venerdì 30 agosto 2013

I POPOLI PREROMANI

chi abitava la nostra penisola L'ITALIA prima dei ROMANI? vi erano popoli più o meno uniti tra loro oppure era una terra disabitata? vi erano piccole aggregazioni umane o solo pseudoumani di passaggio?

la risposta è presto data L'Italia preromanica era abitata e anche da parecchia gente certo non come ora ma comunque distribuiti un po in tutta la penisola vi erano insediamenti umani più o meno corposi ecco la lista dei vari popoli che la abitavano 

I PEUCETI, I PICENI, I SABINI, I SARDI, GLI ELIMI, SICANI, SICULI ED IBLEI, GLI ETRUSCHI, I SANNITI, I VENETI, I MORGENTI, I VOLSCI, I RETI, GLI UMBRI, I LIGURI, I CELTI, I LATINI, GLI EQUI, I BRUZI O BRETTI, GLI AURUNCI, I CAPENATI, GLI ERNICI,. GLI ENOTRI, I FRENTANI, I FALISCI, I LUCANI, I, MARRUCINI, I MESSAPI, I MARSI e di sucuro anche altri questi però erani  i più diffusi ovvero quei popoli che avevano al loro interno un numero complessivo di esseri umani tali da potersi considerarsi popoli veri e propri e non semplici umani  di passaggio e magari non stanziali

ma vediamo che troviamo nel web ..........
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Prima della conquista da parte dei romani, l’Italia antica si caratterizzava per la presenza sul proprio territorio di diverse popolazioni. La maggior parte di questi popoli erano di origine indoeuropea ed erano presenti nella penisola italica fin dal II° millennio prima di Cristo. Con il passare dei secoli queste genti vennero denominate italici anche a causa del progressivo allargamento del concetto geografico di Italia che, se inizialmente indicava esclusivamente l’estrema punta della Calabria, finì col tempo per indicare tutta la penisola.Le maggiori tra queste comunità furono nell’Italia nordorientale i Veneti, nell’attuale Lazio, nel territorio compreso tra l’Appennino e la costa Latini, Volsci e Equi. Dal versante opposto dell’Appennino, fino allo sconfinamento nelle attuali regioni dell'Umbria e delle Marche vivevano Sabini, Umbri, Marsi, Peligni,Marrucini e Piceni.Scendendo verso sud, in corrispondenza della fascia appenninica posta tra le attuali regioni dell’Abruzzo e della Campania, si trovava il territorio abitato dai Sanniti.Essi non furono mai un popolo unitario ma bensì un insieme di tribù che, in caso di guerra univano le proprie forze per affrontare l’avversario del momento. Nelle zone più interne dell’attuale Campania erano invece stanziati gli Osci. In Puglia il popolo degli Iapigi il cui nome variava a seconda delle diverse località di provenienza. Nell’estremo sud in corrispondenza delle attuali Basilicata e Calabria vivevano invece Lucani e Bruzi. Il quadro delle popolazioni italiche preromane viene completato da due popoli di origine non indoeuropea:i Liguri, che abitavano una regione molto estesa che non comprendeva solamente la Liguria, ma un vasto territorio compreso tra i fiumi Arno e Rodano e gliEtruschi che partendo dall’Etruria, regione compresa tra l’Alto Lazio e la Toscana, crearono propri insediamenti in aree piuttosto distanti tra loro come ad esempio la Pianura Padana e la costa campana.Gli Etruschi furono fino al VI secolo prima di Cristo la società più avanzata del mosaico italico. La Sardegna aveva visto nascere la civiltà Nuragica dei Sardi, popolazione non indoeuropea, cui successivamente fece seguito la colonizzazione da parte dei Fenici. Più complessa la situazione in Sicilia dove convissero a lungo colonie di origine fenicia e greca e le popolazioni autoctone degli Elimi, Siculi e Sicani, questi ultimi di origine non indoeuropea. In ultimo ci sono da considerare le migrazioni di popolazioni galliche nel Nord dell’Italia Insubri, Cenomani,Boi e le fiorenti colonie della Magna Grecia. Liguri, Etruschi, Galli e Greci, non sono inclusi tra i popoli considerati italici e persino i romani, che li assogettarono,li considerarono sempre estranei alla formazione dell’ identità del loro popolo.
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La Terra di Saturno e le Quattro Rome

