lunedì 20 dicembre 2010

I FILM DI NATALE------------ I FILM DI NATALE-------------- I FILM DI NATALE------------ I FILM DI NATALE--------------


NATALE A BEVERLY HILLS

Carlo, in vacanza in Sudafrica con la seconda moglie Susanna incontra il fratello minore Giorgio che in passato lo ha truffato e gli ha portato via la moglie Marta. Ora però è Giorgio a trovarsi sul lastrico mentre Carlo si è arricchito. O almeno così crede perché è nuovamente vittima di una truffa e si trova senza un euro. Decide allora di architettare un grosso imbroglio ai danni del fratello. Massimo Rischio e Tagliabue (detto Bue) l’uno chirurgo e l’altro macellaio si trovano in Sudafrica con i loro figli Laura e Vitellozzo che hanno una storia d’amore. I due padri sono però molto attratti da una entomologa,
Angela, la quale è alla ricerca della Farfalla del Paradiso. Dopo aver cercato inutilmente di sedurla i due correranno diversi rischi per aiutarla a trovare il lepidottero. Intanto Laura viene raggiunta dall’altro ragazzo con cui ha una relazione, Mario. Il quale diventa amico di Vitellozzo senza sapere che sono lì entrambi per la stessa fanciulla. Christian De Sica lo ha dichiarato molto esplicitamente al settimanale “Sette” del “Corriere della Sera” :”Sai, se ti dovessi raccontare drammaturgicamente la storia non saprei cosa dirti perché è sempre la stessa, da ventisette anni”
. Il signore sì che se ne intende (come affermava un vecchio Carosello) visto che ne ha girati ben sedici! Anche se negli ultimi anni, dopo la fuoriuscita di Massimo Boldi qualcosa sembrava essere mutato in direzione di un maggiore distacco dal versante genital-escrementizio delle battute e delle situazioni. Qualche tentazione di ritorno al passato si avvertiva già però in Natale a Beverly Hills e l’analisi del Box Office deve aver favorito in De Laurentiis molto di più di un ripensamento. Un calo di circa 4 milioni di euro rispetto all’anno prima non è cosa da poco. Allora…via libera a una location che abbatta i costi (come racconta sempre De Sica e come invece negano sia il produttore che, per dovere d’ufficio, Neri Parenti) e soprattutto nessuna pruderie nei confronti di tutto quanto riguarda il ventre e il basso ventre. Affinché non ci siano equivoci è tutto chiaro sin dai primi minuti e dopo non si può che procedere in un’unica direzione (fatti salvi i ragazzini impegnati in un triangolo con equivoci prevedibili). Anche il ‘federalismo comico’ che aveva marcato le vacanze degli ultimi anni viene gettato alle ortiche e il più nordico finisce con il risultare Panariello. Chi sperava di vedere di Belen qualcosa di simile a quanto visto sui calendari rimarrà deluso ma in compenso scoprirà che nella ‘monnezza’ non è finita solo Napoli ma anche uno dei protagonisti. Ma questo non basterà tra vent’anni per consentire a qualche cultore di trovare in questo film quegli elementi di denuncia del degrado della nostra società che di fatto non ci sono. Ci sono invece bravi attori che, pensando al conto in banca, appendono le loro doti alle precarie grucce di una sceneggiatura dall’elevato tasso di volgarità.

Un film di Neri Parenti.
Con Christian De Sica, Max Tortora, Barbara Tabita, Serena Autieri, Massimo Ghini, Giorgio Panariello, Belen Rodriguez, Laura Esquivel, Brenno Placido, Alessandro Cacelli
Commedia, durata 105 min.
Italia 2010.

Filmauro uscita venerdì 17 dicembre 2010.


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La Banda Dei Babbi Natale

Sorpresi a ‘scalare' un edificio la notte di Natale, Aldo, Giovanni e Giacomo vengono arrestati e condotti davanti all'inflessibile commissario Irene Bestetti, impaziente di fare il verbale e di correre a casa a godersi in famiglia la Vigilia. Interrogato, il trio in abito rosso e barba bianca si racconta e confessa i propri affanni quotidiani. Aldo è un nullafacente col vizio per le scommesse e un amore sconfinato per Monica, esasperata dalla sua condotta, Giovanni è un veterinario irresponsabile con due matrimoni e due vite vissute tra Milano e Lugano, Giacomo è un dottore seppellito da dodici anni sotto il ricordo di una moglie defunta e corteggiato senza effetto dalla vitale (e vivente) dottoressa Elisa. Compagni di vita e di bocce, sbocciando e accostando, proveranno a dimostrare la loro innocenza e a vincere il trofeo natalizio.
Ancora una volta a Paolo Genovese riesce l'incantesimo e anche questa volta parla milanese. Dietro la scrivania un trio di Babbi Natale colti in flagranza di reato subentra ad Assuntina, bimba napoletana che boicottava la tradizione partenopea, gradendo idioma e panettone lombardo (Incantesimo napoletano). Dentro una Milano messa in note da Mina e ancorata al senso dello spettacolo da Genovese, Aldo, Giovanni e Giacomo ritrovano la via smarrita e qualche probabilità in più di capitare nei guai. Magari arrampicandosi lungo i muri di uno stabile per prodursi in un'estrema missione d'amore.
Emancipati finalmente dai loro cliché e invalidato il comico delle loro tradizionali gag, Aldo, Giovanni e Giacomo regalano al nostro Natale col loro Natale cento minuti di grazia scanzonata e di autentica felicità. Il regista romano riesce dove ha fallito Marcello Cesena (Il cosmo sul comò) e ha invece (ben) inteso Massimo Venier (con Chiedimi se sono felice e Tu la conosci Claudia?), eludendo bozzettismi caricaturali, rinunciando a tic ben collaudati e realizzando un impianto narrativo compiuto, che si risolve sciogliendo insieme alla neve i conflitti, le incomprensioni e il fermo.
La banda dei Babbi Natale si articola oscillando tra due diversi piani temporali: il presente e il passato, interrotto a sua volta dal sogno ricorrente di Giacomo, principe azzurro vedovo di Aurora e alla ricerca ‘incosciente' di una nuova e bella addormentata. Ipocondriaci, svagati e cavillosi, Aldo Giovanni e Giacomo abitano una Milano spopolata e metafisica, mantenendo anche questa volta nella finzione i propri nomi reali e nutrendosi di cinema in un delirante mix che combina i fratelli Coen coi fratelli Wachowski e imbriglia le Iene di Tarantino.
Avvalendosi di comprimari superlativi, Angela Finocchiaro, Giovanni Esposito e Cochi Ponzoni sopra tutti, La banda dei Babbi Natale è una commedia garbata e di buona volontà che (ri)conferma l'esistenza di Santa Claus e di un trio in gamba.

