domenica 13 marzo 2011

in occasione del centocinquantennale dello stato Italiano


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ITALIANI CHE HAN FATTO L' ITALIA

Nino Bixio


Gerolamo Bixio, detto Nino, (Genova, 2 ottobre 1821 – Isola di Sumatra, 16 dicembre 1873), è stato un militare, politico e patriota italiano, tra i più noti e importanti protagonisti del Risorgimento

http://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Bixio

Gerolamo "Nino" Bixio

NINO BIXIO nasce a Genova il 2 ottobre 1821 e muore a Atjeln nell’isola dl Sumatra il 16 dicembre 1873.

Paragonato da D’Annunzio a Giovanni delle Bande Nere di questo aveva, oltre che la violenza, uno sprezzante senso del pericolo e del dolore che si rifletteva poi sugli uomini al suo comando che nutrivano sentimenti discussi di odio e amore nei suoi confronti. Odio per le stragi subite e attuate e amore nel momento del trionfo e della gloria. Per avere l’onore di battersi con Bixio gli uomini dei Mille sopportavano volentieri le sue prepotenze e le sue violenze. Rimasto orfano giovanissimo si imbarcò come mozzo su un brigantino che partiva per l’America. Rientrato in Italia. si arruolò nella marina sarda, ma vi rimase per poco tempo, dato il suo carattere. Il suo desiderio di avventura fu più forte. Con due compagni si imbarcò su una nave americana diretta a Sumatra. Dopo molte avventure rientrò in Europa e nel 1847 era a Parigi ospite del fratello presso li quale conobbe Mazzini e le novità in vista per la rivoluzione italiana. Nel 1848 Fu a Govemolo, Vicenza e Treviso e verso la fine dell’anno aderì al reclutamento che Garibaldi andava facendo per Roma. Il 9 maggio 1849 si distinse nella battaglia dl Palestrina e venne nominato Capitano. Aveva conosciuto intanto Mameli, suo compaesano, col quale strinse una calda e profonda amicizia, che i due rinsaldarono in occasione di un loro ricovero in ospedale dopo aver subito entrambi gravi ferite in combattimento. “Goffredo Mameli “ sarà chiamata la nave, dopo la sua morte, con la quale per circa dieci anni Bixio navigò in mari lontani in attesa della riscossa d’Italia. Bixio nel frattempo si era sposato e come si dice in questi casi era diventato un agnellino. Quando pensava a lei (Adelaide), quando le scriveva si trasformava, diventava tenero, dolce; dal loro epistolario emerge la figura di uomo dalla profonda sensibilità, in cui l’amore per la famiglia è superato solo da quello per la patria. Alla vigilia della guerra con l’Austria, Bixio fondò e diresse un giornale, ma nel 1859, deposta la penna, è al comando di una battaglione dei Cacciatori delle Alpi, a fianco di Garibaldi. I due si stimano e si apprezzano reciprocamente anche se Garibaldi deve frenare e incanalare la sua improvvisa violenza.

Come farete a comandare diecimila uomini, voi che non sapete comandare a voi stesso? Gli disse una volta Garibaldi.

L’anno dopo Garibaldi lo chiama per la spedizione dei Mille e ne fa il suo braccio destro. Col • Lombardo • Bixio sbarca a Marsala e trasferisce nei suoi uomini l’ardore e la passione che ha in sè: sbaraglia I borbonici a Calatafimi; entra a Palermo ferito, ma non vuole cure e si estrae da solo la pallottola. Viene poi inviato, questa volta si violento come voleva Garibaldi, a reprimere i disordini di Bronte. E’ nuovamente ferito nell’attacco a Reggio Calabria e raggiunge Garibaldi in tempo per la battaglia del Volturno, dove si distingue spezzando la tenace difesa nemica. Particolarmente intelligente e sensibile Bixio capì che per il bene della patria non poteva esserci dissidio tra i grandi, per cui quando i rapporti tra Cavour e Garibaldi divennero difficili, Bixio divenne un abile diplomatico tanto che riuscì a mettere pace tra i due.

E il sangue che fumava ed ubriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! - Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu pure! - Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e rimpieva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse - lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia - don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figli (.............. ) Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo. Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo - ahi! - ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. Giovanni Verga, Libertà, da Novelle rusticane, 1883

" lo sono il generale Bixio, un generale di Garibaldi non si arrende mai". cosi rispose nel 1866, nella battaglia dl Custoza, quando il nemico ebbe l’ardire di chiedere la sua resa. Il fatto che fosse eletto deputato, non lo distoglieva dalla sua vecchia passione, il mare. Lo vediamo per l’ultima volta a Roma nel 1870 poi parte per l’Inghilterra dove si fa costruire la “Maddaloni” nave a vela e motore con la quale passa attraverso il nuovissimo canale di Suez con destinazione i mari di Sumatra. Raggiunta l’isola iniziò l’attività di mercante che però durò poco. Un imprevisto sconvolse la vita dell’equipaggio: il colera. Nonostante le precauzioni, la malattia cominciò a dilagare e colpì anche il comandante. Bixio capì che era la fine: dettò la sua ultima lettera alla moglie e ai figli e alle 9 di mattina del 16 dicembre 1873 esalò l’ultimo respiro. I suoi uomini che non vogliono gettarlo in mare lo seppelliscono sulla spiaggia avvolto nel tricolore.

fonte e approfondimenti sulllo stesso tema
http://digilander.libero.it/fiammecremisi/bersaglierigarib.htm#cairoli
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http://www.laltracampana.com/nino-bixio-e-la-verita-della-storia/

NINO BIXIO A BRONTE l'integrale monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte)
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