giovedì 10 gennaio 2013

gli eroi della nostra infanzia - Davy Crockett

David Crockett ( da tutti chiamato Davy ) una leggenda comunque
tra i tanti personaggi del mitico West resi famosi, almeno in Italia, grazie ai film,telefilm, fumetti etc un posto d'onore certamente lo occupa DAVID CROCKETT.

noi che all'epoca di quei film eravamo bimbi o ragazzi lo abbiamo conosciuto  come un eroe , abile  guerriero, gran cacciatore, vestito col classico abbigliamento da trapper e con un cappello particolare fatto con la pelliccia di un procione  o Opossum/Tasso  o tutti e 2 o 3 con tanto di coda.
ma davvero poi nella realtà 'sto David Crockett  fu quello che i film Americani ci hanno rappresentato in tanti  gloriosi film? davvero era l'eroe che noi credevamo essere ?

guardiamo un po su internet cosa ne dicono e poi forse lo sapremo,comunque sia ,comunque vada certamente ne sapremo di più
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biografia in breve

Di origini scozzesi, Davy, come era familiarmente chiamato in tutti gli Stati Uniti, nacque il 17 agosto 1786 a Greene County, nel North Carolina, da John e Rebecca Hawkins e morì ad Alamo, 6 marzo 1836

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biografia un pochino più lunghina


Davy Crockett è un eroe leggendario della storia americana e per tale motivo compare in numerosi film western del cinema hollywoodiano. E' presente anche in "Alamo - gli ultimi eroi", diretto nel 2003 da John Lee Hancock: a vestirne i panni è Billy Bob Thornton.
Davy Crockett naque in Tennessee da una famiglia di coloni molto poveri. La sua infanzia e adolescenza non furono perciò delle più felici, dovendo egli aiutare il padre nel lavoro. La sua grande passione era la caccia e diventò famoso come cacciatore di orsi. Viene spesso raffigurato con pantaloni di cuoio e giacche di pelle di daino o camoscio, intorno alla vita un grosso cinturone con un pugnale e in testa un berretto di pelle di procione. Non si separava mai dal suo fucile.
Nel settembre del 1813 partì per raggiungere il generale Andrew Jackson, impegnato nella guerra contro una tribù di indiani Creek, pronti ad attaccare un villaggio di coloni. Davy si battè con coraggio e astuzia, riuscendo a sopperire ai piani fallimentari di Jackson e infine sconfiggere i pellerossa. La sua impresa gli permise di essere eletto prima giudice di pace, poi colonnello.
Alle elezioni si candidò come deputato e nel 1828 entrò a far parte del Congresso degli Stati Uniti. La popolazione lo stimò soprattutto per l'opposizione politica contro Andrew Jackson, divenuto Presidente, il quale intendeva con un disegno di legge violare il trattato di pace stipulato con i pellerossa. Tale battaglia politica gli costò la terza legislatura da deputato, tuttavia la fama di Crockett crebbe a dismisura.
Lasciato il Congresso, decise di partire per Alamo con una compagnia di sedici soldati, pronti a combattere per l'indipendenza del Texas dal Messico. La battaglia di Alamo fu memorabile e Davy Crockett lottò come una furia insieme a patrioti uniti per la causa. La sera del 5 marzo 1836 cinquemila messicani comandati dal generale Sant'Anna accerchiarono il forte e riuscirono ad aprire una breccia. Gli assediati vennero tutti trucidati e Crockett andò incontro alla morte da eroe. Il resto è storia: Sam Huston, che non potè arrivare in tempo, si scontrò successivamente con Sant'Anna e vendicò i caduti di Alamo, rendendo il Texas definitivamente indipendente.
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biografia più esaustiva