Un film di Paolo Genovese.
Con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Angela Finocchiaro, Giorgio Colangeli, Sara D'Amario, Giovanni Esposito, Silvana Fallisi, Antonia Liskova, Lucia Ocone, Cochi Ponzoni, Massimo Popolizio, Remo Remotti, Mara Maionchi
Comico, durata 100 min.
Italia 2010.
Medusa uscita venerdì 17 dicembre 2010.


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L' Esplosivo Piano Di Bazil


Quando è ancora bambino, Bazil riconosce fra le foto che documentano la morte del padre, saltato in aria con una mina antiuomo durante una missione in Marocco, il marchio di una fabbrica di armamenti. Da grande, mentre fa il turno di notte a un videonoleggio, viene colpito alla fronte da una pallottola volante durante una sparatoria. Salvo per miracolo, Bazil si ritrova senza casa e senza lavoro, con la sola certezza che il proiettile che lo ha colpito e che ancora sta nella sua testa proviene da un'altra fabbrica d'armi. Dopo qualche notte trascorsa lungo la Senna e qualche giorno passato a fare l'artista di strada, viene invitato da un barbone a entrare a far parte di una famiglia di clochard creativi che vivono in un mondo di materiali riciclati. Assieme a loro, Bazil medita la sua vendetta contro i potenti signori della guerra.
I favolosi mondi di Jean Pierre Jeunet più invecchiano e più si fanno giovanili, gioiosamente immaturi. Allo stesso tempo, più le loro ambientazioni vanno collocandosi nel mondo reale (dai paesaggi postatomici di Delicatessen e La città perduta si passa alla Parigi contemporanea di Amélie e a quella pre-bellica di Una lunga domenica di passioni) e più le sue storie paiono trasformarsi in fiabe, racconti edificanti di personaggi in balia di un “favoloso destino”. Sempre meno dark e ciniche e sempre più giallo pastello o virate a seppia, le favole di Jeunet non smentiscono tuttavia un peculiare interesse per alieni e burattini. In L'esplosivo piano di Bazil lo ritroviamo nella banda dei clochard di Tire-Larigot, praticamente una summa di tutti i personaggi finora incontrati nelle sue opere precedenti: adulti bizzarri e mai cresciuti, freak dall'animo puro e un po' autistico, artisti geniali in un mondo immaginario fatto di scarti e recuperi presi dal cinema e dai cartoni animati. Proprio come nei mondi dell'animazione, ognuna di queste bislacche marionette fa del proprio infantilismo e della sua ingenuità un punto di forza, la leva motrice per concepire trappole, invenzioni fantasiose e progettare una vendetta al contempo personale e universale contro due ricchi magnati dell'industria bellica. A sua volta, Jeunet converte in modo definitivo questa “regressione infantile” dei suoi personaggi in una questione di stile, lavorando principalmente su gag e dinamiche recuperate con inventiva dal muto e dal dominio di possibilità più elastiche e leggere della comicità slapstick.
Ancor più degli altri film di Jeunet, L'esplosivo piano di Bazil diventa perciò un lungo gioco, una recita di adulti bambini piena di idee fantasiose e affidata a un gruppo di grandi caratteristi guidati da un attore dalle fenomenali capacità mimiche come Dany Boon. L'espressività del creatore di Giù al nord trasforma Bazil in un eroe tenero e romantico a metà fra Chaplin e Bugs Bunny. In una tale avventura dalle possibilità infinite e surreali, Jeunet può dispiegare tutto il suo fantasioso arsenale di idee estrose e di brillanti creazioni. Tanto farsesco da suscitare qualche perplessità di fronte all'ingresso brutale dei drammi reali (le foto dei bambini mutilati). Eppure tanto incredibilmente immaginifico e pazzoide da realizzare un altro “favoloso mondo” dove solo caso e fantasia sono al potere.

Un film di Jean-Pierre Jeunet.
Con Dany Boon, André Dussollier, Nicolas Marié, Jean-Pierre Marielle, Yolande Moreau, Julie Ferrier, Omar Sy, Dominique Pinon, Michel Cremades, Marie-Julie Baup, Urbain Cancelier, Patrick Paroux, Jean-Pierre Becker, Stéphane Butet, Philippe Girard, Manon Le Moal, Félicité N'Gijol, Bernard Bastareaud, Noé Boon, Yamine Dib, Lara Guirao, Florian Goutiéras, Christine Kay, Laurentine Milebo, Régis Romele, Julianna Kovacs, Thierry Roland, Jean-Michel Larqué
Titolo originale Micmacs à Tire-larigot.
Commedia, durata 105 min.
Francia 2009.


