sabato 24 ottobre 2009

I CAPISALDI - CAPITOLO 1




VECCHIE INTERVISTA A ROGER WATERS

nel 1987 su Rock Express

In un’intervista esclusiva a Rock Express, Roger Waters spiega il concetto alla base del suo nuovo album, esprime le sue preoccupazioni sulla continuazione dei Pink Floyd e getta nuova luce sulla sua decisione di intraprendere una carriera solistica.

Qual è più "rosea"? Lasciamolo spiegare a Roger Waters.

RE: Il tuo ultimo album, radio Kaos, si sviluppa come un concept piuttosto complesso. E’ stata un’idea specifica ad ispirare la storia o è il risultato di un certo numero di idee diverse?

RW: Be’, innanzitutto lasciami dire che per me scrivere canzoni è diventato un esercizio man mano più passivo. Le migliori cose che ho fatto sono quelle sulle quali ho avuto pochissimo controllo. Uno scrittore, un pittore, un artista è valido perché la sua forza creativa è in contatto con qualche pensiero inconscio che fa scattare le sue idee migliori – non è necessariamente qualcosa a cui lavora.

RE: Come entri in contatto con questi schemi di pensiero inconscio?



RW: Me ne sto nella vasca la mattina e penso a delle idee. Immagino che per me funzioni perché è il momento della giornata più vicino a quando si sogna. Quando cominciai a scrivere alcune nuove canzoni circa 18 mesi fa, scrissi come mi sentivo in quel momento. Ironia della sorte, la canzone che ha fatto scattare l’intero concept, Get back to Radio, non è finita sull’album. Però conteneva un verso che dava corpo all’intera idea "Come un vulcano che aspetta d’eruttare, una nuova generazione attende accanto alla sua radio". Riportava all’immagine di tredici-quattordicenni sdraiati a letto nel mezzo della notte ad ascoltare le loro radio.



RE: C’era una sorta di qualità magica nell’ascoltare la radio da solo nella tua stanza.



RW: Sì, particolarmente nel crescere in Inghilterra ed ascoltare il segnale di Radio Luxembourg affievolirsi e dissolversi nella notte. Era un’esperienza mistica che evocava ogni tipo di idee ed immagini. Quando scrissi quella canzone pensai che avrei conservato quel concetto e l’avrei messo da parte per dopo.

RE: Cosa venne poi?

RW: La canzone che scrissi dopo fu Who Needs Information. Parlava della stampa tabloid e di come abbiano cessato di occuparsi della diffusione di notizie. In particolar modo la stampa di Murdoch in Inghilterra, giornali come il Sun e il Mirror. Ciò che ti offrono sono pettegolezzi, giorno dopo giorno. C’è una specifica menzione ad un vero incidente in cui un minatore gallese in sciopero lanciò un blocco di cemento che accidentalmente atterrò sul tetto di una macchina, uccidendo l’autista. Ciò mi colpì essendo una situazione particolarmente tragica perché v’erano solo perdenti. Due giovani, uno mandato in prigione ed uno morto, come risultato di un conflitto (lo sciopero dei minatori di carbone del 1985) che era fuori dal loro controllo. Sentivo che questo era il classico esempio di vite umane governate dalle forze di mercato. Fa riflettere come le persone siano disposte a commettere atti violenti per raggiungere i propri scopi – e tale scopo è il denaro. Questo può funzionare nel breve termine. Ma a lungo andare, perché la razza umana possa coesistere per i prossimi dieci secoli o svariati millenni, un progetto monetario non può funzionare.



RE: Nella trama dell’album, Ben rappresenta il violento minatore gallese. Come ti è venuto in mente Billy e perché è così importante per la storia che sia rappresentato con un handicap?



RW: La molla che ha fatto scattare quell’idea è un giovane irlandese di nome Cristopher Nolan che era rimasto seriamente handicappato fin quasi ad essere un vegetale. I dottori non gli davano alcuna speranza di poter mai essere produttivo, ma grazie a sua madre, Chris ebbe accesso ad un word processor. Aveva una bacchetta conduttrice legata con del nastro alla fronte (era l’unica parte del suo corpo che funzionava) e usando la bacchetta era in grado di azionare i tasti. Usando questo metodo, Chris scrisse delle poesie meravigliose ed ha da poco completato la sua biografia. Questo dimostra che esiste un grande possibilità per la razza umana di consentire agli individui di realizzare il proprio potenziale.