Nato a Greene County, nello stato del Tennessee, fu figlio di coloni poveri e trascorse una infanzia ed una adolescenza difficili, perché i genitori avevano perso la casa e tutti i loro averi a causa dello straripamento del fiume Nalichucky. Il padre convinto che Davy fosse "un buon a nulla", decise di aprire una locanda, la "Locanda Crockett", in una regione più sicura dello stato. Davy, perciò venne cresciuto dal padre a suon di vergate e per sfuggirgli si adattò a fare l'aiutante dei carovanieri diretti verso la Virginia ed il mandriano: in questo modo si spinse fino a Boston, ma senza trascurare mai la sua vera passione: la caccia nei boschi di piccoli animali dalla pelle pregiata come i tassi e gli opossum. Fu così che crebbe senza ricevere una vera istruzione. Solo poco prima di sposarsi con la prima moglie Polly imparò a leggere, scrivere e far di conto. Intanto lavorò sodo per pagare i debiti del padre e non abbandonò mai la passione per la caccia che finì per diventare il suo vero lavoro. Divenuto uomo si specializzò nella "caccia grossa" e divenne popolare e famoso in tutto il Tennessee come cacciatore di orsi, al punto che qualche amico lo considerava il più grande cacciatore di tutto l'Ovest.
Davy Crockett viene spesso raffigurato con indosso pantaloni di cuoio e giacche di pelle di daino o camoscio, costeggiate da una caratteristica sfrangettatura di pelle lungo le gambe, dietro le maniche e in corrispondenza dei pettorali, delle spalle e del torso. Intorno alla vita aveva un grosso cinturone con un pugnale da cacciatore e a sinistra appeso ad una bandoliera un corno pieno di polvere da sparo. Nella mano sinistra stringeva il suo inseparabile fucile. In testa portava un berretto di pelle di tasso o di procione, con una lunga coda dietro, ricavato dal corpo dello stesso animale. Sembra comunque che il vero Davy Crockett, non abbia mai usato questo tipo copricapo: questa fu un'invenzione dell'attore che a teatro ne raccontava le gesta leggendarie.

Un giorno del settembre 1813 venuto a sapere che gli indiani della sua regione stavano sul sentiero di guerra e si preparavano ad attaccare i coloni, salutò la moglie e i bambini e raggiunse al galoppo l'esercito del generale Andrew Jackson per combattere nella campagna contro gli indiani Creek come esploratore. Dopo i primi scontri le sorti della guerra contro gli indiani si rivelarono incerti e il generale Jackson deciso ad avere la meglio ipotizzò un piano di battaglia in base al quale i Creek dovevano essere intrappolati nelle acque del fiume Enotachopco. Il piano del generale però fallì e solo grazie al coraggio e al valore di Davy Crockett e dei suoi esploratori gli indiani furono definitivamente sconfitti. Ritornato alla vita civile era diventato famoso come eroe della guerra contro gli indiani Creek e gli abitanti della sua regione, che lo stimavano come uomo onesto e giusto, lo elessero prima giudice di pace e poi colonnello del reggimento che doveva proteggere le loro abitazioni in caso di necessità.
Intanto riprese anche la sua attività di cacciatore di orsi e quando giunse il tempo delle elezioni si candidò come deputato. Così nel 1828 fu eletto al Congresso degli Stati Uniti. Al tempo di Davy Crockett il Tennessee era il sedicesimo stato che aveva aderito all'Unione e sulla bandiera rossa, bianca e blu a stelle e strisce vi erano ancora 15 stelle solamente. Tuttavia Davy Crockett per il suo passato di eroe e di famoso cacciatore di orsi fu eletto deputato per due legislature consecutive. Si dice che in questa occasione, per non essere additato pubblicamente come il deputato dal berretto di pelle di opossum, si fece prestare da un amico i soldi per comprarsi un vestito da gentleman per essere più presentabile.