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The Tourist

Frank Tupelo è un professore di matematica del Wisconsin, diretto in Italia per dimenticare una delusione d’amore. Elise è una donna del mistero, bellissima e controllata dalla polizia internazionale. Elise farà di Frank il suo ospite, nella meravigliosa suite di un hotel veneziano, avvolgendolo volontariamente in una rete di pericoli, inseguimenti e appuntamenti al buio.
Il debutto sul grande schermo della coppia Johnny Depp – Angelina Jolie è casto e giocherellone, non concede nulla allo scandalo, forse proprio per lasciarlo fuori, nel possibile, nell’indicibile. Una curiosa strategia, di cui fa le spese il film, specie al confronto con il surriscaldato Mr. & Mrs. Smith, cui non è affatto estraneo.
Il regista Florian Henckel von Donnersmarck dimentica di aver mai girato Le vite degli altri e vuol farci credere di essersi divertito a scorazzare in motoscafo dietro una statuaria Jolie (quasi di cera) e un Depp in modalità Charlot, ma le altalenanti fasi preproduttive del film ci permettono di essere sospettosi al riguardo. Si sgombri pure il campo, invece, da pregiudizi autocommiseratori sulla compagine d’interpreti italiani, che se la cava benissimo: tutti in parte ma senza calcare sul clichè, come capita invece nell’intro parigino, dove ci si aspetta da un momento all’altro di veder inciampare Clouseau.
Magari. Lo stile a cui si ambisce è infatti quello delle commedie giallorosa d’altri tempi, un po’ Caccia al Ladro un po’ Sciarada, ma con l’accortezza di non prendersi troppo sul serio, di sporcarsi di comico (quanto involontario non si sa) e di scopiazzare il genere Bond. Il problema è che il film confonde l’eleganza di fattura con l’eleganza di personaggi e ambienti, occupandosi di quest’ultima e immolando drasticamente la prima. L’uso della musica è controproducente da cima a fondo (per non dir di peggio), molte scene sembrano scritte da un neofita (ancora il sarto? Ancora lo sbirro nell’acqua? Il bacio apposta sul balcone?) e quelle d’azione potrebbero tranquillamente non definirsi tali.
Ad un certo punto, un punto ben inoltrato, si arriva anche a divertirsi, ma è un godimento di secondo livello, quello di quando hai capito tutto da subito e attendi conferma, apprezzando le ambiguità della recitazione e i pochissimi movimenti furbi della scrittura. Intrattiene, questo sì, dunque fa il suo mestiere, al minimo sindacale.
Non lo si imputi alla presenza di (un bravo) De Sica o di Frassica o di Raul Bova, ma The Tourist, in fondo, è un cinepattone; dolce il giusto, non volgare, internazionale, ma pur sempre un cinepanettone.

Un film di Florian Henckel von Donnersmarck.
Con Johnny Depp, Angelina Jolie, Paul Bettany, Timothy Dalton, Steven Berkoff, Rufus Sewell, Christian De Sica, Neri Marcorè, Alessio Boni, Daniele Pecci, Raoul Bova, Nino Frassica, Giovanni Guidelli, Bruno Wolkowitch, Marc Ruchmann, Julien Baumgartner, François Vincentelli, Clement Sibony, Jean-Claude Adelin, Jean Marie Lamour, Nicolas Guillot, Mhamed Arezki, Igor Jijikine, Vladimir Orlov, Vladimir Tevlovski, Alec Utgoff, Mark Zak, Gabriele Gallinari, Riccardo De Torrebruna, Maurizio Casagrande, Iddo Goldberg, Renato Scarpa, Giancarlo Previati, Giovanni Esposito, Marino Narduzzi, Tino Giada, Bruno Bilotta, Ralf Moeller
Thriller, durata 105 min.
USA, Francia 2010.
01 Distribution uscita venerdì 17 dicembre 2010.



