lunedì 28 marzo 2011

COM'è CHE SI FACEVA UNA VOLTA?------------------- STORIE DEL TEMPO CHE FU' ........................

il bucato di una volta --------------- il bucato di una volta --------------- il bucato di una volta ---------------


ai tempi di mia nonna , ma anche quelli della gioventù di mia madre e mio padre o quelli dei miei trisavoli e cosi' via non esistevano le lavatrici industriali e se c'erano erano costavano cosi' tanto da risultare appannaggio delle sole persone altolocate che potevano permettersi di comprarsene una o più modelli ,( persone che comunque non avrebbero di certo lavato personalmente la propria biancheria a meno che non fossero sotto la minaccia di una pistola pronta a fare fuoco ) non c' era neanche il sapone industriale diviso per metodologia di uso come c'è oggi e non c'era la varichina detta anche " acquetta " a volte anzi spesso, non c'era neanche l' acqua in casa, calda poi.... fatto sta che i panni si sporcavano anche allora e quindi venivano lavati per farli tornare belli puliti dalle donne di casa. all' epoca erano frequenti "le pozze publiche " o lavatoi pubblici luoghi dove vi erano più vasche con acqua corrente dove la gente del posto si recava a lavare, sciacquare, la propria biancheria assieme , lì scambiavano anche 2 chiacchere , si davano una mano reciproca e nascevano anche amicizie o invidie ,




oltre all' acqua occorrevano braccia forti, spazzole e bruschini, sapone a pezzi che molto di freguente era l' ancor oggi conosciuto sapone di Marsiglia o altro sapone magari prodotto localmente da un saponaro ( il sapone all' epoca era prodotto artigianalmente di conseguenza se c'era un produttore nei paraggi o comunque uno spaccio da esso rifornito costava meno bisognava vedere comunque anche se c'erano i soldi per comprarlo .... ) http://it.wikipedia.org/wiki/Sapone_di_Marsiglia etc etc etc .
la varichina del tempo era la lisciva, per capire cos'era si fa' prima ad andare su di una pagina che ce lo spiega http://it.wikipedia.org/wiki/Lisciva con essa dice venivano dei bianchi che più bianchi non si puo' sarà vero ? comunque sia l' argomento è affascinante ( sopratutto di questi tempi ) e siccome io non c'ero e ne so' poco andiamo a vedere cosa c'e' nel web ma prima ..... ___________________________________________________________________________

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quando nacqui io s'erano gia' diffuse le lavatrici domestiche e in molti ne possedevano una , un po' come il televisore la lavatrice era sempre piu' diffusa anche se continuavano ad esserci " le pozze " o lavatoi pubblici che pero' sempre meno utilizzavano ( per inciso questi lavatoi in alcune zone ci sono ancora ) . io ebbi l' occasione di vedere alcuni modelli antichissimi nel collegio dov'ero da piccolo, a Signa, quando la signorina Rosanna o la sua compagna lavandaia mi portava con se' * su' in cima sotto la torretta ce n'era piu' d' un esemplare le ricordo quasi scheletriche senza pareti sembravano essere costituite dalla sola vasca centrale alcune probabilmente erano usate per asciugare parzialmente il tutto in quanto avevano una specie di manopola attraverso la quale, almeno io all' epoca pensavo,si girava la vasca in metallo; comunque le vidi poche volte e mai in funzione, probabilmente erano solo ferrivecchi non piu' funzionanti e da qualche parte erano in funzione quelle più moderne, per curiosità ho guardato se su internet se c' era una foto di una lavatrice assomigliante a quelle che ricordo, bene c'è n'è qualcuna di simile ma non proprio uguale, quelle che ricordo erano di color rame vecchio , ottone sciupato o legno mezzoscuro , molto probabilmente erano solo arrugginiti e a quanto ho capito dovevano essere dei primi del 900 ( simili a queste anche se non dello stesso colore http://www.focus.it/Scienza/speciale/She_Devil_-_2.aspx ), erano posizionate con la vasca ben visibile che sicuramente non era di acciaio ma dello stesso materiale di cui prima anzi come gia detto la stragrande parte della lavatrice era composto dalla vasca e dal suo involucro comunque se ne avete una simile buon per voi e permettetemi un consiglio compratevene una nuova perchè quella li' se ce l' avete è ora vada non in pensione ma al museo delle lavatrici!!!!!


