia presente sulle due imbarcazioni è più avanzata di quanto ci si aspetterebbe. Si trattava di scafi potenti e veloci, qualcuno ipotizza forse idromagnetici, che sfrecciavano lungo le coste di quel grande golfo preistorico che caratterizzava il Basso Lazio nel pieno dell’Era Glaciale, circa 30000 anni fa. Non solo, ma nel lago di Nemi ci sono diversi altri enigmi archeologici ancora insoluti come quello di un condotto di 1635 metri scavato nella roccia basaltica non si sa come ne’da chi. Secondo il parere di specialisti in materia, la realizzazione di una simile opera nel 4° secolo avanti Cristo doveva essere un’impresa pari alla costruzione del traforo del Monte Bianco. Questa struttura non è citata da nessuna fonte o da illustri come Stradone. Ci sono in fondo al lago cunicoli enigmatici, gallerie e camere sotterranee. Chi e’ stato l’artefice di tutto ciò? Non certamente Caligola. Ancora oggi rimane un mistero insoluto.
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Il paese



Le prime tracce di insediamenti umani nella valle del lago di Nemi datano almeno dall’Età del Bronzo. Il bosco, luogo sacro in ogni civiltà indoeuropea, fu sede di culti legati alla grande e onnipossente Dea Madre - la dea della vita in ogni sua forma, umana, animale e vegetale - poi identificata con la dea romana Diana e assimilata con la greca Artemide, il cui simbolo era la luna; e il lago di Nemi, in cui la luna si specchia, fu detto ‘specchio di Diana’. Nella valle fu edificato un tempio a questa dea (c’era un appuntamento fisso tutti gli anni, il 13 di agosto, le cosiddette Idus nemorenses da cui derivano le feriae augustae d’epoca romana e quindi il nostro Ferragosto); il luogo divenne un punto di raduno per i popoli pre-romani, che qui facevano dei ‘summit’ di politica estera (Roma stava cominciando la sua inarrestabile espansione territoriale, e sentendosi minacciati concordavano alleanze fra di loro). Quando Roma infine conquistò il territorio sbaragliando la confederazione di questi popoli, la Lega Latina (338 a.C.), il Santuario perse ogni funzione politica divenendo un vero e proprio luogo di culto, e sul finire del II sec. a.C. fu spostato più a riva, ricevette un aspetto monumentale e si arricchì di strutture termali per la cura di svariati malanni. L’afflusso di devoti da Roma era tale che si costruì la via Virbia in diramazione dall’Appia (è in parte ancora visibile lungo i bordi dell’attuale via di Diana che scende da Genzano e anche all’interno del Museo delle Navi). Folle di pellegrini andavano al Santuario per ottenere la guarigione dalla dea della vita, e soprattutto vi si recavano le donne sterili per implorare la fecondità.



E arriviamo a Caligola. Perché Caligola? Perché quando si recuperarono le navi (che fino a quel momento la voce popolare aveva attribuito a Tiberio) si scoprì che esse erano collegate a riva da un sistema di tubature di piombo per il rifornimento di acqua potabile. E sulle fistulae, cioè sulle lamiere che componevano i tubi, era impresso il nome del committente: Caii Caesaris Aug. Germanici, cioè quello che i suoi soldati prima e la storia poi chiamarono Caligola - cioè Stivaletto, dal nome delle calzature usate dai soldati e che il futuro imperatore da bambino amava portare, le caligae. Caio Cesare Germanico Caligola, che regnò dal 37 al 41 d.C., il pronipote di Tiberio.

Allevato in Egitto e devoto alla dea Iside (personificazione anche lei della Luna, come Diana), l’imperatore veniva proprio sul lago di Nemi a compiere i suoi riti che si svolgevano su due navi a scafo piatto, stracariche di ornamenti, statue, mosaici, tempietti, sovrastrutture varie - navi non infrequenti nell’antichità, sia romana che d’altri luoghi del Mediterraneo, che erano chiamate thalamegi o thalamiferae, da thalamus, cabina: vascelli ‘di pompa’, ovvero usati per fare sfoggio di ricchezza; da usarsi in acque tranquille per semplice diporto, e non adatte alla navigazione in mare aperto.

Ma Caligola (è assolutamente ingiusta la nomea di pazzo e sanguinario che la Storia ufficiale gli ha riservato, perché fu invece sovrano illuminato e clemente) accanto alla devozione per Iside aveva anche concezioni politiche avanzatissime, e soprattutto tentava di togliere progressivamente al Senato i suoi poteri. Questo naturalmente non piacque agli aristocratici, i quali complottarono a suo danno (a quei tempi le congiure di palazzo andavano per la maggiore a Roma), lo fecero uccidere e ne decretarono, con la damnatio memoriae, la condanna perenne al biasimo e all’oblìo. Questa pena singolare, di cui i Romani facevano largo uso, e che toccò anche a Nerone, consisteva nel distruggere iscrizioni, statue, medaglie, monete, tutto ciò che riportasse il nome o l’effigie dell’odiato tiranno, o che fosse particolarmente rappresentativo del suo potere. Insomma, le navi avrebbero fatto ricordare Caligola per sempre, così furono affondate.

E giù per i secoli sopravvisse la storia di due navi favolose, due regge galleggianti, cariche di tesori, protette da mostri acquatici, che giacevano sul fondo del lago.

Nel Medioevo infine alcuni pescatori, le cui reti s’erano incagliate in qualcosa di sommerso, si tuffarono e scopersero che c’era un ‘qualcosa’ pieno di statue ed altro. Allora era tutto vero, le navi esistevano, il tesoro c’era! La fantasia popolare si scatenò; gli amatori d’antichità cominciarono a pensare al loro recupero. Tutti i grandi cervelli del Rinascimento si cimentarono col problema, basti nominare Leon Battista Alberti. Molti tentativi vennero fatti; alcuni molto pittoreschi, altri tanto maldestri da porre in serio pericolo l’esistenza stessa delle navi. Rimasero comunque tutti ugualmente infruttuosi; si riuscì solo ad asportare statue ed ornamenti che divennero parte di patrimoni privati o presero la via dell’Estero.

Con l’Unità d’Italia infine si decise di fare le cose in modo veramente scientifico. La Commissione governativa incaricata di studiare il problema arrivò alla conclusione che l’unica via per recuperare le navi intatte era quella di prosciugare il lago: un grosso strato di fango pesava sui due scafi, e tentare di imbracarli e tirarli su, come si era fatto fino ad allora, avrebbe significato spezzarli. Così l’industria italiana si mobilitò in generosa gara a fornire macchinari, attrezzi, soluzioni geniali: si costrurono 4 pompe appositamente studiate - fu la prima stazione di pompaggio galleggiante al mondo: non era possibile installare pompe fisse dalla riva - si ripristinò l’antico emissario per portar via l’acqua; furono necessari in tutto quasi 5 anni di lavoro, si aspirarono circa 40 milioni di metri cubi d’acqua; il livello delle acque fu abbassato di circa 20 metri.

Infine la prima delle due navi apparve sotto gli occhi degli astanti. Era il 1929. La nave fu portata in secco e ricoverata sulla riva. L’eco dell’impresa fu enorme in tutto il mondo. Il nome di Nemi rimbalzò da un punto all’altro della Terra, e grande fu l’ammirazione degli stranieri per l’Italia. Poi si tirò fuori la seconda nave, e venne costruito il Museo destinato ad ospitarle.