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Megamind 3D



Entrambi sparati via da un pianeta prossimo all'autodistruzione quando ancora erano bambini ed atterrati sulla Terra in contesti diversi, Metro Man e Megamind sono l'uno lo specchio dell'altro. Il primo bello, atletico e pieno di tutte le virtù è l'idolo delle folle già da piccolo, il secondo, cresciuto in un penitenziario, di attitudine curiosa ma molto più imbranato, non può che dedicarsi al male per poter riuscire in qualcosa, per essere qualcuno. Nascono così il supereroe e il supercattivo di Metro City. Uno mette in pericolo la città, l'altro salva le persone. Almeno fino a che inaspettatamente Megamind non riesce nell'impresa che per antonomasia è negata ai cattivi da fumetto: uccidere Metro Man. A quel punto il supercattivo, libero di spadroneggiare come ha sempre sognato di fare, si rende conto di quanto gli manchi il suo opposto per essere completo e cerca di trovare qualcuno che lo rimpiazzi.
La Dreamworks ha sempre giocato sugli stereotipi, le maschere e i ruoli dei personaggi all'interno dei generi. Fin da Shrek, uno dei suoi più grandi successi e per questo lo stampino di molti altri film a venire, lo studio di animazione ha cercato di realizzare delle parodie citazioniste in forma di cartone animato, non riuscendo sempre a centrare l'obiettivo di un film divertente e gradevole. Per questo la riuscita in pieno di Megamind suona come una vera vittoria, perchè senza cambiare strada e senza imitare nessun altro, questa volta la formula ha pagato. Ne sia dimostrazione la divertente citazione di Marlon Brando papà di Superman (come accade nel film di Richard Donner), un espediente che invece che deludere come al solito si rivela uno dei momenti migliori del film.
La storia di Megamind e Metro Man, le personificazioni di bene e male presi nella routine della lotta da fumetto, è rotta dall'evento, possibile solo in una parodia, della morte del bene. Questa rottura consente l'inizio della tipica parabola Dreamworks, quella della figura apparentemente cattiva che in un contesto diverso dal normale si rivela anche più buona di quella solitamente etichettata come "bene".
Ma al di là di una morale che non presenta nessuna novità rispetto al passato, è il modo con il quale finalmente anche i cartoni Dreamworks riescono a parlare di sentimenti autentici e universali a rendere Megamind un film fuori dall'ordinario. Merito di un racconto più attento del solito alle nuances narrative, in cui la frenesia per l'azione (che comunque è presente) lascia il posto in più di un caso a ottimi dialoghi e merito probabilmente di alcuni nomi che nei titoli di coda vengono accreditati come "creative consultant" o produttori esecutivi come Ben Stiller, Guillermo Del Toro e Justin Theroux.
L'idea molto moderna e poco classica del male come indispensabile controparte del bene e come sua filiazione diretta sembra essere la stessa alla base di opere fortemente imparentate con il fumetto come Il cavaliere oscuro. Non contrasto ma compenetrazione delle due forze che prendono i propri ruoli unicamente in base al contesto in cui agiscono, senza presupporre una naturale propensione per una delle due parti. Inoltre, come già accadeva nel molto simile Gli Incredibili, l'unica figura realmente negativa e condannabile di tutto il film non è il malvagio animato dalla sete di conquista, quanto il pigro che cerca la scorciatoia, colui che vuole arrivare a livello degli eroi senza averne le vere caratteristiche morali ed etiche.
In aggiunta a queste componenti Megamind si distingue anche per un passo in avanti tecnologico che diventa espressivo. Contrariamente a quanto accade solitamente, gran parte della messa in scena dei momenti sentimentalmente topici del film punta infatti sulla recitazione. Strano a dirsi per un cartone animato, eppure l'evidente miglioramento dell'espressività dei personaggi disegnati in computer grafica si traduce nella capacità di trasmettere sensazioni in maniera più sottile e raffinata. È qualcosa che avevamo visto accadere già nel cartone animato della concorrenza Toy Story 3 e che ritroviamo anche qui in più di un'occasione. A fronte delle solite smorfie e mossette, finalizzate alle gag fisiche e verbali, in Megamind sono presenti anche alcuni momenti seri, tanto brevi e circostanziati, quanto intensi proprio grazie all'espressività visuale.
Accade così che il racconto in forma animata di supereroi e supercattivi da un altro mondo, riesca a parlare di umanità e sentimenti meglio di tanto altro cinema apparentemente più legato alla realtà.

Un film di Tom McGrath.
Con Will Ferrell, Tina Fey, Jonah Hill, David Cross, Brad Pitt, Justin Theroux, Ben Stiller, Jessica Schulte, Tom McGrath, Emily Nordwind, J. K. Simmons, Ella Olivia Stiller, Quinn Dempsey Stiller, Brian Hopkins, Christopher Knights, Mike Mitchell, Jasper Johannes Andrews, Jack Blessing, Stephen Kearin
Animazione, Ratings: Kids, durata 95 min.
USA 2010.


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Le Cronache di Narnia - Il viaggio del veliero