* ( a tal proposito non saprei dire il motivo del perche' so' solo che quand'ero piccolissimo le varie signorine m' han portato in tutto il collegio, forse per tenermi buono perche' ero molto cocciuto e nello stesso tempo fragile o forse perche' ero talmente piccolo e simpatico che tutti mi volevano un po' per se' ( cucù stettete ! credici!! ) ho saputo solo dopo che tra tutti i bambini del collegio son stato uno dei pochi a girarlo quasi tutto e non per mia scelta e che in parecchi mi consideravano " il preferito " solo' perche' ero benvoluto da tutte le signorine e non solo e trattato in maniera preferebziale in varie occasioni ma questa è un' altra storia che magari qualche volte riaffiorerà in qualche post )

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mia madre, anche se aveva la lavatrice etc. continuava a lavare molti vestiti etc col sapone di marsiglia o altri tipi nella pozza del giardino , diceva che certi capi vengono bene solo a mano ed era vero, la vedevo strusciare il sapone nelle parti macchiate . lasciare i capi nel' acqua in ammollo , a volte bollire l' acqua che poi metteva nella tinozza coi cenci insomma fare tutto senza l' uso delle macchine e dell' elettricita' probabilmente faticava parecchio ma non sembrava risentirne anzi parecchie volte dopo il lavaggio sorridente iniziava a stenderlo canticchiando le sue canzoni preferite..... e qui mi fermo ................................................. _______________________________________________________________________


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IL BUCATO CON LA CENERE--------------------- IL BUCATO CON LA CENERE ------------------


Di Miriam Serni Casalini Nei "Quaderni di San Gersolè", Il bucato con la cenere


tra i temi e le illustrazioni degli alunni della famosa maestra Maria Maltoni, che per tanti anni - dal 1920 al 1956 - insegnò in quella scuola rurale, c'è il diario della "conca rotta". Una conca da bucato di terracotta dell'Impruneta, rottasi per disgrazia. Quasi una tragedia familiare. La conca per il bucato era un bene prezioso, un tempo, del quale non si poteva fare a meno nelle case, com'è al giorno d'oggi la lavatrice. Se si rompeva la conca, prima di ricomprarla, si cercava di farla riparare allo "sprangaio", un ambulante artigiano, medico di ombrelli, conche, orci e catini. il bucato una volta al mese. Era una faccenda che richiedeva organizzazione e più braccia, tanto che spesso veniva fatto in società con la famiglia vicina, in uno scambio reciproco. Le donne più giovani, più forti, caricato un carretto o una cariola di biancheria sporca, andavano ai tonfani (dove l'acqua è più fonda) dei ruscelli. Lì, in ginocchio al bordo dell'acqua davanti ad un grosso lavatoio di pietra, con sapone bruschino e sugo di gomiti, "smollavano" lenzuola, federe, asciugamani, mutandoni, pezze, pannolini e quant'altro. I panni smollati e insaponati erano riportati a casa e accomodati con cura nella grande conca che se ne stava alta su toppi di legno. I panni erano poi coperti da un "ceneraio", ampio telo di fitto tessuto, dove veniva depositato uno spesso strato di cenere. La cenere del focolare era stata conservata e vagliata con cura per eliminare i residui di carbonella. Praticamente era il detersivo di allora. Si incominciava a versare sulla cenere l'acqua calda, che passandole attraverso ne riceveva l'umore liscio di fosfati e lo cedeva alla biancheria sottostante, nettandola. Era questo il "ranno". Tolto lo zipolo, che chiudeva un apposito foro situato nella parte bassa della conca, si recuperava il ranno, che rimesso di nuovo a scaldare veniva poi ripassato dal ceneraio alla biancheria. Questa operazione era ripetuta più e più volte. Infine tutto restava quieto a freddare fino al giorno dopo, quando, spillato il ranno e tolto il ceneraio, le donne riportavano i panni al fiume per il risciacquo, altra operazione faticosa: maneggiare lenzuola di ruvida canapa, tessute a mano, zuppe d'acqua. Tutta la biancheria era di robusta consistenza, perché "Mentre il grosso s'assottiglia, il fine si finisce". Questa la parca filosofia. Infine, i panni strizzati a quattro mani erano stesi al sole. Bene nel sole, efficace collaboratore di bianchezza. Meglio nel vento, orchestratore veloce di rapida asciugatura.