Fu a questo punto della sua vita che Davy Crockett si trovò in difficoltà per aver combattuto durante la guerra contro i Creek. Quindici anni prima, infatti, il generale Jackson aveva firmato con loro un trattato di pace in base al quale essi potevano occupare per sempre le terre ad Est del fiume Mississippi. Divenuto presidente degli Stati Uniti, Andrew Jackson decise di proporre un disegno di legge che violava quel trattato. Davy Crockett, che per tutta la vita era stato un uomo onesto e giusto ed aveva seguito il principio "Se sei convinto di aver ragione procedi fino in fondo", si oppose in maniera intransigente al progetto di legge del presidente Jackson. Si rendeva conto che gli indiani che lui aveva combattuto erano diventati dei pacifici contadini e non sarebbe stato giusto respingerli oltre il Mississipi, dove sarebbero stati attaccati da tribù bellicose. Era convinto inoltre che gli indiani avessero gli stessi diritti dei coloni e che il trattato stipulato con loro dovesse essere rispettato. Molti erano della sua stessa opinione, ma solo pochi ebbero il coraggio di affermarlo come lui, perciò quando si fecero nuove elezioni Davy Crockett venne sconfitto dai jacksoniani. Tuttavia la gente continuò a parlare della sua coraggiosa opposizione al presidente Jackson al punto che la sua notorietà crebbe tanto da essere eletto al Congresso per una terza legislatura. In questa occasione gli venne regalato un sigillo d'oro con la scritta "Procedi fino in fondo" ed anche il più bel fucile che abbia mai posseduto.

ALAMO

La storia di Alamo inizia nella mattinata del 23 febbraio 1836 quando l’esercito messicano arrivò nei pressi di San Antonio. Il primo ad avvistare i soldati di Santa Ana fu lo scout John Smith, chiamato “El Colorado” a causa dei capelli rossi.
Fu a lui che il colonnello Travis affidò il primo messaggio dell’assedio, indirizzato allo stato maggiore dell’esercito texano comandato da Sam Houston: “Il nemico è arrivato in gran forze. Vogliamo uomini e provviste. Inviateceli. Abbiamo 150 uomini e siamo determinati a difendere Alamo fino all’ultimo. Forniteci assistenza".
Smith partiva al galoppo, Travis cominciò a dare i primi ordini per preparare la resistenza tra le mura di Alamo. Prima di tutto fece evacuare una cinquantina di soldati messicani feriti, fatti prigionieri in un precedente scontro. In questo modo permise che si ricongiungessero con il grosso delle truppe di Santa Ana senza pesare sulle forze americane. Poi mandò Seguin, lo stesso che un anno dopo provvederà alla sepoltura dei resti, a San Antonio per racimolare quante più provviste possibili potesse. Mentre gli americani giravano per le strade, le donne locali piangevano: “Poveri ragazzi - dicevano - sarete tutti ammazzati”. Furono invece una quarantina i cittadini che preferirono nascondersi dentro Alamo per evitare di affrontare l’esercito messicano. Fecero appena in tempo, perchè nel pomeriggio gli uomini di Santa Ana avevano già occupato l’area di San Fernando, la più vicina alla missione, facendo sventolare una bandiera rossa, segno di non voler dare tregua al nemico, sul pennone del campanile.