Lucy ed Edmund si trovano a Cambridge quando si spalancano nuovamente le porte del regno di Narnia attraverso il quadro di un veliero che inonda la stanza trasferendo tutti (compreso il cugino Eustace) nel mare in tempesta. Insieme al principe Caspian dovranno seguire una stella blu e ritrovare sette lord scomparsi per poter sconfiggere le tenebre. L'incombere delle difficoltà e l'incalzare delle tentazioni renderanno ancora una volta necessario l'intervento del gran leone Aslan.
Risucchiati dal dipinto di un veliero nel mare in burrasca, Lucy ed Edmund escono dall'anonima vita di Cambridge per tornare ad essere Edmond il Giusto e Lucy la Valorosa, re e regina di Narnia. Al loro seguito stavolta l'insopportabile cugino Eustace, prolisso, goffo e lagnoso che, una volta trovatosi nella tempesta del favoloso mondo, reagisce istericamente minacciando una denuncia per rapimento. Compila un diario in cui prende in giro tutto l'equipaggio, viene sorpreso dal topo Reepicheep a rubare viveri nella stiva fino a quando l'incalzare delle vicende (dal rischio di essere schiavizzato a quello di essere metamorfosato) non lo condurrà ad assumersi la piena responsabilità dell'esperienza.
Ma come mai sono stati chiamati in quel regno se non ci sono più guerre da combattere? Chiedono i due fratelli al ritrovato principe Caspian. La risposta non sarà immediata e trapelerà un po' alla volta col disvelarsi del mistero della sorte dei sette lord scomparsi, precipitando ogni protagonista in un fitto reticolo di esperienze che celeranno messaggi individuali e universali. Ancora una volta ci sarà da stupirsi con i personaggi desunti dai bestiari mitologici; oltre ai già noti fauni e al minotauro, che alla prima asserzione farà svenire Eustace, eccoci alle prese con sirene trasparenti, draghi, bestie invisibili con un piede solo, mostri marini giganti. E poi il serpeggiare di una nube verdastra spiegata come un ‘sacrificio' che fa svaporare tutte le creature nel nulla. Cambia stavolta la dimensione del male. Non più qualcosa di puramente esterno da sconfiggere con spade e incantesimi ma una dimensione interiore, una ‘tentazione' da riconoscere dentro di noi e portare alla luce. La temuta isola delle tenebre che corrompe i giusti e cerca di gettare il mondo nell'oscurità altro non è che male puro, alter-ego del vaso di Pandora dove affiorano paure e fragilità ataviche.
Clive Staples Lewis, irlandese d'origine calvinista convertitosi alla fede anglicana durante la Grande Guerra, affronta ancora nel terzo episodio della sua saga il conflitto universale tra il Bene e il Male. Il cambio di regia da Andrew Adamson a Michael Apted segna una svolta meno criptica e più palesemente spirituale. Di una spiritualità intesa come messa in discussione di se stessi, ricerca del valore per cui valga la pena vivere. “Se volete sconfiggere le tenebre dovete sconfiggere le tenebre dentro di voi” viene suggerito ai protagonisti. Proprio perché nemo dat quod non habet, per riportare la pace e condurre il mondo alla salvezza la vera guerra da combattere deve essere quella interiore. Il male non si può eludere, anzi diventa occasione per sperimentare se stessi, conoscersi, temprarsi ed edificare certezze più grandi. Anche per Eustace non è più tempo per i capricci e la sua maturità verrà segnata da una inaspettata metamorfosi. Il mondo reale e il mondo di Narnia, così apparentemente distanti, entrano in osmosi come il mondo della coscienza e quello dell'inconscio dove i grandi temi prendono una forma archetipica attraverso la simbologia dei personaggi. Per quanto riguarda la discussione su Aslan, interpretato da molti come figura Christi, sono innegabili certi richiami evangelici; l'attesa messianica della salvezza, il sacrificio, la resurrezione, la tentazione. E ancora: Aslan giunge solo se invocato, aiuta a riconoscere e a sconfiggere la tentazione, pronunciato il suo nome le tenebre si squarciano di luce facendo fuoriuscire una colomba, e nelle dichiarazioni finali sembra alludere a un noto versetto del Vangelo di Giovanni.
Non dobbiamo comunque prescindere dal legame dell'autore con Tolkien, dal sodalizio letterario in nome di un comune metodo mitico-simbolico, tenendo presente che la cultura di Lewis spaziava dal cristianesimo all'esoterismo, dalla psicanalisi alla mitologia. Si veda il tema omerico del viaggio, del mare come ricerca e come insidia, della sete di conoscenza dei personaggi insieme agli incantesimi e alle metamorfosi che evocano in buona misura le peregrinazioni di Ulisse.
Lo spessore letterario, la nuova impronta registica e la scelta del 3D creano un'avventura multi-prospettica vivida e polifonica.

Un film di Michael Apted.
Con Ben Barnes, Skandar Keynes, Georgie Henley, Will Poulter, Laura Brent, Gary Sweet, Arthur Angel, Tilda Swinton, Tony Nixon, Shane Rangi, Colin Moody, Terry Norris, David Vallon, Bruce Spence, Bille Brown, Liam Neeson, Roy Billing, Arabella Morton, William Moseley, Anna Popplewell, Steven Rooke, Neil Young, Rachel Blakely, Nathaniel Parker, Daniel Poole, Mirko Grillini, Catarina Hebbard, Tamati Rangi, Simon Pegg
Titolo originale The Chronicles of Narnia: The Voyage of the Dawn Treader.
Fantastico, Ratings: Kids, durata 115 min.
Gran Bretagna 2010.
20th Century Fox uscita venerdì 17 dicembre 2010.



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Unstoppable - Fuori Controllo