Negli ultimi tre secoli una serie di scrittori italiani ha affrontato un tema che ormai rischia di andare dimenticato nel vertiginoso succedersi delle mode letterarie: l’antichità dei popoli italici e la precedenza storica della loro civiltà rispetto a quelle del bacino del Mediterraneo, civiltà a cui questi scrittori dettero il nome di Terra di Saturno , rifacendosi nel nome all’Età dell’Oro di Saturno, della quale gli scrittori classici, sia Latini che Greci, avevano scritto. I loro lavori si appoggiano a questi classici, le cui citazioni vengono collegate e riunite in modo tale da creare un discorso ordinato, anche se a volte sviluppato sul filo della logica o contenente errori anche grossolani per noi che, venuti tanti anni dopo, abbiamo a disposizione nuove scienze e nuovi strumenti d’indagine, per cui a volte essi ci fanno sorridere per la loro ingenuità ed il loro travolgente entusiasmo.
Ma non per questo la loro opera deve essere sottovalutata e lasciata cadere nell’oblio: costoro pubblicarono prima e durante il periodo del Risorgimento le loro opere e vanno annoverati tra i promotori dell’Unità nazionale, a cui davano l’esempio antichissimo di un Primo Risorgimento che doveva essere fonte di speranza per la riuscita del nuovo tentativo di riunire le regioni italiane e di cacciare lo straniero, austriaco, spagnolo o francese che fosse.

Possiamo risalire indietro nel tempo fino a giungere almeno all’inizio del Settecento (in realtà sarebbe possibile trovare ancora prima tracce di questa ricerca culturale, ad esempio con Annio da Viterbo, che già nel Cinquecento parlava di una “Prisca Sapienza” dei primi popoli italici2 ), a partire da Giambattista Vico FIG. 1, il quale nel suo De antiquissima italorum sapientia del 1710 affermò per primo l’esistenza di una sapienza Romana ed etrusca che aveva preceduto nel tempo le altre civiltà, andando controcorrente, poiché già allora si andava affermando quella concezione della supremazia civile e culturale della Grecia, che con il Winckelmann troverà la sua codificazione fin dal 1755 con i Pensieri sull’imitazione delle opere greche FIG. 2 per poi giungere alla critica distruttiva di Theodor Mommsen e della Scuola tedesca nei confronti di tutto quanto riguardava la storia arcaica di Roma (ormai confermata nel suo insieme dalle ricerche di Carandini e dei suoi successori).
Nel De antiquissima Vico, considerando il linguaggio come oggettivazione del pensiero, cercò di rintracciare, mediante l'analisi etimologica di alcune parole chiave latine, le originarie forme del pensiero dei Romani e quindi degli etruschi che erano la sorgente prima delle loro conoscenze: applicando questo originale metodo, Vico risaliva ad un antico sapere filosofico delle più antiche popolazioni italiche.
Il fatto che Vico appartenesse alla cerchia dei conoscenti di Raimondo De Sangro Principe di San Severo è a nostro avviso molto interessante, visto che si può rintracciare tutta una serie di personaggi che dal tempo del Principe portarono avanti questa linea di pensiero fino all’Ottocento e forse anche oltre: parliamo di suo figlio Vincenzo, del nipote Michele, dei suoi cugini Francesco e Luigi D’Aquino, e poi degli affiliati alle Logge di Raimondo che parteciparono all’effimera Repubblica Napoletana del 1799, proseguendo attraverso vie, che non sappiamo se connesse o meno al suo pensiero esoterico ma sicuramente affini, quali il Rito egizio di Misraïm e di Misraïm-Memphis e quello che viene chiamato Ordine Egizio (ma di cui in realtà ben poco si conosce di certo), ambedue Centri che ebbero a Napoli il loro punto di forza.
Parlare di questo ci porterebbe troppo lontano, per cui limiteremo il discorso ad un riassunto del “mito di base” della Terra di Saturno, dove con la parola “mito” non intendiamo favola o leggenda, come ora si usa, ma quell’idea-forza che dà potenza al pensiero umano collegandolo analogicamente ai piani superiori dell’Essere.