Ma le fatiche, durate 500 anni e finalmente giunte al successo, furono bruscamente vanificate nella notte del 30 maggio del 1944, quando, durante uno degli ultimi cannoneggiamenti americani, il museo prese misteriosamente fuoco. Non fu colpito da una bomba: s’incendiò. La commissione incaricata in seguito di appurare i fatti arrivò alla conclusione che l’incendio era stato doloso, e che l’unica ipotesi possibile fosse che i Tedeschi in ritirata avessero appiccato il fuoco prima di evacuare la zona. Oggi ci sono dei dubbi su questa ipotesi: non si capisce perché l’avrebbero fatto. C’è chi preferisce dar credito all’idea che una favilla sia sfuggita ai fuochi accesi dagli sfollati che erano stati ricoverati proprio nel museo. Il mistero rimane. E rimane il danno. Le navi erano perse per sempre. Si salvarono solo le parti non infiammabili e quelle asportabili, che erano state previdentemente portate a Roma l’anno prima.



Torniamo a Nemi. Il paese cominciò ad esistere solo quando fu edificato il castello, nel secolo IX. I potenti conti di Tuscolo si impadronirono della comunità agricola della valle del lago, la cosiddetta massa nemus, che produceva vino e frutta in grande abbondanza ed apparteneva alla Basilica di Albano per donazione di Costantino. I nuovi padroni fortificarono la zona più elevata, che dominava tutto il lago ed era inattaccabile da tre lati, dando origine a quello che nei testi dell’epoca viene definito Castrum Nemoris, cioè ‘la cittadella del bosco’. La popolazione di contadini e pescatori che viveva sparsa nella valle trovò più sicuro avvicinarsi al fortilizio, e costruì la parte più antica di Nemi, quella che oggi è detta Pullarella e che era un poco più estesa del rione oggi esistente. Un settore infatti fu demolito all’inizio del ‘900 per far posto a un giardino, in parte pensile, voluto dal Principe don Enrico Ruspoli. ("... l’antico ingresso era tutt’uno con l’unica porta del paesello, il quale per altro si riduceva al piccolo quartiere della Pullarella... esso da tre lati è delimitato da un profondo dirupo a picco, mentre il quarto lato era occupato dal Castello; quindi la posizione era per quei tempi pressoché inespugnabile, dato che gli assalitori o dovevano fornirsi di ali per dar la scalata dalla parte del lago, oppure avanzando dalla parte del monte avrebbero cozzato contro il massiccio sistema delle torri. Altra via non c’era." Padre Marsilio, Nemi pittoresca e le navi di Roma, 1935)

Verso la metà dell’XI secolo, decaduti i conti di Tuscolo, il Papa concesse il feudo di Nemi ai Monaci Cistercensi; furono loro che costruirono la torre principale del Palazzo (che era merlata) e il primo complesso monastico. Il feudo dei monaci durò fino al XIII secolo, quando divenne dei Colonna; poi Nemi passò, per donazioni, acquisti, matrimoni ed eredità, da una all’altra famiglia del patriziato romano: Annibaldi, Cesarini, Piccolomini, Cenci, Frangipane, Braschi, Rospigliosi, Orsini, Ruspoli; fra i tanti signori che possedettero il palazzo ci fu anche Roderigo, figlio di Lucrezia Borgia.

Con i Frangipane, la cui signoria va dalla metà del ‘500 alla metà del ‘700, Nemi cominciò a prendere l’aspetto attuale, espandendosi verso il monte; si costruì l’attuale parrocchia di s.Maria del Pozzo e il rione intorno ad essa, e il convento dei Francescani (ora dei Mercedari) con l’annesso Santuario del SS.Crocifisso. Contemporaneamente si ampliava anche il Palazzo (l’imponente ‘ala Frangipane’, che si estende fra la Braccarìa e il Belvedere Dante Alighieri). Sotto i Braschi fu ulteriormente ampliato (dal famoso architetto Valadier, quello del Pincio) con l’ala che dà sul Belvedere in piazza Umberto I, e abbellito con affreschi di Liborio Coccetti (seconda metà del ‘700).

L’economia di Nemi nei secoli è stata affidata alla Natura e all’operosità dei suoi abitanti. Le risorse infatti, prima che si sviluppasse il turismo, erano la pesca nel lago e le coltivazioni della valle. Il lago era molto ricco d’ogni specie ittica lacustre, tanto da farne largo commercio con i paesi circostanti; e quanto alle coltivazioni, il microclima della valle ha sempre molto favorito le colture di frutta e ortaggi. Traballanti carretti carichi di frutti (soprattutto mele, pesche, nocciole e le celeberrime fragole) portavano a Roma ogni giorno provviste destinate a più della metà della popolazione urbana in epoca papalina. E rinomate erano le cipolle, che qui venivano particolarmente dolci per via della peculiare composizione del terreno. Le pendici del cratere, pazientemente terrazzate, erano coperte di fiori e alberi, e non mancava la vite. Leon Battista Alberti, quando frequentò Nemi per tentare il recupero delle navi, così descrive il luogo: "... fruttiferi alberi d’ogni maniera, essendo il paese coltivato che non si ritrova paese tanto dilettevole e fruttifero che lo superi nell’amenità e fertilità". E Papa Pio II, nei suoi Commentarii, scrive: "Omnis planities et omnis rupes ad supercilium montis arboribus fructiferis tegitur: partim castaneae tegunt pulcherrimae virentes, partes maiores nuces in ordinem positae... cum ferax est annus hinc poma in urbem, quae plebi sufficiunt, efferuntur" (ogni piana e ogni rupe fino al ciglio del monte è coperta di alberi da frutta: in parte di castagni bellissimi e vigorosi, in parte di noci posti in filari... quando l’annata è buona, da qui si portano in città frutti da bastare al popolo).

Lontana dal flusso viario dell’Appia (l’unica via d’accesso fino al 1936 era la diramazione da Genzano), Nemi rimase uno dei più appartati fra i Castelli Romani. Divenne improvvisamente famosa in tutto il mondo col ripescaggio delle navi romane, anche grazie alla costruzione della panoramica via dei Laghi. Oggi è una delle mète preferite dai romani per gite e villeggiatura.

test della droga al PARLAMENTO !!!!

finora trovate 72 droghe differenti conosciute, tre sconosciute e una di origine extraterrestre

pare che alcuni politici per non farsi scoprire acquIstino le loro dosi su altri pianeti


la foto è da ritenersi un falso a solo uso esemplificativo


il cesso di babbo natale


trovato carbonizzato brenda uno dei trans del caso marrazzo
suicidio, omicidio o avvertimento ?

domanda se uno si vuole suicidare siamo sicuri che lo faccia dandosi fuoco ?

una mano nera cala su tutta la faccenda

.