Primo giorno di lavoro per la recluta capotreno, un ragazzo dal cognome noto nel settore che arriva con una grande spinta dietro di sè. Il novellino capita nel treno merci operato dal veterano dei veterani, 28 anni di servizio e poca voglia di avere a che fare con ragazzini inesperti. È un brutto giorno per litigare, lo scopriranno presto, quando arriverà la notizia che, a causa di un incidente, sul loro binario c'è un convoglio grosso, lungo e carico di materiale pericoloso che procede verso centri abitati contromano, senza conducente a velocità crescente. Evitarlo non sarà semplice ma ancora più difficile si rivelerà fermarlo. Tra l'incompetenza di una dirigenza che non ha fiducia nei propri uomini e l'esigenza di rischiare la vita per salvare quella dei propri cari, i due tenteranno l'impresa impossibile.
I film di treni sono una categoria a parte e, a loro modo tra rapine e ingressi alla stazione, la più antica dell'universo cinematografico. Soprattutto i film di treni per avere senso non possono che essere fatti con treni veri su rotaie vere. Lo sapeva Buster Keaton, lo sapeva John Frankenheimer e per fortuna lo sa anche Tony Scott.
La storia vera e scaldacuore della piccola America dagli eroi operai che rischiano tutto per la famiglia è il pretesto perfetto per un'operazione di serie A che cerca il fascino della serie B, senza però averne la determinata asciuttezza. Accade così che nelle prime fasi, quelle dedicate alla distensione della trama, Unstoppable annaspi nei grandi luoghi comuni della vita difficile all'americana (una famiglia a pezzi, la dialettica tra il vecchio e il nuovo, la necessità di emergere facendo valere il proprio lavoro...), affossato da una fotografia modaiola e irritante che applica zoom a schiaffo e macchina a mano tremante senza alcun senso. Tuttavia come capita ai film incentrati sul ritmo e sulla velocità (velocità di una lotta contro il tempo e velocità degli oggetti da combattere) all'aumentare dei Km/h e allo spostarsi dell'attenzione dall'illlustrazione di fatti e personaggi all'illustrazione dell'azione, ritmo e godimento decollano.
Nella grande rincorsa al treno, condita dalle consuete esplosioni e deragliamenti, si intravede il lato migliore di Tony Scott (specie nella bellissima sequenza con il grano), quello capace di imprimere alla macchina cinematografica la medesima velocità dei suoi oggetti, siano aerei militari, macchine da corsa, metropolitane o sottomarini, contrappuntandola con la fissità degli esseri umani che li comandano. Il treno da inseguire, il treno inseguitore e le mille macchine ai loro lati sono gli agenti di un dinamismo inappuntabile, capace di risollevare le sorti del film, annichilendo anche le mille velleità di critica sociale e all'onnipresente sistema mediatico, appuntate a latere del film come spunti per il lavoro autonomo dell'immaginazione degli spettatori più complottisti.
Al centro di tutto il regista pone Denzel Washington, splendidamente fermo, seduto sul suo sedile e solo verso la fine intento a una passeggiatina sui vagoni. Imbolsito e invecchiato, per Tony Scott Washington è buono come uomo del popolo tanto quanto lo era come raffinato e colto ufficiale di marina accanto a Gene Hackman, volto straordinario di un cinema che, con la giusta rozzezza, sa ancora regalare godimento a tutte le categorie di spettatori.

Un film di Tony Scott.
Con Denzel Washington, Chris Pine, Rosario Dawson, Ethan Suplee, Kevin Dunn, Kevin Corrigan, Kevin Chapman, Lew Temple, T.J. Miller, Jessy Schram, David Warshofsky, Andy Umberger, Victor Gojcaj, Adam Kroloff, Maxx Hennard, Eric Unger, Scott A. Martin, Christopher Stadulis, Kevin McClatchy, Joshua Elijah Reese, Jeff Wincott, Paul Vasquez, Elizabeth Mathis, Meagan Tandy, Keith Michael Gregory, Patrick McDade, A.J. Verel, L. Derek Leonidoff
Titolo originale Unstoppable.
Azione, durata 99 min.
USA 2010.
20th Century Fox uscita venerdì 12 novembre 2010.


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Rapunzel - L'Intreccio della Torre


Un film di Nathan Greno, Byron Howard.
Con Mandy Moore, Zachary Levi, Donna Murphy, Ron Perlman, Jeffrey Tambor, Brad Garrett, M.C. Gainey, Paul F. Tompkins, Laura Chiatti, Giampaolo Morelli, Richard Kiel, Delaney Rose Stein, Nathan Greno, Byron Howard, Tim Mertens
Titolo originale Tangled.
Animazione, Ratings: Kids, durata 94 min.
USA 2010.
Walt Disney uscita venerdì 26 novembre 2010.