Dobbiamo iniziare, aiutandoci con i risultati degli studi della moderna geologia e vulcanologia, dall’ultima Era Glaciale: a quel tempo l’estensione dell’Italia era molto maggiore di quella attuale FIG. 3, ad oriente essa occupava buona parte dell’Adriatico, per cui le foci del Po erano ben distanti da quelle attuali, ad occidente era direttamente collegata all’isola d’Elba e al complesso Corsica-Sardegna mentre a sud giungeva a comprendere la Sicilia, Malta e Gozo; sul versante tirrenico le spiagge costituivano un’ampia pianura, dato che il livello del Mare Tirreno era circa 100-120 metri più basso dell’attuale.
Questa era la Tirrenide, una regione abitata da tribù italiche di alto livello di civiltà, di cui Mazzoldi, il maggiore degli scrittori dell’Ottocento, FIG. 4 ci dà nel suo Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano del 1840 un’interessante ricostruzione3 , basata sulle notizie pervenute attraverso i miti, la poesia epica e gli altri scritti degli antichi. Secondo Mazzoldi esse sarebbero state di religione monoteista, identificavano nel Sole l’aspetto visibile della divinità, lo Stato era retto da un monarca e da un consiglio di aristocratici, l’architettura era molto avanzata, tanto da consentire le costruzioni delle cinte murarie di Alatri, di Segni e di altre “città ciclopiche”, che noi chiamiamo megalitiche e che Mazzoldi chiama “saturnie”; l’arte della navigazione aveva raggiunto alti livelli di perfezione, in un periodo in cui le altre nazioni del Mediterraneo ancora non possedevano imbarcazioni capaci di attraversare i mari.

Ravioli, che pubblicò i suoi studi poco dopo Mazzoldi a partire dal Ragionamento del Foro romano e dei suoi principali monumenti del 1859, suppose l’esistenza di una prima città nella zona dove nei secoli successivi sorgerà Saturnia, la Roma di Saturno, che egli nel suo disegno dell’Italia-Tirrenide chiamò “Metropolis” FIG. 5: questa sarebbe quindi la Prima Roma, la Roma precedente la “catastrofe italica”, il cui re potrebbe identificarsi con quel Camese4 che rarissime citazioni dicono essere precedente anche a Giano, il quale avrebbe da lui ricevuto il territorio che sarà il Lazio secondo la testimonianza di Macrobio (Saturnalia I, 7 19): “Giano ottenne di regnare su questa terra che ora è chiamata Italia e, come scrive Igino seguendo Protarco di Tralli, regnò condividendo il potere con Camese, anch’egli indigeno”. In tal modo “l’epoca aurea viene spostata al regno dell’oscurissimo Camese di cui resta poco più del nome, che regnò ancor prima di Giano e condivise con lui il regno”5 .
Intervennero a questo punto due fattori a distruggere la Tirrenide, la velocità di accadimento dei quali fu nell’arco di una o al massimo poche generazioni: la fine dell’Era Glaciale, circa nel 6000 a.C., determinò lo scioglimento improvviso dei ghiacci ed un rapido innalzamento del livello del mare, ma sicuramente più imponente e più veloce fu l’azione dei vulcani nel mutare l’aspetto dell’ambiente, messi in attività dal riassestamento della crosta terrestre conseguente alla deglaciazione e alla redistribuzione dei pesi sulla superficie del nostro pianeta (conseguente alla scomparsa di enormi ghiacciai e all’aumento delle acque degli oceani e dei mari).