Il sequestro


Salvatore, ex finanziere in pensione, su una bella Mercedes nuova di zecca, fermo ad un semaforo scorge un signore piuttosto dimesso seduto su una panchina che da da mangiare agli uccellini. Si accorge che quel signore è un suo ex collega carabiniere con il quale aveva lavorato insieme.
Accosta, si avvicina al signore e le chiede:
-Ma tu non sei Gennaro?
-Certo! Ma tu chi sei?
-Sono Salvatore! Non ti ricordi??
-Ah !! Si !! Come va??? Vedo che te la passi bene!. Vedendolo scendere dalla Mercedes.
-Beh Si In effetti Sai ti devo confessare una cosa dopo tanti anni. Ti ricordi quel sequestro che abbiamo fatto all`aereoporto??
-Beh si! Risponde Gennaro.
-Ti devo dire la verità, le valige che sequestrammo non erano 3 ma quattro! Arrivato a casa apro la valigia, e con grande stupore trovo oro, gioieloli, titoli, valuta, insomma una fortuna. Poi con un po` di investimenti ha comprato case e supermercati e adesso me la spasso proprio bene. E tu???
Beh dice Gennaro, dopo tanti anni posso dirti anch`io la verità. Le valige che sequestrammo non erano 4 ma cinque,!! Sai nella cofusione ne feci sparire una anch`io!!
Beh allora??..... Rispose Salvatore!!
-Arrivato a casa l`aprii e con mio grande stupore era tutta piena di Cambiali!...
-E allora??? .....Rispose sorpreso Salvatore,
-Beh le stò ancora pagando!!!!!!
la nuova squadra
un poliziesco che merita di esere visto

in onda il mercoledi su rai3 la fiction poliziesca 2 la nuova squadra " continua imperterrita nei colpi di scena , fuoriusciti personaggi di spicco per la serie ne arrivano altri con problematiche differenti ma pressanti .

per chi avessse perso gli episodi gia trasmessi la rai tramite il suo sito web da a tutti la possibilita di rivedereli online o offline _( naturalmente scaricandoli ) , quindi non c'e' pericolo di perderne uno , la serie attualmente in onda è giunta al capitolo finale visto che il prossimo sara' l' ultimo episodio di questa mandata _( speriamo ce ne sia un' altra )

sotto un esempio di link
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-39fc1301-5fdb-4029-a124-8d56131d4ee3.html



Litfiba: voci di Reunion


Dopo dieci anni dallo scioglimento dei Litfiba perchè Piero Pelù aveva deciso di intraprendere la carriera da solista, sembra il cantante fiorentino e Ghigo Renzulli abbiano deciso di riunirsi.
Dal 1999 (anno dello scioglimento) ad oggi Pelù ha pubblicato otto tra dischi di inediti e raccolte Live, mentre Ghigo, titolare del nome Litfiba ha pubblicato 6 album dal 2000 al 2009 (l’ultimo è un EP) cambiando per ben due volte cantante (dal 2006 al 2006 Gianluigi Cavallo detto Cabo) e Filippo Mergheri (dal 2008 ad oggi)
Ancora non vi sono ufficialità al riguardo ma sembra che la notizia si sia divulgata tramite Radio DeeJay

FRANCO BATTIATO


INNERES AUGE

Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.
Uno dice che male c’è a organizzare feste private
con delle belle ragazze per allietare Primari e Servitori dello Stato?

Non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?
Che cosa possono le Leggi dove regna soltanto il denaro?
La Giustizia non è altro che una pubblica merce…
di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Con le palpebre chiuse s’intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore: Inneres Auge, Das Innere Auge

La linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
Ma quando ritorno in me, sulla mia via,
a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato…
mi basta una sonata di Corelli, perchè mi meravigli del Creato!

l' ACQUA AI PRIVATI ( come fregare il popolo in 3 tempi )

sfogo di ; er trucido

BISOGNA STARE MOLTO ATTENTI QUANDO QUALCOSA, QUALSIASI COSA PASSA DA ESSERE PUBBLICO, CIOè DI TUTTI A PRIVATO CIOE' NON DI TUTTI ma di una o poche persone.

ci diranno che non' esiste pericolo di sorta, ci diranno che passando ai privati i costi non cambieranno, al contrario diminueranno e che il servizio migliorera', quante volte ancora dobbiamo fare la figura dei fessi, ormai i casi sono innumerevoli , quando mai un privato mette su' un' attivita' sapendo gia che bene che vada andra in pareggio ?, quando è successo che le promesse fatte onde ottenere il beneplacido della popolazione poi siano state mantenute ? quanti scandali ancora possiamo sopportare ?

l' acqua è necessaria alla sopravvivenza quotidiana piu' del cibo , e serve in molti modi, l' acqua non si crea c'e' ,viene incanalata , estratta etc, immagazzinata e depurata , poi immessa nel circuito , i costi sono quelli sopradescritti piu' il personale necessario alla manutezione dei tubi etc. lo stato al posto di privatizzarla dovrebbe garantirne l'utilizzo a tutti e dovunque e a fronte di un canone equo con cui coprire le spese etc senza lucrarci piu' di tanto

le parole, le promesse valgono quel che valgono , costano nulla , i fatti invece no', credere a babbo natale sarebbe bello ma babbo natale si sa' non esiste , è una favola, e quella dell' acqua ai privati mi sembra una storia avente la stessa matrice


l' acqua un dono di DIO agli uomini TUTTI!



ADAGIO LARA FABIAN

Non so dove trovarti
Non so come cercarti
Ma sento una voce che
Nel vento parla di te
Quest' anima senza cuore
Aspetta te
Adagio
Le notti senza pelle
I sogni senza stelle
Immagini del tuo viso
Che passano all' improvviso
Mi fanno sperare ancora
Che ti trovero
Adagio
Chiudo gli occhi e vedo te
Trovo il cammino che
Mi porta via
Dall' agonia
Sento battere in me
Questa musica che
Ho inventato per te
Se sai come trovarmi
Se sai dove cercarmi
Abbracciami con la mente
Il sole mi sembra spento
Accendi il tuo nome in cielo
Dimmi che ci sei
Quello che vorrei
Vivere in te
Il sole mi sembra spento
Abbracciami con la mente
Smarrita senza di te
Dimmi chi sei e ci credero
Musica sei
Adagio

mercoledì 18 novembre 2009

E FATTELA UNA CANTATA



Chissà che faccia strana
la signora Carla avrà
trovandoti domattina
accanto a me nel letto
arriva alle otto.
Son certo che le pulizie non farà, stavolta fuggirà.
Mi sto chiedendo ancora
dove trovai il coraggio
per farti quella domanda cretina
che ti ha fatto ridere prima
prima che diventassi balbuziente
che mi si paralizzasse la mente
come sempre
Tu mi fai sentire un altro uomo,
l'interprete di un film
che ho sempre visto senza te.
La mascella scolpita
di un rude cowboy che fuma
un marinaio bruciato
dal sale e dalla sfortuna
confesso avevo un po' paura
anche se non speravo in niente
di un piccolo incidente che mi mandasse a monte
questo incredibile presente
la gioia di fare all'amore con te.
E invece adesso io cammino nudo
davanti agli occhi tuoi
sereno forte calmo come non sono stato mai
per la prima volta grande
tanto che mi sentirei sicuro
anche senza te.
Tu mi fai sentire un altro uomo
l'interprete di un film
che ho visto tante volte ormai
L'espressione di ghiaccio
di un giovane Padrino
dolcemente stanco
come un medico che ha operato fino al mattino
MATRICOLE - MADONNA