Quando la vide, Travis ordinò per tutta risposta che venisse sparata una cannonata verso la postazione nemica. I messicani replicarono con altre quattro cannonate e quello fu di fatto il primo scambio di colpi tra i due avversari.
A quanto pare fu anche l’occasione per il primo litigio tra Travis e Bowie. Il primo voleva aspettare la prima mossa dei messicani, mentre il secondo intendeva agire subito andando a trattare direttamente con Santa Ana. Essendo egli stesso il genero di un notabile messicano, Bowie pensava che sarebbe stato ascoltato. Senza consultare Travis, Bowie mandò il volontario Jamestown con una missiva diretta personalmente al generale. Ma il risultato fu deludente: di fronte a un Travis infuriato perchè i suoi ordini non erano stati rispettati, Jamestown tornò con una nota firmata da Josè Batres, il vice di Santa Ana, nella quale si diceva che “se volevano salvare le loro vite, dovevano mettersi immediatamente a disposizione del Governo Supremo”. In pratica, dovevano arrendersi senza condizioni. Rendendosi conto che la situazione era comunque disperata, lo stesso Travis inviò ai messicani un secondo messaggio, questa volta affidato ad uno dei suoi uomini più fidati, Albert Martin, da consegnare al colonnello Juan Almonte, uno degli alti ufficiali dello staff di Santa Ana, conosciuto e rispettato come gentiluomo in tutto il Texas. Ma Almonte si limitò a ripetere le condizioni imposte dal suo generale, per cui anche questo tentativo andò a vuoto.
A quel punto a Travis non restò che radunare gli uomini per esporre loro la situazione e tutti furono d’accordo per non cedere. Ancora una volta Travis affidò la sua replica ai cannoni e per risposta i messicani presero a bombardare sistematicamente la missione producendo non pochi danni. E mentre le granate colpivano la vecchia chiesa costruita nel 1758 dalla Flying Company of San Josè y Santiago del Alamo de Parras, il colonnello inviò un altro messaggio al raggruppamento texano di stanza a Goliad: “Noi porteremo avanti questa resistenza così come il nostro onore pretende, e anche quello del Paese”, scrisse Travis al collega Fannin. Ma l’attesa per una risposta si rivelò vana.
Fu allora che Travis decise di piazzare i suoi cannoni nelle posizioni strategiche, in particolare sul tetto rinforzato della chiesa dove ne fece sistemare tre da diciotto libbre l’uno.
C’era anche un altro problema. All’interno del forte si trovavano ormai anche una quarantina tra malati e feriti che Travis fece sistemare al secondo piano del convento. Tra questi era finito anche James Bowie, colpito da una forte febbre tifoidea che lo debilitava a causa di continui accessi di vomito e diarrea con ingenti perdite ematiche. Per quanto curato dal dottor Sutherland e assistito dalla cognata Juana Alsbury, Bowie non si riprenderà più e quindi non parteciperà neanche allo scontro finale. Il 24 febbraio i messicani piazzarono una nuova batteria a circa 300 metri da Alamo e ripresero il bombardamento.