La catena vulcanica del Lazio e della Campania eruttò milioni di metri cubi di lava e di ceneri che ebbero l’effetto non solo di modificare la superficie, ricoprendola di strati di rocce vulcaniche, ma anche quello di scatenare terremoti e maremoti e di inabissare le regioni costiere, sommerse anche dal rapido innalzarsi dei mari, rendendo inabitabili zone fino allora popolate. Tra questi effetti vi fu la rottura della lingua di terra che univa l’Italia alla Sicilia e la trasformazione di questa in un’isola, avvenimento che era ben noto agli scrittori classici e più volte raccontato da essi6 .
Ad essi si unì l’eruzione di vulcani ora sommersi (ma le cui cime si trovano attualmente a soli 600–700 metri sotto il livello del mare), posti nel Tirreno tra il golfo di Napoli e le isole Lipari, dei quali almeno uno, il Marsili, è tutt’ora attivo.
Queste eruzioni distruttive ed i terremoti che ne conseguirono sarebbero ricordati nelle storie degli antichi nel mito della guerra tra Giove “il giovane” e Saturno con la sua stirpe di Titani: anche se molti autori, a partire dal Mazzoldi e dal Ravioli, furono fin troppo evemeristici nella ricostruzione di questa guerra come di tutto il mito della Terra di Saturno, quanto riportato nelle “favole” dei Latini e dei Greci sembra coincidere in modo impressionante con tali lontanissimi eventi.
Che questo sia avvenuto in tempi relativamente recenti lo conferma lo studio del Vulcano Laziale o Albano, la cui ultima fase di attività fu intorno al 5000 - 3000 a.C., anzi attività di minore intensità sono note anche in epoca storica e ricordate dagli scrittori Romani. L’innalzamento del livello dei mari ed in particolare del Tirreno fu tale che per lungo tempo le coste della Toscana, del Lazio e della Campania furono trasformate in un arcipelago di isole, tra le quali primeggiavano il Vulcano Albano ed il Monte Circeo.
Tali sconvolgimenti, a cui gli autori della Terra di Saturno dettero il nome di “cataclisma” o “catastrofe italica”7 , determinarono importanti cambiamenti nella dislocazione delle popolazioni della Tirrenide, parte delle quali si rifugiò sulle montagne e parte invece preferì allontanarsi via mare per cercare terre più ospitali: i primi presero il nome di Aborigeni, i secondi di Pelasgi. Gli Aborigeni si trovarono compressi dai nuovi popoli giunti da nord-ovest (chiamati da questi autori Iberico-Liguri o Celto-Liguri), mentre altri popoli, anch’essi autoctoni come gli Aborigeni ma stanziati nelle regioni interne dell’Italia, come i proto Umbri ed i Siculi, si impadronivano di vasti territori dell’Italia centrale, cacciando gli Aborigeni sugli Appennini.
Tra le città conquistate nel Lazio dai Siculi vi fu anche la Seconda Roma, la Saturnia fondata alla fine del periodo catastrofico da Saturno sul Palatino con il consenso di Giano, signore del Gianicolo e della città di Antipolis che sarebbe sorta su questo colle; di Saturnia rimanevano secondo Virgilio solo alcuni resti che Evandro mostrò ad Enea, alcuni dei quali erano ancora esistenti secondo Ravioli al tempo dei Tarquini, cioè le steli consacrate a Juventas e Terminus sul Campidoglio, che per decreto degli Àuguri dovettero esser lasciate sul posto al momento della costruzione del tempio di Giove Ottimo Massimo.
I Pelasgi invece approdarono sulle coste di Creta e dell’Egitto, civilizzando gli abitatori del luogo ancora allo stato barbarico, e da qui passarono in Grecia, portando la civiltà della Tirrenide e dirozzando i popoli con cui vennero in contatto, e si spinsero fino alle coste della Turchia e della Mezzaluna Fertile, secondo la ricostruzione del Mazzoldi.
Col passare dei secoli i Pelasgi, ridotti numericamente perché ormai dispersi in piccole comunità su di un territorio vastissimo, in parte furono assorbiti dai popoli che avevano civilizzato, in parte vennero sconfitti in guerre locali (e la storia di Platone secondo cui gli Ateniesi vinsero gli Atlantidi sarebbe una testimonianza di ciò), per cui chiesero all’oracolo di Dodona, da loro stessi fondato, cosa fare: l’oracolo dette il responso, riportato da Lucio Manlio e trascritto da Dionigi d’Alicarnasso (Romanae Antiquitates I, 19, 3), di ritornare alla Terra Saturnia.
Raggiunta l’Italia, i Pelasgi sbarcarono secondo gli autori antichi sulla costa laziale presso Ceri e da lì si addentrarono nel Reatino fino a congiungersi con i loro antichi parenti Aborigeni: l’unione delle due forze consentì di formare un esercito poderoso che ricacciò a nord i Celto-Liguri e a sud i Siculi, i quali allora occupavano il sito che sarebbe stato di Roma, sul quale invece si insediarono i Pelasgi.
Fu questo un vero e proprio Primo Risorgimento, che consentì di liberare l’Italia dagli invasori e di ricostruire una nazione italica comprendente gran parte dell’Italia centro-meridionale, abitata dai Pelasgi a sud del Tevere e dagli Etruschi a nord di esso fino alla pianura del Po.
Mazzoldi riconobbe in questa ricostruzione storica di un’Italia nata dalla guerra degli Aborigeni e dei Pelasgi contro i Liguro-Iberici ed i Siculi una prefigurazione di quello che era il Risorgimento che ai suoi tempi (1844) era appena iniziato: “Un eloquente ma non mai compreso insegnamento, col quale si aprirono e si conclusero i quattro grandi periodi [della storia d’Italia], finì di determinarli nelle prime mosse di questo quinto periodo che si è ora iniziato nella dominazione redentrice di Vittorio Emanuele II”8 .