Un Anno D'amore









Un Anno D'amore

Si può finire qui
ma tu davvero puoi
buttare via così
un anno d'amore
se adesso te ne vai
da domani saprai
un giorno com'è lungo e vuoto senza me.
E di notte
e di notte
per non sentirti solo
ricorderai
i tuoi giorni felici
ricorderai
tutti quanti i miei baci
e capirai
in un solo momento
cosa vuol dire
un anno d'amore
cosa vuol dire
un anno d'amore.
Lo so non servirà
e tu mi lascerai
ma dimmi, tu lo sai
che cosa perdiamo
se adesso te ne vai
non le ritroverai
le cose conosciute
vissute
con me.
E di notte
e di notte
per non sentirti solo
ricorderai
i tuoi giorni felici
ricorderai
tutti quanti i miei baci
e capirai
in un solo momento
cosa vuol dire
un anno d'amore
cosa vuol dire
un anno d'amore.
E capirai
in un solo momento
cosa vuol dire
un anno d'amore
cosa vuol dire
un anno d'amore
Inzaghi al Chiambretti Night


Fabrizio Corona, il finto provino per 007

Chiara concerto post X Factor



Gaffe Simona Ventura: “il posto piu’ strano dove fare l’amore”
BEYONCE' - BAGNO TRA LA FOLLA

bicicletta con pilota automatico



caduta a staffetta



hockey gol di forza



maglietta con chitarra elettrica incorporata



realmente in vendita qui

http://www.thinkgeek.com/tshirts-apparel/interactive/c498/
esame patente - signore esaminato esagera in sicurezza e alla fine anche se per poco non passa



l' istruttore a fine prova lo piglia anche a a calci




Metallica: 'Broken, Beat And Scarred'

segnali stradali

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L`operazione


`Perchè sei scappato dalla sala operatoria prima dell`intervento?`
- `Perchè l`infermiera diceva: `Coraggio, non si preoccupi, è un`operazione facile...`
- `E questo non ti ha tranquillizzato?`
- `Il fatto è che parlava con il chirurgo!`

martedì 17 novembre 2009

ecco la pagina n. 05 del numero 298 del fumetto l' osteria ulisse



curiosita' : iil celebre scenziato erminio minchione dopo lunghi studi si attacco alla spina dorsale delle ali di struzzo che erano della luhghezza occorrente ad un uomo per riuscire a volare ,dopo un po' di tempo ed esercizi intensivi ando sulla cima di un monte e si butto di sotto convinto di volare, scopri invece il perche lo struzzo non vola e si schianto nel terreno sottostante dopo pochi minuti , prima di morire riusci a dire " wrshp, hguts, hgk.kk.gfr " poi esalo' l' ultimo respiro.


ad oggi nessuno è riuscito a decifrare il suo ultimo criptico messaggio cifrato
barzelette dal web

"Pensa, ogni volta che respiro muore un uomo"
"Hai provato a prendere qualcosa per l'alito?"
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Con uno stipendio da fame si possono nutrire dei dubbi?
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"Lo sai che il nostro amico Gigi ci ha lasciato le penne!!!"
"Oh, no!!! Poverino..."
"Quella blu è tua, quella rossa è mia!"
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La salma è la virtù dei morti
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All'inizio Dio creò la terra e si riposò.
Poi creò l'uomo e si riposò.
Poi creò la donna.
E da allora né Dio né l'uomo hanno più riposato.
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Un avaro disse a Dio: "Che cosa sono per te 1000 anni?"
E Dio rispose: "Mah, poco più di un secondo"
"E che cosa sono per te 100.000 euro?"
E Dio: "Ma, forse un centesimo"
"E allora", disse l'avaro, "cosa ti costa darmi un centesimo?"
"Certo", rispose Dio, "aspetta solo un secondo..."
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Come si chiama il prete che risponde alle telefonate sconsolate degli ascoltatori di Radio Maria?
"DON Cry!"
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Oggi come oggi, se non compri una casa, non sei nessuno ...
Come dire, ROGITO ERGO SUM.
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Il deserto del Sahara è in Africa. Su questo non ci piove!
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Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo.
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Un contadino vuol fare uno scherzo ad una delle sue galline e le sottrae di nascosto un uovo per dipingerlo di tutti i colori.
Poi lo rimette in mezzo alle altre uova e si mette da una parte a spiare le reazioni della chioccia.
Questa però resta del tutto indifferente.
Deluso, il contadino sta per tornarsene ai suoi lavori, quando vede dall'altra parte dell'aia un gran putiferio: è il gallo che riempie di botte il pavone!
Cosa mangia il conte Dracula a colazione?
I fiocchi... da vena!
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Adamo aveva l'ombelico?
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Tizio: "Scusi, lei ha mica delle foto di sua moglie... nuda?"
Caio: "...mmmm... no... perché me lo chiede???"
Tizio, con fare circospetto e a bassa voce: "hem... ne vuole?"
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Noi donne stiamo molto al telefono... per tenere la linea!
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Interrogazione ad un corso di laurea di medicina.
Professore: "Come si definisce fisicamente l'impotenza?"
Studente: "L'impotenza è quel fenomeno che si verifica quando la forza d'attrazione della Terra risulta maggiore della forza d'attrazione della donna"
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Queste mutandine mi danno un fastidio incredibile.
Me le ha prestate un mio amico di Milano, un creativo. Sono di Eternit perlinato. Io le ho coibentate, per non disperdere fonti di calore.
Naturalmente le ho personalizzate, fanno parte della mia lingerie.
Davanti c'è scritto: "I have a dream" e dietro: "Mission impossible"
(Antonio Albanese)
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Qualsiasi cosa facciano le donne, la devono fare due volte meglio degli uomini per essere considerate valide la metà.
Fortunatamente ciò non è difficile.
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Sai che cos'è l'impotenza? No???
Prova a giocare a shangai con gli spaghetti cotti!!!
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Come fai a sapere di aver finito l'inchiostro invisibile?
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La giraffa è un falso Modigliani.
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Una famosa giornalista americana sta girando un documentario in una zona del Medio Oriente in cui è in atto una guerra. Prima del conflitto aveva notato che allora le mogli camminavano sempre dietro ai mariti.
Tornando oggi, pochi anni dopo, nota che i mariti camminano dieci metri dietro le mogli. La giornalista avvicina una delle donne e commenta: "Stupendo! Qual è la causa di così tanto progresso in un breve tempo?"
Risponde la donna: "Le mine antiuomo!"
ecco la pagina n. 04 del numero 298 del funetto l' osteria ulisse




curiosita:Lo scarafaggio può vivere nove giorni anche se privato della testa, dopodiché ...muore di fame.
modi di dire. perché si dice così?


A bizzeffe
Viene dalla lingua araba, dove bizzaf significa "molto".
E' anche interessante notare quanto dice il Minucci nelle "Note al Malmantile":
"Quando il sommo magistrato romano intendeva fare a un supplicante la grazia senza limitazione, faceva il rescritto sotto al memoriale, che diceva 'fiat, fiat' (sia sia) anziché semplicemente 'fiat', che scrivevasi quando la grazia era meno piena, dipoi per brevità costumarono di dimostrare questa pienezza di grazia con due sole 'ff', onde quello che conseguiva tal grazia diceva: Ho avuto la grazia a 'bis effe'".
A caval donato non si guarda in bocca
Il proverbio significa che dei regali dobbiamo sempre essere grati, anche se di scarso valore; e si dice così perché l'età di un cavallo si giudica guardando lo stato della sua dentatura, già 'lo stato' e non il numero dei denti. Non lo sapeva quel ragazzotto di campagna che andò al mercato ad acquistare un cavallo, e poiché il padre gli aveva raccomandato di osservare bene i denti dell'animale, si indignò nei confronti del mercante dicendogli: "Mi volete imbrogliare! Vendermi un cavallo di quarant'anni!". Tanti infatti sono i denti del cavallo adulto... e il ragazzotto li aveva contati...

