giovedì 29 aprile 2010

" QUALITA' " DELL' ANIMO UMANO : LA CUPIDIGIA



- LA CUPIDIGIA E' UNO DEI SETTE PECCATI CAPITALI , è una variante dell' avarizia : la differenza fra l’avarizia e la cupidigia è questa: la cupidigia consiste nel bramare quello che non si ha e l’avarizia sta nel tenere e serbare quello che si ha, senza giusta necessità”
molto spesso , forse sempre convivono assieme in quanto sono molto simili se non uguali.

AVARIZIA: Cupidigia, Avidità, Possesso… “Le ricchezze non possono spegnere la insanabile avarizia” (Maestro Alberto
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1. AVARIZIA: L’amore smisurato per il denaro, radice di tutti i mali
di: Mons. Andrea Drigani*
«L’amore del denaro è la radice di tutti i mali». Così scrive San Paolo Apostolo nella Prima Lettera a Timoteo (6,10) ed è la migliore introduzione per riflettere sull’argomento dell’avarizia che, dalla dottrina cattolica, è stata definita come la cupidigia disordinata dei beni materiali. Questi beni infatti sono utili soltanto nella misura in cui giovano all’uomo per il raggiungimento del suo fine ultimo. Spiega San Tommaso d’Aquino: «Dunque la bontà dell’uomo nei loro riguardi consiste in una certa misura: e cioè consiste nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Quindi nell’eccedere codesta misura si ha un peccato: quando si vuole acquistare o ritenere più del dovuto. E questo costituisce precisamente l’avarizia, che è un amore immoderato di possesso».
Come negli altri vizi capitali, anche nell’avarizia c’è una triplice offesa: al prossimo, a se stessi e a Dio. È contro il prossimo poiché nelle ricchezze materiali uno non può sovrabbondare senza che un altro rimanga nell’indigenza, perché i beni materiali non possono essere posseduti simultaneamente da più persone; è contro se stessi perché comporta una mancanza di moderazione negli affetti che uno prova per le ricchezze, cioè amore, compiacenze o desideri esagerati verso di esse, creando un disordine nella propria anima; è contro Dio perché per i beni materiali si disprezzano i beni eterni.
San Gregorio Magno osserva che l’avarizia si consuma, piuttosto che nel piacere o sensazione della carne, come la gola e la lussuria, nel piacere o percezione dell’anima e la pone tra i vizi capitali, da cui nascono altri peccati ed elenca le sette figlie dell’avarizia: la «obduratio contra misericordiam» (la durezza del cuore che impedisce di dare ai bisognosi), la «inquietudo mentis» ( la troppa ansia nel ricercare le ricchezze) la «violentia» (violenza), la «fallacia» (l’inganno), il «periurium» (lo spergiuro), la «fraus» (la frode), la «proditio» (il tradimento) cioè i mezzi illeciti per impossessarsi delle ricchezze.
Quanto si è ricordato non riguarda soltanto la storia dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, ma vale pure per noi cristiani dell’inizio del Terzo Millennio, che viviamo in una società «sazia e disperata» che rischia di procedere verso una pericolosa deriva materialista. L’avaro, pertanto, non è il patetico protagonista della celebre commedia di Molière o qualche altro personaggio tirchio e spilorcio che la letteratura ed il cinema hanno illustrato e che dunque ci è estraneo per la sua goffaggine e ridicolezza, ma potrebbe, invece, essere anche dentro di noi.
La tentazione sottile e velenosa dell’avarizia è sempre in agguato, il richiamo di San Paolo è, soprattutto, per i nostri giorni dove le scorribande finanziarie, frutto perverso di una certa globalizzazione, sono tese al grande ed ingiusto accumulo di denaro, per l’opera di avventurieri senza etica, ma nel disinteresse o con l’ignoranza di risparmiatori desiderosi solo di ammucchiar soldi.
L’avarizia è vecchia quanto il mondo, già il poeta latino Virgilio diceva indignato: «Ahi de l’oro empia ed esecrabil fame!» («auri sacra fames»), perciò siamo in pericolo di invecchiare nei nostri peccati. Il tempo di Quaresima è anche un periodo di profonda revisione di vita e di attenta vigilanza dei comportamenti; non disperdiamo questa occasione per riflettere e meditare sul retto uso dei beni materiali.
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" la cupidiglia di Verre "

Vengo ora non all'inganno, non all'avarizia, non al desiderio, ma alla scelleratezza di questo modo nel quale mi sembra che tutte le cose nefaste siano contenute e (cerca inesse); nel quale gli dei immortali sono violati, la stima e l'autorità del nome del popolo romano ridotto, l'ospitalità privata e abbandonata, tutti i re assai amici abbandonati da noi all'empietà di questo, le nazioni che sono nel potere e nel dominio di questi. Infatti il figlio del re di Siria, che è chiamato Antioco, volle fare un viaggio in Sicilia e così, con questo pretore, venne a Siracusa.Questo Verre pensò che gli sarebbe giunta l'eredità, che era giunto nelle sue mani e nel suo regno, tanto questo aveva capito di avere molte cose illustri con lui e sospettava. Mandò all'uomo molti doni ad uso domestico, come olio e vino, anche abbastanza (cerca triciti), dei suoi doni. Infine chiamò a cena lo stesso re. Ornò ampiamente e magnificamente il triclinio; espose le cose, nelle quali abbondava, molti e bellissimi vasi di argento; provvide a preparare e allestire ogni cosa perchè vi fosse un convivio.
_____________________________________________________________________ L'EPOCA DI VERRE