La ricostruzione delle città dopo la conquista dei Pelasgo-Aborigeni ebbe, secondo Ravioli, un particolare simbolo grafico come commemorazione delle vittorie ottenute sugli invasori che avevano usurpato il loro territorio: una divinità femminile armata di lancia e scudo in piedi tra due colonne sormontate da galli o da altri animali, disegno che venne adottato come emblema nei loro libri sia da Ravioli che da Ciro Nispi-Landi FIG. 6, il prosecutore della sua opera FIG. 7; questo dipinto si trovava sui vasi cosi detti Panatenaici ritrovati in Italia FIG. 8, i quali però non commemoravano, a detta di Ravioli, la nota festa in onore di Atena ma la redenzione da parte dei Pelasgo-Aborigeni delle città cadute in mano agli invasori. Ai Pelasgo-Aborigeni si unì in seguito un altro popolo, che sarebbe giunto in Italia dall’ovest provenendo dalla Spagna e che contribuì alla cacciata dei Liguro-Iberici: secondo Ravioli questo popolo, formato da Argei e da Epei, sarebbe stato guidato da Ercole di Argo (questi autori distinguono un Hercules italico da un più tardo Heracles greco, al quale vanno attribuite le Dodici Fatiche9 ) ed era composto anch’esso da italici, quindi parenti dei Pelasgo–Aborigeni, ma sottomessi in passato dai Celto-Liguri e deportati in Iberia. Il mito dei “buoi di Gerione” nasconderebbe questa vicenda, poiché i “buoi” altri non sarebbero che i “vitloi”, nome di un’antica popolazione stanziata nell’attuale Calabria ed eponima dell’antico nome d’Italia come “la terra dei vituli, dei buoi”. Il Foro Boario di Roma, ove era stata eretta la statua di un possente toro, sarebbe stato il luogo della commemorazione del riscatto di Roma da parte di Ercole, rimasto per secoli sacro alle più antiche memorie romane (qui Romolo e Tito Tazio giurarono il patto di alleanza tra Romani e Sabini) e solo in tempi più recenti trasformato in un mercato. La sconfitta del re siculo Caco e l’uccisione di questi per mano di Ercole si situava al tempo della Terza Roma, la Pallantea di Evandro, ed Ercole in tal modo restituì pienamente il territorio di Roma ai Pelasgo-Aborigeni, tanto da venire da essi divinizzato (secondo le visioni evemeristiche del Ravioli e poi di Guido Di Nardo ne La Roma preistorica sul Palatino del 1934). Dopo Evandro iniziò la serie dei Re divini del Lazio, Pico, Fauno e Latino, al cui tempo giunse in Italia Enea, per proseguire con la dinastia dei Silvii, discendenti di Enea, fino a Numitore re di Alba Longa: giungiamo così al periodo storico che conosciamo, nel quale inizia la storia della Quarta Roma, la Roma di Romolo, erede ultima della civiltà e della sapienza della Tirrenide. Questa, molto in breve, la storia dell’epopea della Terra di Saturno: il primato della civiltà italica sulle altre nazioni costituì uno stimolo importante per coloro che combattevano nelle guerre risorgimentali e soprattutto l’opera di Mazzoldi ebbe grande eco nella cultura del suo tempo, tanto da giungere addirittura ad ispirare opere di argomento molto diverso, quale l’imponente Storia della Medicina italiana di Salvatore De Renzi (pubblicata tra il 1845 ed il 1848 a Napoli in cinque tomi), fino ad influenzare autori come Nispi-Landi (Roma monumentale dinanzi all’umanità – Il Settimonzio sacro, 1892), Di Nardo (La Roma preistorica sul Palatino, 1934) e Leonardi (Le origini dell’uomo, 1937), anche se in questi ultimi due le tesi del sempre più diffuso occultismo di marca teosofica cominciarono a mutare il significato iniziale del tema della Terra di Saturno.
In ogni caso, non si può abbandonare nell’oscurità questa falange di autori, i quali con le loro appassionanti opere, l’una concatenata all’altra e permeate da influenze sottili della cui origine non sempre possiamo dare contezza, rimangono una delle pietre miliari della storia letteraria e civile d’Italia.

http://www.romanimamundi.it/terra_di_saturno.html
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Giuseppe Brex e il primato Italico (di Paolo Galiano)
(estratto da Roma prima di Roma, di prossima pubblicazione per le Edizioni Simmetria)

Centuripe, città antica fondata dall’arcaico popolo dei Siculi, tra i numerosi motivi di interesse dovuti alla bellezza dei luoghi e ai notevoli resti archeologici ne ha uno meno conosciuto non solo dagli appassionati di storia ma forse anche dai suoi stessi cittadini, perché fu la città natale di Giuseppe Brex, una figura di studioso e di scrittore che si inserisce a pieno titolo in una linea di pensiero che possiamo far risalire almeno al XVIII secolo: parliamo di quegli scrittori che ricercarono le origini della civiltà italica, facendola risalire ad un periodo antichissimo e ponendola anzi come la più antica tra le civiltà del Mediterraneo.