Raperonzolo, o meglio Rapunzel, non doveva nascere, troppo male stava la madre (Regina) durante le doglie. Fortunatamente però i soldati sguinzagliati dal padre (il Re) in tutto il regno avevano trovato il fiore dai poteri taumaturgici sbocciato da una goccia di sole caduta sulla Terra, e l'infuso con esso realizzato la curò. Nacque così una bambina dalla folta chioma che ereditò i poteri della pianta che l'aveva aiutata a nascere. Quello che i regnanti non sapevano era che il fiore era stato fino a quel momento usato da una donna malvagia, la quale da centinaia d'anni se ne serviva per tornare giovane ad ogni segno d'invecchiamento. Proprio lei, non rassegnata ad invecchiare senza il potere del fiore, rapisce Rapunzel e la chiude in un torre nascosta nel bosco, luogo conosciuto solo a lei, in cui poter evocare indisturbata e ad ogni esigenza, il potere ringiovanente dei capelli della bimba. Il giorno del suo diciottesimo compleanno però Rapunzel deciderà che è ora di smettere di seguire i consigli di quella che crede essere sua madre e di lasciare la torre per andare a vedere il mondo, in compagnia di un ladruncolo casualmente capitato nella sua gabbia dorata.
Tutto il cuore di Rapunzel - L'intreccio della torre (brutto adattamento del molto evocativo titolo originale Tangled ovvero "intrecciata") potrebbe stare simbolicamente in una delle prime scene in cui vediamo la matrigna della protagonista presentarsi nella torre. Vestita di colori scuri si specchia rimarcando alla figliastra come la sua vicinanza la tenga sempre bella (ma l'abbiamo già vista essere in realtà vecchia e brutta), mentre nel cesto che ha portato tiene delle mele. Il riferimento è chiaro, siamo nell'universo classico delle favole eppure le cose non sono come le ricordavamo.
Lontano dalla storia originale dei fratelli Grimm e molto vicino alla tradizione favolistica moderna inaugurata da Disney stesso (che di adattamenti differenti dagli originali era esperto), Rapunzel presenta infatti tutti i temi e le figure cardine del suo genere, con una ricerca del classico talmente smaccata da non poter non essere voluta. La principessa perduta, la residenza nascosta nel bosco, i numeri musicali corali comici, le scene romantiche nel lago illuminate da piccole luci, i fuochi d'artificio, le spalle comiche, l'eroismo scanzonato e via elencando sono il legame con la tradizione ma la verà novità sono il modo in cui questi elementi sono correlati e le relazioni che li legano.
Rapunzel attende l'uomo ma non perchè la salvi, le serve solo qualcuno che la scorti in un mondo che non conosce. La principessa perduta si salverà come sempre, ma da sola. Tutti gli altri, dalle spalle comiche fino a quello che dovrebbe essere l'eroe, sono aiutanti. Eppure, da vera ragazza moderna, per fare questo non rinuncia alla sua femminilità nè ad un approccio femminile al mondo (che da reclusa è l'unico che conosce). Rapunzel non è un eroe maschiaccio (anzi!) nè aspira a nulla di diverso rispetto alle principesse del passato. È una ragazza che si muove in un universo in cui gli ostacoli che le si frappongono sono prettamente moderni.
A tenere Rapunzel intrappolata nella torre infatti non è un vincolo fisico, potrebbe uscire quando vorrebbe se non fosse tenuta in scacco dalla paura instillatale fin dalla più tenera età dalla matrigna e dal ricatto sentimentale di quella che, fingendosi sua madre, professa un amore sconfinato nei suoi confronti. E proprio qui, nella sincerità e nella forza con cui questo finto amore è mostrato, il film dimostra una maturità superiore alla media. Il rapporto madre/figlia subito da Rapunzel è fondato su un continuo sminuimento, su insulti mascherati da scherzi e sul rinfaccio di un amore solo sbandierato e mai dimostrato, perchè non esiste. Il massimo del male ben mascherato dietro il massimo del bene. Si tratta di dialettiche che al cinema abbiamo visto solo nei migliori e più duri film drammatici e che qui sono perfettamente tradotte per l'universo infantile, senza cioè mai cedere un passo sul piano della godibilità o della leggerezza.
Si vede insomma come a 4 anni dalla fusione Disney/Pixar la seconda abbia cominciato finalmente ad influenzare la prima (alla sceneggiatura c'è uno degli autori di Cars) e non solo nel campo della perizia tecnica. Sebbene infatti il character design della principessa sia talmente azzeccato da consegnarla immediatamente alla storia delle migliori eroine Disney e i movimenti facciali dei personaggi consentano una "recitazione" superiore alla media (si veda la profondità con cui un solo sguardo del servo annuncia alla coppia reale il ritrovamente della figlia perduta), è però l'approccio moderno agli archetipi narrativi e la capacità di svolgerli in un racconto sufficientemente canonico da risultare classico (eppure anche sufficientemente autentico da parlarci dei rapporti familiari moderni) a svelare la longa mano di John Lasseter.

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A Natale mi sposo

Un film di Paolo Costella.
Con Massimo Boldi, Vincenzo Salemme, Nancy Brilli, Massimo Ceccherini, Enzo Salvi, Elisabetta Canalis, Valeria Valeri, Jacopo Sarno, Lucrezia Piaggio, Loredana De Nardis, Ric, Teresa Mannino, Simon Grechi
Commedia, durata 97 min.
Italia 2010.
Medusa uscita venerdì 26 novembre 2010.

Gustavo è un cuoco milanese a Roma. Padre di un adolescente che coltiva il sogno di un amore impossibile, Gustavo viene scambiato per un celebre chef e invitato a organizzare a St. Moritz un sofisticato pranzo di nozze. Il matrimonio però “non s'ha da fare” perché Fabio, figlio di Gustavo, è invaghito da sempre di Chris, sposina promessa per interessi paterni alla prole ottusa di un ricco banchiere svizzero. Figlia di uno scrittore dozzinale e di una madre burina, Chris ricambia il sentimento di Fabio ed è decisa a fuggire con lui. Li favoriscono o li boicottano una messe di personaggi naif e disgraziati che infilano battutacce e praticano la trivialità.
Da troppi anni i cinepanettoni mostrano la corda. Esaurita ogni pretesa di originalità, figuriamoci di messaggio o di relazione col presente storico, arrivano ogni anno puntuali come il Natale e in alcuni casi, ed è questo il caso, addirittura fuori sincronia con la festività natalizia, dichiarata comunque nel titolo. Combinando matrimonio e Natale Massimo Boldi e Medusa bruciano i competitor stagionali e irrompono in sala con una commedia alla potenza che prevede al solito quote geografiche, dialettali e televisive incarnate in disordinato ordine di apparizione da Salemme, Ceccherini, Salvi, Mannino, Canalis.
Fuori dal tempo e per questo riproponibili in eterno i personaggi dei cinepanettoni (ri)propongono un copione già vecchio e uno script logorato dalla consuetudine. A Natale mi sposo prova a respirare aria fresca trasferendosi in montagna e inserendo nel refrain comico un'idea mocciosa e sentimentale che avvii il carrozzone e seduca lungo la strada i giovanissimi. Ma variando (minimamente) l'entità e l'ordine degli addendi capocomico e gregari realizzano comunque la medesima e intrucidita somma finale, che contempla irriducibile tette e culi, puzze e rutti. La trama sentimentale, sostenuta dall'interpretazione inconsistente di Lucrezia Piaggio e Jacopo Sarno, si impantana quasi subito nel disinteresse dello spettatore, mentre i comici che fanno corona e colore procedono ciascuno per conto loro, prigionieri delle nevi e dei nefasti collassi della stupidità cinematografica.
Privo di qualsivoglia dignità espressiva, di interesse sociologico, di qualità di scrittura e di recitazione, la commedia natalizia, diretta quest'anno da Paolo Costella, contrappone ancora una volta alla borghesia arricchita capitanata da Salemme le più modeste condizioni del cuoco di Boldi, poco avvezzo alla mondanità. Lo scioglimento degli equivoci, degli adulteri, degli scambi di persona e delle differenze economiche e sociali avverrà senza sorpresa nel soggiorno montano e dentro un bianco Natale. Meglio, un Natale in bianco e fiori d'arancio ma senza strenna e senza “parenti”.