Acqua in bocca
Il lessicografo Giacchi dà questa spiegazione. Si narra che una femminuccia, molto dedita alla maldicenza, ma anche devotissima, pregasse il suo confessore di darle un rimedio contro quel peccato. Il confessore insinuava conforti e preghiere, ma inutilmente. Un bel giorno diede alla donna una boccetta d'acqua del pozzo raccomandandole di tenerla sempre con sé e quando sentiva la voglia di 'sparlare' ne mettesse alcune gocce in bocca e ve le tenesse ben chiuse finché non fosse passata la tentazione. La donna così fece, e negli atti ripetuti trovò tanto vantaggio, che alla fine si liberò dal vizio dominante, e come fosse femmina di poco levatura tenne poi quell'acqua per miracolosa.


Alle calende greche
Nel calendario romano con la parola calende si indicava il primo giorno d'ogni mese, Ma questo era ignoto ai Greci. Perciò, fin da tempi remoti, si dice rimandare alle calende greche una faccenda, per intendere che essa non sarà fatta mai.

Andare a scopare il mare
Il senso di quest'espressione ­ anche se con molta probabilità è sconosciuta ai più ­ ci sembra intuitivo: cacciarsi in un'impresa che non avrà nessuna possibilità di successo; fare, insomma, un lavoro completamente inutile. Si adopera, per lo più, nella variante "mandare a scopare il mare" quando si vuole invitare una persona a togliersi di torno; mandandola, magari, a fare una cosa inutile ma eviterà ad altri di perdere tempo nel proprio lavoro. Si usa anche nei confronti di una persona che si invita a non dire sciocchezze o a farla desistere dal tenere comportamenti noiosi e, molto spesso importuni. Si usa, insomma, nei confronti di persone insistenti, noiose e fanfarone.

Avere il mal del prete
Si adopera quest'espressione quando si viene a conoscenza di segreti che, naturalmente, non si possono rivelare a nessuno e si è tormentati come lo è il prete allorché viene a sapere di fatti delittuosi confidatigli in confessione. L'origine di questo modo di dire ­ forse poco conosciuto ­ ci è "raccontata" dal Poliziano in una ballata: "Donne mie, voi non sapete, / ch'io ho il mal ch'avea quel prete. / Fu un prete (questa è vera) / ch'avea morto el porcellino. / Ben sapete che una sera / Gliel rubò un contadino / Ch'era quivi suo vicino / (altri dice suo compare); / Poi s'andò a confessare / e contò del porco al prete. / El messere se ne voleva / Pur andare alla ragione: / Ma pensò che non poteva, / Ché l'avea in confessione. / Dicea poi tra le persone: / Oimè, ch'io ho un male, / ch'io non posso dire avale. / Et anch'io ho il mal del prete".

Avere la coda di paglia
Un'antica favola racconta che una giovane volpe cadde disgraziatamente in una tagliola; riuscì a fuggire ma gran parte della coda rimase nella tagliola. Si sa che la bellezza delle volpi è tutta nella coda, e la poveretta si vergognava di farsi vedere con quel brutto mozzicone. Gli animali che la conoscevano ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia. Tutti mantennero il segreto tranne un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza in confidenza, la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di bruciarsi la coda, evitò di avvicinarsi alle stie. Si dice che uno ha la coda di paglia quando ha commesso qualche birbonata ed ha paura di essere scoperto.

Aver mangiato noci
Ecco uno dei tanti modi di dire della nostra lingua poco conosciuto ma "molto" adoperato da tutti coloro che nel corso della loro vita ­ loro malgrado ­ hanno avuto a che fare con i "mangiatori di noci" che, in senso figurato, si dice di persone che sono sempre mal disposte e di animo cattivo nei confronti di tutti quelli che, al contrario, cercano di assecondarle in tutto e per tutto. "Mangia noci", insomma, colui che parla sempre male di tutti. La locuzione è chiaramente una metafora, vale a dire un modo figurato: le noci ­ è noto a tutti ­ fanno l'alito cattivo e di conseguenza anche le ... parole che escono dalla bocca di coloro che le hanno mangiate. Il modo di dire, quindi, fuor di metafora o di sarcasmo, significa "possedere un animo cattivo" e "sparlare di qualcuno". Un bellissimo esempio di quest'espressione ­ ripetiamo, poco conosciuta ­ si può leggere nel Cecchi: "Be' Crezia / Tu ti sei risentita in mala tempra; / Oh sì, iersera tu mangiasti noci / Che t'ànno fatto sì cattiva lingua".

Bagnare il naso
L'origine dell'espressione è piuttosto brutta! Nelle antiche scuole torinesi, il maestro chiamava il discepolo più bravo perché bagnasse, col dito intinto nella saliva, il naso del compagno che aveva commesso un grave errore. Talvolta era lo stesso maestro che compiva questa bella funzione.

Calma e gesso!
Questo non è propriamente un modo di dire ma un'esclamazione con la quale si invita una persona a non prendere delle decisioni affrettate delle quali, in futuro, potrebbe pentirsi; ma, al contrario, valutare con la massima attenzione una determinata situazione per affrontarla nel modo migliore e "goderne", eventualmente, i benefici.
Gli appassionati del gioco del biliardo dovrebbero conoscerla bene. Prima di un tiro particolarmente difficile, i giocatori esperti valutano con la massima calma la posizione delle biglie e strofinano con il gesso la punta della stecca al fine di renderla "uniforme" ed essere sicuri, quindi, di riuscire ad effettuare al meglio il tiro studiato attentamente.

Campa cavallo
Si racconta che un povero diavolo portava a mano un cavallo vecchio, stanco, sfinito, per una strada sassosa dove si vedeva appena, di quando in quando, un misero filuccio d'erba. Il cavallo stava per cadere, sopraffatto dalla fame e il padrone cercava d'incoraggiarlo dicendogli: "Non morire, cavallo mio, tira avanti ancora per un po'; campa finché crescerà l'erba e potrai sfamarti".

Chi ha fatto trenta può fare trentuno
Papa Leone X, il 1º luglio 1517 creò trenta nuovi cardinali; poi gli parve che un altro prelato fosse pure degno di quell'onore e nomino cardinale anche lui. A coloro che si meravigliarono del fatto che il papa, che aveva deciso di fare trenta cardinali, ne avesse poi fatto uno di più, Leone X rispose "Chi ha fatto trenta può fare trentuno".

Ciao
In passato esisteva il saluto deferente schiavo (per dire: 'servo suo'); poi, specialmente nella regione veneta, si abbreviò la parola in s-cio. In seguito si è trasformata in ciao. Ma il saluto, che prima era ossequioso, è diventato, invece, il più confidenziale. Fino a circa un secolo fa, la parola era usata solo nell'Italia settentrionale.

Ciurlar nel manico
Se la lama di un coltello o di altro simile arnese non è ben inserita nel manico o se ne è staccata per il lungo uso, l'arnese diventa inservibile, perché la lama perde ogni resistenza girando (ciurlando) nel manico. Perciò quando una persona o una cosa risulta incerta e non affidabile si dice che ciurla nel manico.

Dare botte da orbi
Anche nell'ira, colui che picchia, può darsi che abbia qualche riguardo per non fare troppo male; ma un cieco, no! Lui non sa dove batte e colpisce senza pietà e misura.