2° Parte COME, UNA VOLTA, SI FACEVA IL BUCATO Oggi le moderne lavatrici permettono alle donne di dedicare più tempo a se Ma un tempo per fare il bucato si iniziava la mattina presto e si finiva il giorno successivo. Tutto era svolto dalle infaticabili braccia delle donne che affrontavano ogni lavoro con spontaneità e spirito di sacrificio. Abbiamo appreso le notizie dalla viva voce di “nonna Lucia”, che da ragazza faceva il bucato così come ci ha descritto.

FASE 1
La mattina all’alba si metteva la biancheria nella pila di pietra, situata nel cortile, con l’acqua che si attingeva dalla cisterna. Si lavava (ramuddhava) con il sapone fatto a casa usando “lu lavaturu”. A lavare davanti alla pila c’erano le donne della famiglia e le vicine di casa, poiché sviluppato era il senso dell’amicizia e del reciproco aiuto.

Fase 2
La padrona di casa, intanto, appendeva il paiolo (quatarottu) sotto al camino, lo riempiva d’acqua e accendeva il fuoco. Accanto metteva lu cofunu sopra uno sconnetto Si sistemava, quindi, la biancheria nel cofunu e sopra si metteva un telo grezzo di canapa (cennaturu) con dentro la cenere cernita.

FASE. 3 Quando l’acqua del paiolo era tiepida si versava con un recipiente di creta (vacaturu) sulla biancheria (in media servivano quattro paioli pieni d’acqua). L’acqua versata sul telo grezzo, che conteneva la cenere (lissia), filtrava attraverso la biancheria e scendeva in un capiente recipiente di creta (limmu) che era situato sotto il cofano sul pavimento.

FASE 4 Subito dopo l’acqua che scendeva dal cofano nel recipiente di creta si metteva nel paiolo per riscaldare e quindi si versava di nuovo sulla biancheria. Si continuava così per sette o nove volte, aumentando sempre di più la temperatura dell’acqua. Nell’ultima “vacata” si mettevano scaglie di sapone e qualche foglia di alloro e si versava direttamente sulla biancheria, dopo aver sollevato il telo grezzo. Alla fine si ricopriva il bucato e si lasciava raffreddare per tutta la notte. Nella casa si diffondeva il profumo del pulito.

FASE 5 Il mattino dopo si toglieva la biancheria un po’ alla volta si metteva nella pila piena d’acqua e si lavava un’altra volta. Veniva poi sciacquata (chiaruta) in un recipiente di creta (limmu), stesa al sole e poi stirata. Il bucato si faceva ogni quindici giorni. La “lissia” veniva conservata e utilizzata per lavare gli indumenti colorati. Le nostre nonne con la liscia si lavavano anche i capelli