Agli americani non restava che nascondersi tra le mura della missione e aspettare. Travis ne approfittò per scrivere un nuovo appello che indirizzò al “Popolo del Texas e a tutti gli Americani nel Mondo”: “Sono assediato da un migliaio o più di messicani agli ordini di Santa Ana - Ho sostenuto un continuo bombardamento per 24 ore e non ho perso un uomo. - Il nemico ci ha chiesto una resa senza condizioni, altrimenti la guarnigione sarà passata a fil di spada, se il forte verrà preso - Ho risposto con un colpo di cannone, e la nostra bandiera sventola ancora orgogliosamente sulle mura. Io non mi arrenderò nè mi ritirerò. Allora mi rivolgo a voi nel nome della Libertà, del patriottismo e di tutto ciò che è di più caro al carattere americano, affinchè veniate in nostro soccorso con la massima celerità - Il nemico sta ricevendo rinforzi quotidianamente e non c’è dubbio che arriverà a tre o quattro mila unità nel giro di quattro o cinque giorni. Se questa mia richiesta non verrà accolta, sono determinato ad andare avanti da solo il più a lungo possibile e a morire come un soldato che non dimentica mai ciò che è dovuto al proprio onore e a quello del suo Paese. Vittoria o Morte”.
La lettera, indirizzata al quartier generale texano situato a Gonzales, venne affidata ad Albert Martin che con una buona dose di fortuna riuscì a passare oltre le linee nemiche, perdendosi nell’oscurità. Dalle mura quella notte Travis lo vide allontanarsi e, mentre la sua mente si perdeva in mille cupi pensieri, si sorprese ad ascoltare le note di un mesto “Deguello” che gli giungevano dal campo messicano.
L’indomani il bombardamento riprese fin dal primo mattino. Circa duecento messicani del battaglione Permanente Matamoros arrivarono a un centinaio di metri dal forte, ma gli americani risposero con un fuoco talmente fitto che alla fine gli uomini di Santa Ana furono costretti a ritirarsi, lasciando una decina di morti sul campo. Durante l’azione fu particolarmente notato l’onorevole David Crockett, come Travis chiamava l’ex parlamentare, che correva da un punto all’altro per incitare gli uomini e far loro coraggio.
Travis, quando si rese conto che i messicani stavano tastando il terreno in vista dell’assalto decisivo, riprese la penna e si rivolse direttamente a Sam Houston: “Devo resistere fino alle estreme conseguenze. Se essi ci sconfiggeranno, noi saremo sacrificati sull’altare del nostro Paese, e speriamo che i posteri e il nostro Paese renderanno giustizia alla nostra memoria. Aiutami, Paese mio! Vittoria o morte”.
In effetti viene il sospetto che Travis scrivesse in modo così enfatico sapendo che i suoi appelli sarebbero stati pubblicati, ma c’è da dire che egli cercava comunque di far sapere che la situazione a Alamo era davvero drammatica. Il problema si poneva sul come far giungere il messaggio a destinazione, visto che ormai i messicani controllavano l’intera area. E, soprattutto, chi mandare? Tra l’altro ci voleva qualcuno che parlasse bene lo spagnolo e fu così che gli uomini della guarnigione votarono Juan Seguìn. Travis non era d’accordo, ma alla fine capitolò. Seguìn, travestito da campesino, salutò per l’ultima volta i suoi commilitoni e quella stessa notte si infiltrò tra le linee nemiche. Quell’operazione, per quanto rischiosa, finì per salvargli la vita.
Mentre i messicani poco per volta accerchiavano Alamo, a San Felipe il governatore Smith faceva pubblicare il primo appello di Travis e esortava i texani a “volare” in difesa di Alamo: “La campagna è cominciata - scrisse Smith - I texani non devono lasciare che i loro fratelli vengano massacrati da un esercito di mercenari”.
Anche se le file texane si stavano ingrossando di volontari, nel forte l’attesa si faceva sempre più drammatica. Bowie era ormai allo stremo quando il 29 febbraio un gruppo di volontari che era arrivato con lui andò a trovarlo per comunicargli che Santa Ana aveva offerto un’amnistia ai difensori di Alamo che si fossero arresi. “Chi di voi vuole andarsene, è libero di farlo”, disse Bowie con un fil di voce. E quelli non se lo fecero dire due volte: lo ringraziarono e uscirono dal forte, salvi.
La notte del primo marzo un violento temporale si abbattè sulla zona. Alle tre, sotto una pioggia battente, una sentinella si sentì chiamare e, con sua grande sorpresa, vide John Smith, El Colorado, bussare alla porta del forte con trentadue uomini: alla fine i rinforzi, se così si potevano definire, erano arrivati. Il giorno dopo a Brazoria, diverse decine di chilometri più in là, l’ultimo appello di Travis, “Vittoria o Morte”, veniva pubblicato sul giornale “Texan Republican”. Ma la spedizione di soccorso era ben distante dall’essere organizzata. A Washington, dove doveva partecipare a una convention, Sam Houston continuava a dire che quella di Alamo era “una maledetta menzogna, e che anche tutti quei rapporti di Travis e Fannin erano menzogne, visto che là non vi erano forze messicane e che tutta quella messinscena era soltanto uno stratagemma elettorale studiato da Travis e Fannin per sostenere la loro popolarità”.
Houston arrivò a insinuare che i rapporti ricevuti fossero addirittura fatti ad arte dai messicani, per cui, con la mente offuscata dai litri di whisky che si beveva tutti i giorni (fu visto diverse volte ubriaco in pubblico), di fatto non fece mai nulla per salvare la guarnigione di Alamo.
Il 3 Marzo gli americani assediati videro un uomo a cavallo correre nella prateria sfidando il fuoco dei fucili messicani. Era James Butler Bonham che portava due messaggi, uno dei quali di Willie Williamson, uno dei capi della rivolta, scritto alcuni giorni prima a San Felipe. Nella prima missiva Williamson annunciava l’arrivo di 660 volontari. Nella seconda, forse scritta da Houston in persona, si diceva invece che le forze presenti a San Felipe non potevano essere trasferite. In pratica, Alamo veniva abbandonato a se stesso.