I Pretori spediti in Sicilia pareva obbedissero ad un unico e comune istinto: la cupidigia; depredavano, intimidivano, impoverivano, uccidevano. Fra costoro certamente il posto d'onore spella a Verre che nel 77 a.C. raggiunse la Sicilia con tutta la famiglia ed uno stuolo di cortigiani e soldati.
Non esisteva oggetto di valore che non attirasse la sua attenzione: spogliò case ed edifici pubblici di ogni cosa: statue, monili, vasellame, argenteria, abiti. Mise le mani sui tesori dei templi, spogliò le statue di ogni oggetto che avesse un minimo di valore, portò via vasi di terracotta e di bronzo, quadri. Rovinò centinaia di cittadini benestanti con l'aiuto di censori che egli stesso nominava.
II malgoverno di Verre durò fino al 74 a.C. quando, per normale scadenza del mandato, fu sostituito da L. Metello al quale pervennero le lamentele sulla gestione di Verre: centinaia di Siracusani erano ancora chiusi nelle carceri per non avere potuto pagare o semplicemente per avere tentato di protestare.
Metello, diligentemente, trasmise le denunce a Roma, da dove, per una raccolta completa di dati e prove, furono inviati Marco Tullio Cicerone ed il fratello Lucio.
A Roma Cicerone espose ogni cosa con la veemenza e la incisività universalmente riconosciutegli nelle Verrine. A proposito del tempio di Atena, racconta che era stato spogliato "fino a farlo sembrare devastato non da nemico in guerra ma da una banda di selvaggi pirati ".
Impaurito, Verre sparì da Roma, prima ancora che venisse letta la sentenza. I Siciliani furono risarciti, ma delle opere d'arte sparite non si vide l'ombra.
I piccoli proprietari terrieri, irrimediabilmente rovinati, per pagare i debiti contratti in quegli anni, furono costretti a vendere le loro terre a ricchi forestieri che provenivano da Roma. Nacque il latifondo che porterà gran parte delle terre della Sicilia (già granaio di Roma) a restare incolte e mal sfruttate. Gli ex ricchi si dettero al banditismo nei folti boschi dell'isola.
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Il peccato capitale dell’avarizia

Roba da ridere?
C’è una parabola di Gesù che parla di un uomo che aveva passato l’intera sua vita ad accumulare tesori. Di primo acchito, questo mi fa venire in mente un personaggio di Walt Disney: lo zio Paperone. Ve ne ricordate? Quel vecchio, avido ed avaro, che accumulava tutti i suoi soldi in un’enorme forziere straboccante e ben custodito. Non erano soldi da spendere, guai, solo da accumulare! E lo zio Paperone viveva come un poveraccio, risparmiando ogni centesimo e lanciando tuoni e fulmini contro lo spendaccione nipote Paperino… Lo zio Paperone, un personaggio per ridere, riprende però quello inventato dallo scrittore Charles Dickens, lo zio Scrooge, nel “Racconto di Natale”.
Si tratta di personaggi inventati? Certo si tratta di caricature, ma, anche se noi non abbiamo forzieri stracolmi di denaro, l’avarizia, l’avidità, la cupidigia, non sono “cose da riderci sopra” ma un peccato capitale di cui molti, anche fra noi, sono affetti.
Il testo biblico
Ascoltiamo prima Gesù, in Luca, capitolo 12.
“Or qualcuno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità» (13). Ma egli gli disse: «O uomo, chi mi ha costituito giudice e arbitro su di voi?» (14). Poi disse loro: «Fate attenzione e guardatevi dall'avarizia, perché la vita di uno non consiste nell'abbondanza delle cose che possiede» (15). Ed egli disse loro una parabola: «La tenuta di un uomo ricco diede un abbondante raccolto (16); ed egli ragionava fra sé dicendo: Che farò, perché non ho posto dove riporre i miei raccolti? (17) E disse: "Questo farò, demolirò i miei granai e ne costruirò di più grandi, dove riporrò tutti i miei raccolti e i miei beni, (18) poi dirò all'anima mia: Anima, tu hai molti beni riposti per molti anni; riposati, mangia, bevi e godi (19). Ma Dio gli disse: "Stolto, questa stessa notte l'anima tua ti sarà ridomandata e di chi saranno le cose che tu hai preparato?" (20) Così avviene a chi accumula tesori per sé e non è ricco verso Dio» (21)”.
Una caratteristica umana
Avidità, ingordigia, avarizia, dunque… Ho letto che lo scorso ultimo decennio è stato chiamato “il decennio ingordigia e dell’egoismo”. Può darsi, ma dubito che noi si sia stati allora particolarmente avidi ed avari. Temo che questa sia stata, purtroppo, da sempre, una caratteristica umana. Il primo scheletro che gli archeologi avevano scoperto fra le rovine vulcaniche della città di Pompei ancora presentava una mano che teneva stretto un pugno di monete d’argento. Queste erano scivolate via tintinnando, da quella mano scheletrita, mentre gli archeologi la dissotterravano. Un uomo, in pericolo di morte, sotto un’eruzione vulcanica che si aggrappa al proprio denaro? Non è patetico? Il denaro l’avrebbe salvato? Che lezione impressionante questa per coloro che danno tanta importanza ai beni di questo mondo! Eppure quanta gente si aggrappa ad essi come se fossero il valore più importante in assoluto della vita!
L’avarizia è il secondo dei sette peccati capitali, fondamentali, o mortali, secondo l’elenco che ci è pervenuto dalla tradizione cristiana e che sto considerando in questo periodo. Quali sono? (1) la superbia, (2) l’avarizia, (3) la lussuria, (4) l’ira, (5) la gola, (6) l’invidia, (7) l’accidia.


continua qui

http://www.riforma.net/predicazioni/annate/2000/pr000806.htm
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link utili

http://it.wikiquote.org/wiki/Cupidigia

http://www.tuttolevangelo.com/langolo_del_pastore/acab-no_alla_cupidigia-lezione_9.pdf