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IL BUCATO

La maggior parte di noi da sempre vede utilizzare la lavatrice, ma non sappiamo come le nostre nonne facevano il bucato a mano. Possiamo dire che il bucato "grande" (Con una gran quantità di panni) veniva organizzato con la massima cura. Nella 1^ fase: I panni venivano immersi nella vasca del lavatoio, così bagnati erano a lungo strofinati ("rmmullati"), sul lavatoio di pietra, dalle donne con l'olio di gomito (Serviva a lavare meglio i panni), quindi dopo risciacquati e ritorti venivano posti in un mastello ("tinaccio"). Nella 2^fase: Preparazione della "lisciva" o "lascìa": La cenere che si ricavava dalla stufa, dal braciere o dal focolare, soprattutto quando si bruciava tanta legna, veniva sempre conservata e all'occorrenza poteva essere acquistata dal fornaio. La si filtrava cernendola con il setaccio ("vanarieglio"). Si faceva bollire l'acqua in un paiolo ("curaro di rame"), appeso ad una catena che pendeva dal camino, in un focolare assai più grande degli attuali e vi si buttava la cenere. Mentre l'impasto bolliva con un mestolo ("cucchiara di legno") lo si mescolava. Nella 3^fase: La "lisciva" veniva sparsa ancora calda, con un secchio, sui panni sistemati nel mastello, coperto, alla fine, da un telo filtrante (Di solito veniva utilizzato un telo di canapa). Quest'ultima fase era denominata "la culata". Dopo di che i panni rimanevano a mollo per una notte e poi al mattino presto venivano risciacquati più volte. In città il risciacquo veniva effettuato al lavatoio publico, un piccolo edificio con tettoia e grandi vasche di acqua corrente oppure ci si serviva del pozzo attiguo. In campagna i panni, per il risciacquo, erano trasportati con un carrettino sulla riva di un ruscello o di un fiume. Il bucato spesso rappresentava anche un'occasione di allegria e di socializzazione. Infatti, i lavatoi pubblici o le rive dei corsi d'acqua, si trasformavano in un luogo di incontro, di lunghe e piccanti chiacchierate, di scambio di confidenze e di cori estemporanei. ___________________________________________________________________________

Il Bucato di Giuseppe Solfato

Bucato : è voce di etimologia complessa, ma di sicuro sta per Imbiancatura di panni fatta con cenere e acqua bollente.

Il Muratori lo fa risalire al m. a. tedesco buchen ( proveniente , a sua volta dal franco bùkòn ) che genera il moderno bauchen ( fr. buer ): lavare nella liscivia ( cfr. ingl. Buck = liscivia, ranno ).

Però, Grimm pensa che si tratti di voce entrata assai per tempo nel tedesco dalle lingue romanze e quindi, anziché fantasticare col celt. Bog = bagnare e coll’ingl. Bucket = secchia, è preferibile col Flechia attenersi all’etimologia accettata dal Ferrari e altri da buca o bucare.

Secondo Tassoni, infatti, le donne di villa eseguivano l’operazione in un tronco d’albero smidollato e bucato dal tempo; ancor più certa appare la provenienza dall’usanza di colare il ranno ( long. ranja = mezzo per ammollire, per rendere morbido ) attraverso un panno minutamente foracchiato ( ceneraccio ) sovrapposto ai panni sudici che sono nella conca. Nella nostra aerea, fare il bucato secondo tradizione richiedeva almeno due giorni di durissimo lavoro; è stato operativo sino ai primi anni ’60., cioè sino a meno di cinquant’anni fa.

Va subito detto che da noi la voce è squisitamente femminile, forse perché il gravoso compito era di pertinenza femminile; quindi, la bvequate, dove si vuole indicare con l’iniziale segno grafico bv la velatura labiale della pronunzia della b secondo l’influenza spagnola, che pronuncia quella consonante, facendo passare l’aria tra le labbra ( cfr. bvase = bacio, bvasenecole = basilico ).

La biancheria veniva dapprima accuratamente lavata con sapone da bucato ( verdastro e di produzione locale: parecchi erano i saponifici di Bari, ma il più popolare era Borrelli, locato nell’attuale strada Borrelli, in quel territorio a ridosso della stazione ferroviaria che ha ospitato l’area industriale del primo novecento sino a tutti gli anni ’50. ) Quindi, veniva allocata in un tino (o tinozza ) capace e preventivamente allestito. Particolare cura richiedeva la scelta del legno con cui il tino veniva realizzato. Doveva necessariamente trattarsi del pregiato rovere, perché il castagno, per es., stinge, colorando l’acqua di rosso.