L’argomento di questa ricerca storica prese il nome di “Saturnia Tellus”, la Terra di Saturno, termine adoperato dagli autori classici romani e greci per indicare l’Italia come il luogo in cui fiorì la prima civiltà introdotta dal Dio Saturno, il quale, secondo la mitologia, sconfitto e spodestato dal figlio Giove venne a rifugiarsi nel Lazio, dove fece costruire una città sul Campidoglio, che da lui prese il nome di Saturnia, là dove millenni dopo sarà fondata da Romolo la città di Roma.
Questo filone storico, indubbiamente appassionante e che solo in tempi relativamente recenti sta trovando le prime conferme negli scavi sul Campidoglio e sul Germalo intrapresi all’inizio del 1900, trovò le sue prime origini in autori toscani, tra cui Anton Francesco Gori, Mario Guarnacci e Luigi Lanzi, i quali nel 1700, in una Italia allora divisa tra tanti Stati e sotto il governo di popoli stranieri, rivendicarono attraverso lo studio dei testi degli antichi scrittori latini e greci il “primato italico”, cioè l’origine della civiltà occidentale, al popolo degli Etruschi. 

Con il passare dei decenni, le ricerche furono approfondite e raggiunsero la prima sistematizzazione con Angelo Mazzoldi, il quale pubblicò a Milano nel 1840 il suo principale testo Delle origini italiche e della diffusione dell’incivilimento italiano, fondamentale per tutti gli autori che lo seguirono: egli dava il “primato italico” ad un popolo precedente gli Etruschi, popolo che abitava una terra che in seguito era andata distrutta da inondazioni e terremoti vulcanici, la Tirrenide (nulla a che vedere con l’Atlantide platonica), un subcontinente che comprendeva Italia, Sicilia, Sardegna, Corsica, l’isola d’Elba e Malta.
La moderna geologia ha in gran parte confermato le brillanti intuizioni di Mazzoldi: effettivamente alla fine dell’ultima Era Glaciale (circa nel 6000 a.C.) il Mediterraneo salì di oltre cento metri al di sopra del livello attuale, il che vuol dire che tutte le zone pianeggianti furono sommerse, e sembra che ciò sia avvenuto in un tempo abbastanza breve, forse non più di trenta anni.
A questa inondazione, da non confondersi con il diluvio biblico, fece seguito l’eruzione improvvisa della catena vulcanica che attraversa l’Italia dalla Toscana al Lazio, alla Campania fino alla Sicilia (si ricordi che nelle isole Eolie i vulcani sono ancora attivi e che nel mare tra Napoli e la costa nord della Sicilia vi è una catena parallela di vulcani, almeno uno dei quali , il Marsili, è ancora in fase eruttiva). Il “cataclisma italico” o “catastrofe atlantica”, come lo chiamarono questi scrittori, distrusse gran parte dell’Italia centrale e meridionale e staccò la Sicilia dal continente, a cui una volta era unita da un istmo (si pensi che questo già lo sapeva Plinio, autore romano che scrisse nel I secolo d.C. !), costringendo le popolazioni a rifugiarsi sui monti o a fuggire via mare per scampare alla catastrofe.
In questo movimento di popoli vi fu anche quello dei proto-Siculi, che, spinti dalle genti che facevano ritorno alla terra che avevano abbandonata a causa delle catastrofi, i Pelasgi, giunsero in Sicilia portando con sé il retaggio dell’antica civiltà della Tirrenide.