Dar le mele a una persona.
Quest'espressione ­ forse non molto conosciuta ­ si adopera allorché si vuole dare una particolare rilevanza al fatto che due persone se le sono date di santa ragione e una, in particolare, è stata picchiata con un bastone. Ma cosa ha a che vedere il bastone? Semplice. Questo 'arnese' viene adoperato per "picchiare" l'albero allo scopo di far cadere le mele. In senso metaforico o figurato questa locuzione si usa quando si "picchia" moralmente una persona: in fatto di destrezza tuo fratello ti dà le mele.

Do ut des
Proverbio latino, che significa "do affinché tu dia". E' il proverbio degli egoisti.

Essere al verde
Significa "essere a corto di denaro". Per molto tempo si è usato appaltare i servizi pubblici per mezzo di un'asta. Il banditore accendeva una candela la cui base era tinta di verde. Finché la candela non era arrivata al verde, era lecito fare offerte; dopo, non più.
Secondo altra interpretazione, l'espressione si riferisce semplicemente al fatto che le candele avevano la base tinta di verde.
Fare fiasco
Anticamente c'era a Firenze un artista comico che, ogni sera, si presentava tenendo fra le mani un oggetto nuovo; e su questo oggetto improvvisava versi buffi che facevano ridere il pubblico. Una sera si presentò con un fiasco, ma i versi non piacquero e ci fu un concerto di fischi. Da allora in poi si disse far fiasco per non riuscire in qualche cosa.

Far forno
Gli amanti del teatro dovrebbero conoscere quest'espressione che è propria, appunto, del gergo teatrale. Per la spiegazione e l'origine della locuzione ricorriamo a un dialogo immaginario tra padre e figlio.
Peppino non era più in sé per la gioia: il padre gli aveva promesso che il giorno del suo compleanno lo avrebbe condotto a teatro e sarebbe stata la prima volta che il fanciullo avrebbe assistito, "dal vivo", a una rappresentazione del genere. L'attesa, quindi, era spasmodica. Quel giorno, finalmente, arrivò. "Sbrigati Peppino, oggi è il giorno in cui il teatro 'fa forno', la sala sarà tutta nostra, nessuno ci disturberà, vedrai come staremo bene. Il giovinetto, lì per lì, restò interdetto; pensò che il teatro in quel giorno si sarebbe trasformato in una ... pizzeria, e lui non aveva voglia di mangiare una pizza, voleva andare a teatro, come promessogli dal padre. Si fece coraggio e chiese spiegazioni. "Papà, veramente mi avevi promesso che saremmo andati a teatro, non a mangiare una pizza; perché hai cambiato idea?". "Sciocchino ­ ribattè il padre ­ andiamo a teatro, stai tranquillo, e la sala sarà tutta per noi perché 'fanno forno' ", appunto.
Nel gergo teatrale, dunque, "far forno" significa 'rappresentare a teatro vuoto'. Quest'espressione è un calco sul francese 'faire (un) four' e, pare, si adoperasse quando la sala era quasi vuota e, accomiatati i pochi spettatori presenti, si spegnevano le luci rendendola in tal modo scura, buia come un forno".

Fare il portoghese
(Non pagare il biglietto). L'origine dell'espressione risale al secolo XVIII: l'ambasciata del Portogallo a Roma, per festeggiare un avvenimento, aveva indetto una recita al teatro Argentina per la quale non erano stati distribuiti i biglietti d'invito; bastava presentarsi come "portoghesi". (Dal Dizionario Enciclopedico Italiano).


Fare la cresta sulla spesa
Anticamente si chiamava agresto un condimento asprigno che si ricavava dall'uva poco matura e i contadini, quando coglievano l'uva poco matura per far l'agresto, coglievano anche un po' di quella buona che avrebbero invece dovuto portare al padrone; e si diceva far l'agresto per indicare questa piccola ruberia. In seguito, far l'agresto è diventato far la cresta.

Fare una cosa di soppiatto
L'espressione significa "agire furtivamente, di nascosto". Non tutti sanno, forse, qual è il significato proprio di "soppiatto". E' un aggettivo che si adopera esclusivamente nelle locuzioni simili: uscire di soppiatto; entrare di soppiatto, ecc. e propriamente vale "appiattandosi". E' composto con il prefisso "so(b)" ­ che è il latino "sub" (sotto) ­ e l'aggettivo "piatto" ­ che è tratto dal latino medievale "plattus" ('largo', 'aperto') ­ quindi "schiacciato". La persona che entra di soppiatto, quindi, figuratamente si "appiattisce", si "schiaccia" per ridurre il volume e non farsi notare.

Fare un tiro mancino
Se pensiamo che uno voglia colpirci, istintivamente teniamo d'occhio la sua destra; se il colpo ci viene invece dato con la sinistra, diventa più pericoloso, perchè inaspettato.

Il capro espiatorio
Gli Ebrei avevano anticamente una strana usanza. Mosè aveva ordinato che ogni anno si celebrasse l'espiazione dei peccati. Nel giorno designato, il sommo sacerdote prendeva due capri: il primo veniva sgozzato e il sacerdote lo caricava, simbolicamente, di tutti i peccati suoi e del popolo; l'altro veniva mandato via perché si disperdesse nel deserto e non tornasse mai più. Il primo si chiamava capro espiatorio, il secondo capro emissario.; l

Il pomo della discordia
Gli antichi credevano che ci fosse una dea, figlia della Notte, sorella di Nèmesi (vendetta) e delle Parche (brutte vecchie dalle mani artigliate). Questa dea, amica di Marte, si chiamava Discordia e faceva onore al suo nome aizzando continuamente litigi, pettegolezzi e malignità. Giove, sereno e tollerante come tutti i grandi, la sopportò per un bel po' ma alla fine perse la pazienza e scacciò Discordia dal cielo. Rabbiosa per questo smacco, Discordia cercò ogni occasione per vendicarsi. Quando ci fu il matrimonio di Teti (dea del mare) e Peleo (semplice mortale) furono invitati dee e dei, uomini e donne, ma certo non fu invitata madama Discordia. Al culmine della festa, lei getto sulla tavola una mela d'oro su cui era scritto: "alla più bella". Le dee più belle presenti al banchetto erano tre: Giunone, Minerva e Venere. Ciascuna pretese la mela per sé e nacque un putiferio, la pace della festa fu turbata e l'allegria finì. Le tre dee si rivolsero ad un pastorello, Paride, perché decidesse quale fra loro fosse la più bella e Paride scelse Venere. Le altre due non si rassegnarono e da ciò derivò un mondo di guai.

La pietra dello scandalo
Al tempo dei Romani, quando un disgraziato commerciante falliva, doveva sedersi su una pietra e dir forte ai suoi creditori: Cedo bona ossia 'cedo i miei averi': Dopo ciò, i creditori non avevano più diritto di molestarlo. La pietra, testimone del fatto doloroso, si chiamava pietra dello scandalo.

L'uovo di Colombo
Si racconta che dopo che Cristoforo Colombo scoprì l'America, ci furono tante persone che cercavano di sminuire la sua impresa dicendo che non era poi stato una gran che. Sembra che un giorno Cristoforo Colombo avesse attorno a sé parecchi di tali contestatori e domando loro:"Chi di voi è capace di fare star ritto un uovo?" Tutti ci provarono ma nessuno ci riuscì: Allora Colombo prese l'uovo, lo schiacciò da un lato e la cosa risultò facilissima...