Questa è la ragione per cui si preferiva comprare da u bvettare = bottaio una botte che, segata in due parti nel senso del diametro, dava origine a due galettune : uno per il lavaggio e l’altro per il risciacquo. Un tipo di tino costruito ad arte e sviluppato nel senso della lunghezza era u gàvete, sollevato su piedi. In ogni caso, questi contenitori dovevano essere forniti di un orifizio ( u mìgnele o mignarùle ) posto alla base e tenuto chiuso da un tappo; una volta liberato ( sfelgiùte ) si otteneva il deflusso dei liquidi. Essendo un attrezzo così fondamentale del lavoro domestico, il tino veniva kiandate= installato, piantato in una stanza da lavoro per chi poteva permettersene una, o sul balcone interno della casa o in un angolo dell’unico vano abitabile, o nel giardino condominiale o, meglio ancora, nella kemmerse, cioè il ballatoio antistante la terrazza, dimodocchè si evitava la fatica del trasporto del bucato lavato per stenderlo ad asciugare ( ma non si poteva evitare la faticaccia del trasporto dell’acqua, essendo l’acqua corrente una privilegio riservato a pochissimi. )

Sul fondo del tino venivano stese maglie intime logore e smesse, in lana doppia – come usavano e, talora, ancora usano indossare i nostri vecchi – perché agissero da filtro per il drenaggio. Su questo primo strato veniva disteso un grande panno bianco in tela dura e compatta. Quindi, venivano sistemati gli indumenti lavati che, alla sommità venivano ricoperti con pedarùle e sòppete = fascioni e riquadri di cotone a spigone , usati per fasciare i neonati. Il tutto, infine, era ricoperto da u cennarùle, un grande telo ricavato da sacchi in iuta usati per contenere lo zucchero ( a trama fitta, cioè ) che venivano regolarmente acquistati “ a peso d’oro “, come concordano tutti gli anziani intervistati sull’argomento. Finalmente, si poteva versare la lescive ( dal lat. lexivia ).


Cos’è la liscivia?

Nella grande caldaia della cucina economica, ricolma d’acqua, veniva messa a bollire, per qualche minuto e in quantità ridotte, della cenere bianca ricavata dall’uso quotidiano dei fornelli ( la frascère ) o meglio ancora, acquistata dai forni che ne producevano di più pregiata , più bianca, cioè, e più adatta alla bisogna. A volontà, nell’acqua in ebollizione, potevano essere aggiunti gusci d’uovo raccolti nel corso del consumo settimanale e un pezzo di calce viva che veniva conservata a palla in uno straccio lontano dalla portata dei bambini. A scelta, si poteva immergere nell’acqua, per qualche minuto, una paletta pesante in ferro arroventato. La lescive così ottenuta veniva versata sul bucato.

Le donne più ordinate sfelgevene u mìgnele a catùre apèrte, vale a dire che questa prima fase era eseguita a orifizio aperto, in modo da tirar via il primo sporco; solo ora si poteva versare una seconda caldaia di liscivia. Il bucato doveva restare in ammollo dalle quattro alle sei ore. Una volta che si lasciava defluire la liscivia, la si raccoglieva in un altro tino o jind’a le zzole = nelle brocche, per riusarla nei piccoli lavaggi settimanali o, diluita in acqua, per lavare la roba colorata. Il ristagno della liscivia procurava alla superficie u ffele o la mappe, che dovevano essere rimossi perché la liscivia non imputridisse e appestasse la casa. L’ultima vera operazione consisteva nel versare sul bucato così trattato una caldaia di acqua, sapone e foglie d’alloro, fatti bollire per ore.

A questo punto, era d’obbligo lasciar riposare il bucato per una notte intera. La mattina seguente, risciacquato in acqua fresca e, talvolta, persino ripassato a la kianghe = all’asse, era finalmente pronto per essere steso a la zoke = alla fune. Il biancore e il profumo erano tali da durare per un mese. “ Quello sì che era un bucato e non quello che si fa ora, “ – era solita concludere mia madre, dopo la struggente rievocazione dei tempi andati, non importa quanto laboriosi fossero stati – “ che è come la bvequate de Kemma’ Frangeske: lave, sciaqqu’e spanne .” P. S. La comparsa della varechina ( la medicìne de le robbe ), venduta dapprima in farmacia, cominciò a minare il monopolio della liscivia. L’avvento dei detersivi e, ancor più, delle macchine lavatrici, ne ha decretato la fine.


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link utili - il sapone nella storia dell' umanità , lavatrici nel tempo