Sono convinto che questo non accada se si lascia la gente a competere in una giungla aperta e senza leggi.



RE: La trama centrale della tua storia è incentrata sulla relazione fra Billy e il deejay di una stazione radio di Los Angeles. Come ha dato forma ques’idea al resto del concept?



RW: Nel 1980 ero un rifugiato fiscale a Los Angeles. I Pink Floyd avevano fatto un sacco di soldi con DSOTM (Dark Side Of The Moon) e ad un certo punto sembrava che li avessimo persi tutti. Poi dovevamo fare i conti con un agente del fisco britannico che ci inseguiva per avere da noi denaro che non avevamo – così fui costretto a lasciare il paese e a trasferirmi a L.A. Fui colpito dallo strano effetto che quel posto ebbe su di me. Per dirne una, pareva che ognuno vi fosse espatriato – nessuno era davvero di casa lì. Ogni cosa è transitoria. Le case sono tutte fatte di cartone e nessuno sembra badare alla qualità, allo stile, alla permanenza o alla storia. E’ un posto molto arrabattato. Ciò che mi fece cambiare atteggiamento, però, fu che un giorno, mentre stavo guidando, per caso mi sintonizzai sulla stazione radio FM KMET. Avevano questo bizzarro angolo chiamato The Fish Report che era uno strano, fantasioso e surreale rapporto di pesca sulle spiagge di L.A. e dintorni. Era completamente senza senso dall’inizio alla fine – stile Monty Python. Mi fece comprendere che la mia visione da "europeo superiore" di questa cultura era del tutto errata. Questa gente faceva cose umane, spiritose e si muoveva nella mia stessa direzione. Mi insegnò a non farmi dei preconcetti sugli individui solo perché non capisci la loro cultura. E’ come ritenere ragionevole il bombardamento di Tripoli solo perché pensi che Gheddafi sia un cretino. Solo perché si presenta come un pezzo d’idiota, non è una scusa per sacrificare delle vite straniere sull’altare del divertimento elettorale in patria.

RE: Molta della forza dietro l’idea risiede nel dialogo fra Billy e il deejay. Le conversazioni sono importanti quasi quanto la musica. Tu inoltre fai diretto riferimento all’ipotesi che le ricerche di mercato abbiano provocato la chiusura dalla KMET.

RW: Sì, ci sono due idee qui. Primo, tutto il personale della KMET un venerdì fu chiamato nell’ufficio del direttore e vennero licenziati tutti. Gli dissero che il management aveva condotto un’indagine di mercato che mostrava che se avessero mandato in onda musica New Age e scartato il format esistente, la stazione avrebbe ottenuto un profitto del 4,35% in più. Ciò voleva dire che 19 anni di fedele ascolto venivano gettati via in favore di musica da ascensore. Trovai qualcosa di stranamente profetico in quell’atteggiamento. Nel programmare l’attuale concerto, sto cercando di scrivere molte più conversazioni fra Billy e il deejay, Jim Ladd, cosicché il pubblico possa sentire l’intera storia spiegata in maggior dettaglio. Ciò che voglio dare alla gente è l’accesso diretto alla trama. Voglio che stiano seduti al concerto a fare: "Oh, capisco cosa vuol dire. Adesso so di cosa parla". Questo si perde in un album di 40 minuti a causa delle canzoni. Ma in un concerto ho a disposizione due ore e mezzo con l’opportunità di molto più dialogo. Ho anche molte altre canzoni che non erano state incluse nell’album. Posso inserirle nel concerto e dare maggior forma al puzzle.

RE: In un certo senso sarai sollevato di non essere più nei Pink Floyd ed in una posizione che ti permette di sviluppare appieno le tue idee.