Lupus in fabula
Anche se adesso questo detto ha assunto una valenza un po' diversa, originariamente stava a significare l'arrivo di una persona che ci impedisce di parlare su un certo argomento. Questo perché nelle antiche favole si parlava sempre del lupo come di animale pericolosissimo; si diceva che la sua presenza togliesse la parola agli uomini, facendoli ammutolire dallo spavento.

Mangiare la foglia
In origine l'espressione era "aver mangiato la foglia" con il significato di 'capire al volo'; intendere prontamente il senso del discorso; capire subito le intenzioni altrui. Fra le tante spiegazioni, quella che dà Ugo Enrico Paoli sembra la più convincente. Egli considera la foglia come un collettivo: più foglie che si fanno mangiare agli animali vaccini. Questi si dividono in due gruppi: i lattanti che prendono il nutrimento dalla poppa materna e le bestie adulte che hanno già cominciato a mangiare la ... foglia. Secondo il Paoli, quindi, il senso pratico del mondo contadino ha associato alla locuzione "aver mangiato la foglia" il concetto di saggezza.

Mangiar le noci col mallo
Riferita a una persona che dice male di un'altra ancora più maldicente. Benedetto Varchi, nel suo "Ercolano", così spiega il modo di dire (anche questo poco conosciuto, per la verità): "Di coloro che hanno cattiva lingua, e dicon male volentieri, si dice: 'egli ha mangiato noci', benché il volgo dice 'noce'; e 'mangiar le noci col mallo' (l'involucro della noce, della mandorla e di frutti simili, ndr) si dice di quegli che dicon male e cozzano con coloro i quali sanno dir male meglio di essi, di maniera che non ne stanno in capitale, anzi ne scapitano, e perdono in di grosso".

Non esser della parrocchia
Non far parte di un gruppo, di una combriccola; essere, insomma, un "estraneo", in particolare riferito a colui che volontariamente si tiene fuori dalle discussioni e da ambienti che non gli "aggradano". L'aneddoto di un autore ignoto tenta di dare una spiegazione circa l'origine del modo di dire: "Si narra che un sacerdote, durante la predica, allo scopo di sollevare il morale un po' depresso dei suoi fedeli si mise a raccontare qualcosa di molto divertente che provocava frequentissimi sorrisi negli astanti. Uno soltanto, in fondo alla navata, ascoltava impassibile, come se fosse 'estraneo' all'ambiente. Un fedele, incuriosito, non poté trattenersi dal chiedergli spiegazioni del suo strano comportamento. 'Mi perdoni ­ l'apostrofò ­ perché mai lei non ride?'. E quest'ultimo, con assoluta cortesia, 'perché non sono della parrocchia'; volendo dire, probabilmente, che non capiva a cosa si riferissero le spiritose battute del sacerdote, non conoscendo né il posto né la gente".

Ovazione
Si dice che viene tributata un'ovazione ad una persona quando viene acclamata dalla folla, con applausi, ecc. Secondo i Romani, quando uno era degno di onoranze, lo si faceva procedere a piedi o a cavallo con una toga ricamata e incoronato di mirto, fra le ali della folla. Poi in suo onore veniva sacrificata una pecora; e proprio dal nome di quest'animale (ovis = pecora) la cerimonia si chiamava ovazione.

Per filo e per segno
Un tempo, gli imbianchini sul muro e i segantini sul legno usavano 'batter la corda', ossia tenevano sul muro o sul legno un filo intinto di una polvere colorata e poi lo lasciavano andare di colpo, in modo che ne rimanesse l'impronta. Tale impronta o segno indicava la linea da seguire nell'imbiancare o nel segare. Da lì è derivato l'uso di dire per filo e per segno per intendere 'ordinatamente, con sicura esattezza'.

Piantare in asso
L'espressione non è altro che la deformazione popolare della locuzione "piantare (o lasciare) in Nasso", un'isola greca dove - secondo la mitologia - Teseo, il "giustiziere" del Minotauro, avrebbe abbandonato ("piantato") la sposa Arianna dopo che costei l'aveva aiutato a condurre in porto l'impresa con il suo celeberrimo "filo".

Prendere il lato alla predica
Questo modo di dire - per la verità poco conosciuto - si tira in ballo quando si vuole mettere bene in evidenza il fatto che per raggiungere un determinato fine occorrono "astuzia", "sveltezza", "accortezza" eþ "occhio" per non cadere in fallo. L'espressione trae origine dall'antica usanza dei fedeli che si recavano in chiesa ad ascoltare la predica e cercavano di prendere il "lato", vale a dire il posto migliore per poterla ascoltare meglio. Naturalmente si faceva molta fatica perþ trovarlo, bisognava, quindi, essere svelti per non lasciarsi sopraffare dai più zelanti e non correre il rischio di rimanere in fondo alla Chiesa dove la "vista" e l' "udito" non erano appagati. Con il trascorrere del tempo la locuzione ha assunto il significato - più generico - di "usare qualunque accorgimento per raggiungere, in pace, un determinato scopo".

Prendere una cantonata
Se chi guida un carro fa una curva troppo stretta, urta col mozzo della ruota contro l'angolo di una strada e può accadere un guaio. Perciò, prendere una cantonata in senso figurato significa commettere un errore, prendere un abbaglio.

Questione di lana caprina
Le pecore hanno la lana, ma le capre hanno il pelo o la lana? Può essere una questione importante! Quando si vuol criticare qualcuno che sottilizza, arzigogola su argomenti futilissimi, si dice che perde tempo intorno a questioni di lana caprina

Raccogliere i broccoli
Questa locuzione pur essendo ­ con molta probabilità ­ sconosciuta ai più, è messa in pratica da molte persone, soprattutto nei posti di lavoro. Chi raccoglie i broccoli, dunque, naturalmente in senso figurato? Colui che si diverte a divulgare pettegolezzi e maldicenze nei confronti di tutti. L'espressione sembra faccia riferimento ai discorsi delle massaie le quali, quando vanno a "raccogliere i broccoli", cioè al mercato, si scambiano notizie e pettegolezzi su tutto e per tutti. Cari amici, quanti "raccoglitori di broccoli" vi è capitato d'incontrare durante la vostra vita?

Restare di sale
Nella Bibbia si narra che durante il fuoco celeste deciso dal Signore per distruggere la città di Sodoma, Dio ordinò ai fuggiaschi di andare via senza mai volgersi indietro per nessun motivo a guardare la distruzione. La moglie di Lot (nipote di Abramo), vinta dalla curiosità, si voltò e fu trasformata in una statua di sale.

Salamelecco
In arabo, Salam aleik significa 'pace a te' ed è una bella forma di saluto, ma poichè di solito è accompagnata da gesti pieni d'ossequio, gli Italiani, traducendo con la parola salamelecco (usata quasi sempre al plurale) hanno aggiunto ad essa l'idea di inchini, riverenze e smorfie ridicole.

Stare a martello
Vale a dire resistere alla censura. L'espressione ci sembra non abbisognevole di spiegazioni essendo di origine intuitiva: colui che riesce a "sfuggire" alla censura vuol dire che ha degli argomenti che non si "rompono" - ovviamente in senso metaforico - sotto i colpi del martello. Il modo di dire vale anche "corrispondere al vero". In questo caso la locuzione fa riferimento al cimento dell'argento: quando non resiste ai colpi del martello vuol dire che non è sincero. Di qui, per l'appunto, l'uso figurato dell'espressione.