Al Mazzoldi fecero seguito una serie di studiosi e di archeologi i quali perfezionarono ulteriormente le sue tesi, anche grazie allo sviluppo di nuove scienze quali la paleoetnologia e la paleontologia ed ai nuovi studi archeologici che si andavano facendo a Roma come in Sicilia; ci limitiamo a citare tra essi Camillo Ravioli e Ciro Nispi-Landi per il XIX secolo ed Evelino Leonardi, Costantino Cattoi e Guido Di Nardo per il XX.
In questa linea di autori si inserisce a pieno titolo Giuseppe Brex, nato a Centuripe nel 1896 e morto a Lanuvio presso Roma nel 1972, autore di un testo, intitolato proprio Saturnia Tellus e stampato a Roma nel 1944, nel quale avanza la tesi che il “primato italico” sia da attribuirsi al popolo dei Siculi per il periodo successivo a quella che viene chiamata la “catastrofe atlantica”.

Nato in Sicilia ma vissuto a Roma, Brex si distingue dagli autori che lo hanno preceduto per diversi motivi: il suo libro, Saturnia Tellus, ha come argomento centrale l’antichità del popolo dei Siculi, del quale egli rivendica il primato sulle altre stirpi come più antica popolazione italica 1: non a caso il libro venne pubblicato a Roma nel maggio 1944, quando gli Anglo-Americani erano in procinto di sbarcare nella sua terra nativa (luglio 1944), quasi volesse rivendicare contro le più recenti etnie anglosassoni la supremazia storica dei siciliani; altro aspetto particolare è l’essere il suo un testo prettamente storico ed archeologico, che poco spazio lascia alle idee esoteriche che invece costituiscono il nucleo centrale delle opere di Leonardi e ancor di più del Di Nardo e di Cattoi (anche se quest’ultimo non ci ha lasciato scritti di sua mano, ma la storia dei suoi lavori non lascia dubbi in merito). Ciò non toglie che Brex possa avere avuto un ruolo nell’ambiente dell’esoterismo romano nel quale doveva essere conosciuto, visto che l’Introduzione al suo libro la scrisse Romolo Artioli, esoterista e noto archeologo, collaboratore di Boni negli scavi del Foro e del Palatino 2.


Molti anni dopo la pubblicazione del libro di Brex, venne rinvenuta nel 1963 una lapide scritta in dialetto dorico FIG. 1, la quale, tradotta dall’epigrafista catanese Giacomo Manganaro, rivelò essere un trattato di "riconoscimento ufficiale dei vincoli di parentela, di amicizia e di ospitalità, che legavano i Centuripini con i Lanuvini… il Senato di Lanuvio riconobbe la fondatezza della richiesta centuripina ed emanò il decreto di convalida dei remoti vincoli di parentela fra i due popoli” 3.
Il Sindaco di Lanuvio nel 1971 propose al suo omologo di Centuripe di rinnovare l’antico gemellaggio, invito che venne accolto anche per l’esortazione di Giuseppe Brex, a quel tempo Presidente dell’Associazione “Aborigeni d’Italia” da lui fondata a Centuripe. Da allora periodicamente il gemellaggio tra le due cittadine viene rinnovato nei mesi di maggio e di settembre, con l’incontro dei massimi rappresentanti dei due comuni.
Brex morì l’anno successivo al primo gemellaggio ma volle essere sepolto nell’adottiva Lanuvio, ove ancora oggi una stele ricorda lo studioso FIG. 2
La “lapide del gemellaggio” confermava, con una prova archeologica inconfutabile, le tesi già espresse da Brex nel 1944 della comune origine dei Siculi e dei Latini: Brex aveva messo in luce i rapporti, davvero singolari, tra la sicula Centuripe e Roma, ricordando come Cicerone nelle sue orazioni contro Verre, il pretore che aveva dissanguato la Sicilia durante il suo incarico, avesse affermato le comuni origini dei cittadini di Centuripe e di Segesta con la stessa Roma: “I cittadini di Segesta e di Centuripe sono legati al popolo romano non solo per i servizi resi, per la fede giurata, per l’antica amicizia, ma anche per essere nati da uno stesso ceppo”. 4
Questa comune origine di due città così distanti tra di loro si può spiegare con la comune discendenza dei due popoli, i Siculi ed i Romani, dal ceppo proto Latino, e gli studi archeologici ed antropologici che erano stati condotti nella prima metà del XX secolo, in particolare quelli di Orsi, grande ricercatore delle origini siciliane, e di Sergi 5, avevano dato una nuova conoscenza della storia della Sicilia.