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Il Regno di Ga' Hoole - La leggenda dei guardiani


Un film di Zack Snyder.
Con Jim Sturgess, Ryan Kwanten, Helen Mirren, David Wenham, Anthony LaPaglia, Miriam Margolyes, Abbie Cornish, Emily Barclay, Joel Edgerton, Geoffrey Rush, Adrienne DeFaria, Hugo Weaving, Marco Vivio, Flavio Acquilone, Ada Serra Zanetti, Emiliano Coltorti, Alberto Angrisano, Cristina Noci, Letizia Ciampa, Erica Necci, Stefano De Sando, Angelo Nicotra, Arianna Vignoli, Luca Biagini, Essie Davis, Deborra-Lee Furness, Sacha Horler, Bill Hunter, Sam Neill, Richard Roxburgh, Barry Otto, Leigh Whannell, Angus Sampson, Gareth Young
Titolo originale Legend of the Guardians: The Owls of Ga'Hoole.
Animazione, Ratings: Kids, durata 97 min.
USA, Australia 2010.
Warner Bros Italia uscita venerdì 29 ottobre 2010.

In un mondo fantastico non ben precisato (che per quanto ne sappiamo potrebbe anche essere il nostro) i gufi vivono in un regime di caste, basato sulle diverse razze tra le quali il barbagianni è la più considerata. Leggenda vuole che esistano anche due diversi schieramenti, da una parte i malvagi gufi dell'Abbazia di Sant'Egolio e dall'altra i gufi guardiani del Regno di Ga'Hoole, i quali vivono nel mitologico Grande Albero.
Su questi presupposti si inserisce la storia di Soren e Kludd, fratelli caduti dal nido che, loro malgrado, scopriranno come le leggende siano realtà e finiranno ben presto arruolati su fronti opposti. Dopo essere stati catturati e finiti nell'Abbazia di Sant'Egolio il primo, idealista e sognatore, scapperà con altri in cerca del regno di Ga'Hoole, il secondo, cinico e opportunista, rimarrà a dare manforte ai Puri, convinto di essere anch'egli appartenente alla razza eletta.
Prendendo spunto da una serie di libri fantasy (in totale 15), iniziata nel 2002 e finita nel 2008, ad opera della naturalista Kathryn Lasky, Il Regno di Ga'Hoole, sembra l'ennesimo tentativo di far partire una nuova saga dai grandi incassi, dopo gli analoghi esperimenti miseramente falliti di Pusher, Ember o Percy Jackson, con in più la maggiorazione al botteghino del 3D. La scelta di un regista come Zack Snyder, dallo stile caricato, commerciale e a suo agio con la spettacolarità, sembra quindi azzeccata.
La vera sorpresa però è che Il Regno di Ga'Hoole non è solo un divertimento per preadolescenti, target cui il film è palesemente indirizzato, ma anche un sollazzo per gli amanti del cinema.
Se è vero che il regista di 300 si è concesso questa piccola deviazione nel cinema per l'infanzia e nell'animazione computerizzata durante il breve intervallo tra due impegni più grossi (Watchmen e Sucker Punch), è anche indubbio che Il Regno di Ga'Hoole costituisce uno dei suoi exploit più interessanti. Sul cannovaccio di un tipico racconto di formazione all'americana, tra sconfitta e seconda occasione, predestinazione, lotta contro la propria nemesi (in questo caso un fratello, il doppio per eccellenza), contrapposizione manichea di bianco e nero ed elogio di valori virili, Snyder architetta un film che mette da parte le caricature e le sovrimpressioni estreme degli spartani di Leonida (salvo recuperarle nel momento della grande battaglia finale assieme a stupefacenti ralenti da National Geographic) e prende la più improbabile delle decisioni: concentrarsi sui volti dei protagonisti, cioè gufi animati con molto realismo e poche concessioni fumettistiche.
Ma la volontà di guardare in faccia protagonisti che per definizione (e per disegno) sono poco espressivi è solo la prima di una lunga serie di scelte spiazzanti, sulle quali domina quella di girare un film in 3D puntando su luoghi stretti e piani ravvicinati. Contro ogni aspettativa si tratta di una sequela di idee vincenti che riescono a restituire il senso di grande epica di un minimondo, più con la profondità imprevista delle tane dei gufi, degli antri dei malvagi o delle cime di alberi talmente dense di rami da sembrare affollate metropoli, che con quella prevedibile degli ariosi voli.
Con attenta costruzione drammaturgica infine Snyder riesce anche a consegnare al pubblico, tra tanti personaggi che paiono sagome incolori utili solo ad incarnare una funzione (il fato, la provvidenza, le avversità, l'aiuto insperato...), almeno una figura indimenticabile: il grande guerriero Ezylryb, guercio e mezzo monco dopo mille battaglie, quasi impazzito per i colpi presi eppure ancora capace di stupire ed osare, dotato di una punta di follia nichilista che mancava ai 300 spartani e che, distinguendolo dal coro di perfetti soldati che popolano la storia, lo avvicina di più ai drogati di adrenalina del cinema di Kathryn Bigelow.




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