Per Travis era l’ennesimo colpo. Già furente per l’abbandono dei volontari texani che egli non esitava a definire traditori, quella notizia gli fece capire che ormai non c’era davvero più nulla da fare. Allora scrisse alcune lettere che affidò nuovamente a El Colorado, lettere il cui contenuto non fu mai reso pubblico e nelle quali probabilmente scrisse il suo testamento politico. Una era indirizzata a Jesse Grimes, un delegato della convenzione di Washington, un’altra a David Ayers di Montville. A entrambi affidò le sue ultime volontà e, soprattutto, l’educazione del figlio Charles, 5 anni, avuto dal suo matrimonio con Rosanna Cato. L’ultima missiva, di cui non si conobbe mai il contenuto, era per l’amata Rebecca, la donna che aveva intenzione di sposare se solo fosse riuscito a sopravvivere all’avventura di Alamo. Arriveranno tutte a destino compiuto, quando le ossa di Travis erano già state incenerite.
Il 4 marzo i messicani ripresero a bombardare la missione. Il 5 gli americani contarono 334 palle di cannone contro le loro mura. E quella notte un Travis ormai disperato giocò la sua ultima carta inviando un ultimo messaggero, il giovane James Allen, nel disperato tentativo di convincere lo stato maggiore americano a mandare rinforzi. Un rapido censimento delle armi permise di stabilire che nella missione i 180 americani rimasti avevano in tutto 816 tra pistole e fucili, con polvere e piombo sufficienti per circa 15 mila colpi, 25 granate da cannone e duecento baionette: un po’ poco per fronteggiare un esercito di quattromila uomini armati di tutto punto e dotati di artiglieria pesante. L’attacco decisivo cominciò intorno alle 3 del mattino del 6 marzo. Gli assediati, stanchi e provati dalla continua tensione, dormivano quasi tutti. Nessuno, nemmeno le sentinelle, si accorse che oltre un migliaio di soldati messicani del battaglione Toluca aveva completamente circondato la missione e pian piano si avvicinava alle mura. Nessuno, nonostante il chiarore della luna, vide le scale che venivano appoggiate e subito salite dai commandos nemici. Nessuno si rese conto che la missione era stata invasa fino a quando il primo “Viva Santa Ana” non squarciò il silenzio della notte. Erano circa le 5,30. Travis fu svegliato di soprassalto dall’ufficiale J.J. Baugh che irruppe nella sua camera urlando: “I messicani stanno arrivando!”. Ancora stordito da quelle poche ore di sonno, Travis arrivò sugli spalti appena in tempo per vedere una marea di uniformi bianche che si lanciava all’assalto dei suoi uomini. Quando girò lo sguardo una pallottola di circa due centimetri di diametro lo prese in piena fronte uccidendolo sul colpo. Il suo corpo, successivamente trafitto anche da molti colpi di baionetta, cadde vicino ad un cannone e lì restò fino alla fine della battaglia. Uno ad uno gli americani vennero uccisi tutti: l’ordine era di non fare prigionieri.
Quando i messicani entrarono dentro il convento, in una stanza trovarono James Bowie ormai agonizzante alla sua terza settimana di febbre tifoidea. Scambiandolo per uno che si voleva nascondere sotto le coperte, lo presero a fucilate sul posto facendogli letteralmente saltare la testa. Sempre più numerosi, cominciarono poi a spingere ciò che restava del gruppo dei difensori fino all’ingresso della missione. Gli americani furono costretti a uscire spinti verso l’esterno. Fuori li aspettava la cavalleria messicana comandata da Ramirez y Sesma che in due cariche successive pose fine a colpi di lancia anche a quella eroica e disperata sacca di resistenza.
I messicani si fermarono soltanto quando, abbattendo una porta, si trovarono di fronte a tre donne e due bambini. Fu una di queste, Susanna Dickenson, che in seguito testimonierà di aver visto i corpi di Davy Crockett e dei suoi compagni del Tennessee giacere nella polvere davanti al sagrato della chiesa.
Ma gli americani avevano venduta cara la pelle. A fronte dei 1600 uomini impiegati nell’attacco, i messicani morti furono circa duecento e quattrocento i feriti, tra i quali anche un generale e 28 ufficiali. Settanta di questi feriti morirono in seguito alle lesioni riportate nella battaglia.
Avvalendosi della testimonianza di Joe, lo schiavo negro di Travis cui venne risparmiata la vita proprio a causa del suo stato, Santa Ana volle vedere personalmente i corpi di Travis, Bowie e Crockett prima di inviare il suo rapporto finale a Città del Messico. “Il quadro presentato dalla battaglia è straordinario - scrisse Santa Ana - tra i corpi sono stati trovati il primo e il secondo capo del nemico - Bowie e Travis - colonnelli come essi stessi si facevano chiamare - nonchè Crockett con lo stesso titolo degli altri due”.
La notizia del massacro di Alamo giunse a Washington solo l’11 marzo e fece un’impressione enorme. Per Sam Houston, che non aveva mai creduto alle lettere di Travis, fu un colpo tremendo. E per quanto si portò dietro per tutta la vita il rimorso di quelle vite sacrificate, cercò di salvare la faccia sostenendo pubblicamente che “la caduta di Alamo è stata il risultato di una disobbedienza da parte di Travis e Bowie”.