La tesi dei Siculi come primi abitatori d’Italia, ripresa più tardi dal Di Nardo in suo lavoro del 1952, sempre poggiato sugli studi del Sergi 6 (nel quale attribuisce tale primato al popolo Ligure-Siculo di cui sarebbero successive ripartizioni i popoli dei Latini, Osci, Volsci, Sabini, Marrucini e Frentani), si appoggia, secondo Brex, anche sulle somiglianze di molti nomi di città o località sicule sia con quelle latine (pagg. 42 ss.), sia con quelle della Troade, la regione dove sorgeva Troia e da cui era venuto Enea in Italia, il che “ci fa ritenere che il luogo d’origine dei Siculi sia appunto quello dell’Asia Minore” (pagg. 16 ss.), Siculi che sono per Brex appartenenti alla famiglia degli Indoeuropei, affermazione contrastante con le tesi anti-indoeuropeiste degli scrittori che lo hanno preceduto, Leonardi e Di Nardo come dello stesso Sergi.
L’origine del nome “Siculi” è spiegata dall’autore in modo piuttosto particolare: il nome verrebbe da “Aus(ik)eli” cioè gli “Asi Antichi”, da cui Sikeli ed infine Siculi, dove il termine keli, antico, andrebbe messo in relazione con parole latine come sae-culum, periodo antico, e Jani-culum, monte dell’antico Dio Giano (pag. 21); ad appoggiare la sua tesi, Brex cita la radice africana kulù usata da molte popolazioni dell’Africa sud-orientale per comporre il nome del loro più importante Dio, il cui significato è “vecchio antenato”.
L’antichità della popolazione sicula sarebbe confermata dal fatto che Saturno, il più antico Dio italico, è raffigurato con in mano il falcetto o sikala, strumento ideato dai Sikeli-Siculi per falciare e disboscare (pag. 23 e pag. 33); questa immagine del Dio si è poi trasformata in quella di Saturno con la falce quando la religione italica venne a contatto con quella greca, in cui Kronos, la divinità greca ritenuta omologa del Saturno romano, era il Dio del Tempo che trascorre e non più il Dio che aveva dato agli uomini la conoscenza dell’agricoltura e della civiltà. 

Non possiamo sorvolare su di un errore commesso da Brex, il quale segue in questo Ravioli e Leonardi (senza però citarli), nella descrizione che egli fa degli effetti del “cataclisma atlantico” sulla forma dell’Italia: riprendendo la cartina che Ravioli FIG. 3 aveva pubblicato ne I primi abitatori rifacendosi alle parole di Plinio 7, egli commenta dicendo che “Secondo questo grande scrittore [cioè Plinio] (Nat. Hist III e V) [errore: in realtà è libro III, cap. V, 43], la primitiva forma geografica della nostra Patria era quella di una foglia di quercia, successivamente, in un periodo remotissimo (forse contemporaneo all’inabissamento dell’Atlantide), tratti di territorio della nostra penisola furono sommersi. Dopo tale cataclisma, il resto della penisola dalla forma di foglia di quercia prese quella attuale di uno stivale” (pag.13). La cartina del Ravioli venne ripresa (senza citazione) da Leonardi FIG. 4 e poi da Brex FIG. 5 con alcune variazioni, consistenti nella cancellazione del rettangolo posto in alto a destra nel disegno di Ravioli.
Lo sbaglio si perpetua nel tempo: infatti “Siro Tacito”, parlando dell’argomento in Prima Tellus (Roma 1998, pagg. 38 – 40), non si accorge dell’errore di traduzione commesso dai tre autori e lo stesso avviene in Roma Renovata Resurgat del Giorgio (Roma 2011, vol. I, pag. 19 nota 3), dove si parla del “ricordo di un’Italia antichissima, fisicamente diversa da quella attuale, [che] si trova in Plinio”.
Il testo di Plinio ha invece il verbo al presente: “Est folio maxime querno adsimilata”, e non al passato, “fuit”, quindi lo scrittore latino intende riferirsi al modo in cui ai suoi tempi era concepita la forma geografica dell’Italia, senza alcun riferimento a mutamenti di sorta.
L’errore, nato con Ravioli, si continuò nei secoli successivi, visto che nessuno dei suoi epigoni aveva pensato di controllare la citazione originaria.

A parte questo suo errore, l’opera di Brex rimane un lavoro interessante, fosse solo perché dimostra come, anche tra le difficoltà materiali del periodo bellico ormai alla fine e con l’invasione anglo-americana alle porte, il mito della Terra di Saturno fosse ancora vivo tra gli italiani e fonte di orgoglio e non di vanità per un popolo la cui antichità e la cui sapienza superavano di gran lunga quelle di qualunque altra nazione

fonti

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