Tabula rasa
Si sa che gli antichi scrivevano su tavolette. Quando poi volevano usar di nuovo la tavoletta, facevano scomparire lo scritto precedente radendolo. Tabula rasa significava appunto la tavoletta da cui lo scritto era stato fatto scomparire.

Voce stentorea
Si dice così per indicare una voce fortissima, fragorosa, perché Omero racconta di un principe greco, Stèntore, che aveva una voce così potente come quella di cinquanta persone riunite.
ecco la pagina n. 03 del numero 298 del fumetto l' osteria ulisse





curiosita' : lo sapevate che se una statua rappresenta una persona su un cavallo che ha entrambe le zampe anteriori sollevate, significa che la persona in questione è morta in guerra. Se il cavallo ha solo una zampa anteriore sollevata, la persona è morta a seguito di una ferita riportata in guerra. Se il cavallo ha tutte le quattro zampe a terra, la persona è morta per cause naturali.
prosegue la pubblicaziione del n. 298 dell fumetto l' osteria ulisse







curiosita : gli aborigeni Australiani usavano scaccolarsi con un utensile di forma irregolare che col tempo diventava simile ad un lecca lecca , quando l' utensile non entrava piu' nelle narici era uso degli aborigeni donarlo agli esploratori provenienti da terre lontane
come annunciato tempo fa' ecco la pagina n. 1 del numero 298
del fumetto l' ostreia Ulisse
il Torrone

tra un po' arrivano le feste Natalizie e i vari regali e dolciumi con loro, tra l' altro, c'e' il torrone, in questi tempi di crisi chissa' se forse qualcuno vorebbe provare a farselo da se' , in tutti i casi un po piu' in giu' trovate la ricetta del torrone

breve storia

Secondo la leggenda, il torrone sarebbe stato creato nel 1441, a Cremona, in occasione del banchetto di nozze di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. Tale dolce consisteva in un composto di mandorle, miele e bianco d’uovo, molto compatto, modellato in modo da riprodurre la forma del campanile del duomo, il noto Torrazzo (all’epoca chiamato Torrione).


Non è difficile, però, credere che il preparato di base del torrone fosse ben noto già dai tempi antichi: gli ingredienti base di questo dolce, miele e mandorle, infatti, erano diffusissimi in tutto il Mediterraneo già da molto tempo e permettevano di preparare prodotti facilmente conservabili anche al caldo. I Romani e gli Arabi preparavano dolciumi chiamati rispettivamente Cupedia e Turun dai quali, attraverso una lenta evoluzione, sembra sia derivato il nostro torrone.

In Italia non c'è regione che non abbia il suo torrone: in provincia di Verona, la supremazia appartiene a quello denominato "di Colonia veneta". Molto più morbido è quello di Benevento, arricchito anche da frutta secca, prodotto ancora oggi secondo una ricetta antica di un secolo, quando ancora era chiamato Copeta. Il torrone Aquilano è al cioccolato e morbidissimo. Nella Sicilia orientale si prepara con i semi di sesamo e prende il nome di Giuggiulena (dall'arabo "giulgiulan", forma dialettale della parola sesamo). Nella Sicilia occidentale è detto invece Cubbaita, dall'arabo Qubbiat.

TORRONE ALL'ARANCIA

INGREDIENTI:
nocciole g 250 - mandorle g 320 - miele g 250 - zucchero g 320 - tre albumi - un'arancia - scorzetta d'arancia candita g 50 - due cucchiaiate di Brandy - una bustina di vaniglia - poche ostie per torrone

PREPARAZIONE:
Sbucciate le mandorle dopo averle immerse per qualche minuto nell'acqua bollente.
Fate tostare le nocciole nel forno a calore moderato, poi strofinatele contro un setaccio per liberarle della buccia.
Ponete il miele in una casseruola, posta a bagnomaria in un'altra casseruola più grande e lasciate cuocere a fuoco moderato per un'ora abbondante mescolando con un cucchiaio di legno.
Mettete la scorzetta d'arancia in una tazzina e irroratela con il Brandy.
Quando il miele avrà preso un colore biondo scuro montate a neve gli albumi e amalgamateli con delicatezza al miele: il composto dovrà gonfiarsi e divenire spumeggiante. Ponete sul fuoco lo zucchero e, appena diventerà dorato, unitelo al composto di albumi e miele, mescolando continuamente.
A poco a poco la massa bianca e spumosa contenuta nella casseruola tenderà a diminuire di volume e a diventare più dura. Controllate allora il giusto grado di consistenza dell'impasto, lasciandone cadere un pochino in una scodella colma di acqua fredda: poiché il freddo lo indurirà, potrete giudicare facilmente se il torrone è duro al punto desiderato.
Amalgamate poi alla preparazione le mandorle e le nocciole intere, che avrete lasciato scaldare alcuni minuti nel forno. Aggiungete la scorzetta di arancia ben sgocciolata dal Brandy, la buccia grattugiata di un'arancia e la vaniglia. Mescolate rapidamente, cercando di distribuire i vari ingredienti in modo uniforme.
Adagiate infine sul marmo di cucina una striscia di ostie, versatevi sopra il torrone caldo, cercando di modellare in una forma rettangolare di circa centimetri 25 x 20 e alta circa 4 centimetri.
Appoggiate sulla superficie spianata del torrone le rimanenti ostie e lasciatelo completamente raffreddare e ben indurire, quindi tagliate il torrone a pezzi.
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versione 2
Torrone di Cremona






Informazioni



Media


2 h


Non Applicato.


Le dosi si riferiscono ad un torrone di circa 1,5 kg. I canditi da utilizzare sono le scorze di arance e di cedro.

Ingredienti per 8 persone

1. Miele 300 g
2. Zucchero 300 g
3. Acqua 100 g
4. Nocciole tostate 150 g
5. Mandorle tostate 550 g
6. Canditi 150 g
7. Uova 3 albumi
8. Vanillina 1 bustina
9. Limoni, scorza 2
10. Ostie da pasticceria 30

Preparazione
1 Ponete una pirofila a bagnomaria, adagiatevi il miele e lasciate cuocere per 90 minuti a fiamma moderata, mescolando continuamente con un cucchiaio di legno.
Il miele si riterrà pronto quando versandolo ( una goccia di prova ) in poca acqua fredda si solidificherà.
2 Nel frattempo fate cuocere lo zucchero insieme all'acqua.
Verificate che sia pronto versando una goccia in un piattino: dovrà formare una perla biancastra e croccante.
3 Montate a neve ben soda gli albumi, quindi uniteli al miele ormai pronto.
In questo modo otterrete un rigonfiamento del miele, che diventerà bianco e spumoso.
Continuate ancora per altri 5 minuti ed aggiungete anche lo zucchero, mescolando fino ad ottenere un composto piuttosto indurito.
4 Unite a questo punto le mandorle, la frutta candita, le nocciole, la scorza dei limoni grattugiata ( solo la parte gialla ), la vanillina e mescolate con cura fino ad amalgamare il tutto in maniera perfetta.
5 Prendete metà delle ostie a vostra disposizione e ricoprite lo stampo. Inserite il composto, livellate e coprite con la rimanenza delle ostie. Dovrete ottenere uno spessore di circa 3/4 cm.Lasciate riposare il torrone per 30 m. Capovolgete lo stampo su piano di lavoro e tagliate il torrone a pezzi. Avvolgete i pezzi in carta pergamena e poi in carta d'alluminio. Conservate in luogo fresco ed asciutto.