Ma all’opinione pubblica americana non potevano bastare le sue illazioni e Houston lo sapeva bene. Fu così che l’esercito texano si ricompattò e il 21 aprile cercò vendetta affrontando in campo aperto le truppe messicane di Santa Ana a San Jacinto. Prima della battaglia gli ufficiali si rivolsero ai volontari con tre sole parole:”Remember the Alamo”. Ed è urlando “Alamo! Alamo! Alamo!” che gli americani, inferiori di numero (800 contro 1.300), in soli venti minuti di battaglia sgominarono l’esercito messicano facendo prigioniero lo stesso generale Santa Ana. La rivoluzione era finita e il Texas diventava indipendente. Nel settembre di quello stesso anno Sam Houston veniva eletto presidente della Repubblica del Texas e Alamo entrava nella storia e nella leggenda.

Ho trovato questo resoconto molto dettagliato ed interessante.

Ma la storia di Crockett non è finita.............

La sua misteriosa morte

Sulla morte di Davy Crockett il suo biografo E.L. Meadowcroft nel 1970 ha scritto: «L'indomani, all'alba, i messicani posero l'assedio alle mura di Alamo. Il piccolo gruppo di americani che si trovava all'interno del Forte si difese valorosamente, ma quando l'attacco terminò dopo un'ora di dura battaglia, nessuno di loro era vivo».

Non fu chiaro se Crockett fosse morto nella battaglia di Alamo, durante lo scontro finale che avvenne il 6 marzo; il modo in cui morì è rimasto un mistero fino alla pubblicazione del diario di José Enrique de la Peña, avvenuta nel 1975. Susanna Dickinson, moglie di Almaron Dickinson, ufficiale ad Alamo, disse che Crockett morì fuori dalle mura e che fu uno dei primi a cadere.

L'unico maschio che sopravvisse alla battaglia, Joe - uno schiavo del comandante William Travis, uno dei capi della resistenza assieme a Jim Bowie - disse di aver visto Crockett morto tra altri corpi senza vita dei soldati messicani; solo un altro combattente - Warner, anch'egli catturato dai messicani - venne ucciso in seguito.

Quando la testimonianza di Peña fu divulgata e presa in considerazione dagli storici insieme ad altri documenti, l'importanza della presenza di Crockett ebbe la giusta dimensione e rilevanza.

Travis aveva scritto che durante il primo bombardamento Crockett era «dappertutto ad Alamo, per animare gli uomini a fare il loro dovere». Altre testimonianze narrano della sua fida carabina Betsy con la quale uccise in rapida successione cinque messicani che cercavano di colpire un cannone del forte; per poco Crockett non riuscì a colpire anche Santa Anna che pensava di essere sufficientemente al riparo.

Crockett ed altri cinque o sei uomini vennero catturati quando le truppe messicane si impossessarono di Alamo poco dopo l'alba, intorno alle 6 del mattino. Ritenevano che Santa Anna avesse ordinato di non prendere ostaggi, ma non fu così: vennero fatti prigionieri e giustiziati successivamente.

FINE

fonte - vai
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