RW: Sì, fino a un certo punto. Ero molto felice di lavorare sulle mie idee nel contesto dei PF finché non siamo arrivati a The Wall. Fino a quel punto era chiaro che io ero quello che portava la maggior parte delle idee per i testi ed ognuno riusciva a conviverci. Davamo tutti il nostro contributo, ognuno a suo modo, e riuscivamo a lavorare tutti assieme. Ma dopo The Wall, le cose cambiarono. Ho passato un periodo tremendo, mentre registravamo The Final Cut. Nessun altro voleva collaborare. E’ difficile capire cosa sia successo. La mia visione al riguardo è sconnessa ora. Ma basti dire che sono felice di registrare album coi quali mi trovo a mio agio e su cui ho il completo controllo.

RE: Lasciando da parte le implicazione legali, cosa ti offende di più riguardo all’idea che i Pink Floyd registrino un album e facciano una tournée senza di te?

RW: Mi sentirei ugualmente addolorato se vedessi George Harrison e Ringo Starr esibirsi come i Beatles. E se lo facessero, sono sicuro che esiste un’intera generazione che comprerebbe i biglietti non sapendo nulla della morte di John Lennon o che egli era uno dei membri originari. Non dovrei entrare in questo… ma quando una band non lavora insieme non è più una band – poi è fatta. E’ finita! E se i PF si esibiscono come una band quest’estate allora è una frode. Se Peter Townsend non è negli Who, allora non sono gli Who e se io non sono nei PF allora non sono i PF. Il fatto che il nome di una band venga usato per fare soldi è, a mio avviso, offensivo.

RE: David Gilmour mi ha detto alcuni mesi fa che preferisce esibirsi come Pink Floyd per 50.000 persone che come David Gilmour, artista solista, per 5.000.

RW: Tutte quelle persone che hanno comprato i loro biglietti in anticipo per gli spettacoli dei Pink Floyd – sanno davvero cosa avranno? Quando mi prendevo cura degli affari per i Pink Floyd, arrivai al punto di rifiutare di suonare negli stadi da 50.000 persone. Questa fu la ragione per la quale scrissi The Wall. Ero così contrario a fare melodie da stadio. A mio parere, il rock ‘n roll negli stadi è sbagliato è solo per fare soldi. Smette di riguardare musicisti che comunicano con un pubblico tramite il mezzo della musica. Tutte ciò che si dice dietro le quinte è "Sai quanto abbiamo alzato? Quanti soldi abbiamo fatto?" Non mi piace lavorare in un ambiente così.

RE: Con i concerti di The Wall e il tour The Pros And Cons Of Hitchhiking, hai mostrato una preferenza per i ritrovi più piccoli, usando una presentazione multimediale per esaltare la tua musica.

RW: Se puoi allestire un buono spettacolo in un’arena ogni posto a sedere può costare 20 dollari. Ma ovviamente per uno stadio è diverso. Ora se pensi che ci sono migliaia e migliaia di fans che non potrebbero permettersi di vederci se suonassimo solo nelle arene – allora ok. Un concerto in uno stadio costa solo 5 dollari per compensare la cattiva visuale e la mediocre acustica. Quindi invece di alzare 3,2 milioni di dollari, ne prendi solo un quinto, ma sei stato corretto nei confronti del pubblico. Ma diciamo la verità. I gruppi che suonano negli stadio sono lì solo per i soldi. L’integrità artistica non ha nulla a che vedere con questo.

RE: Tu hai suonato coi Pink Floyd quando giravano per gli stadi. Il concerto del 1977 al Teatro Olimpico di Montreal davanti a 70.000 fans, per esempio.

RW: Sì e ne ho detestato ogni singolo istante. E’ stato questo a dare origine a The Wall. Non dimenticherò mai quello spettacolo. L’organizzatore aveva predisposto una recinzione metallica ai piedi del palco. C’era questo ragazzo che si era arrampicato sul recinto e non aveva mai smesso di gridare durante l’intero concerto. Sono sicuro che stava esprimendo un disperato bisogno di entrare in contatto con noi e mostrare la sua adulazione – ma mi diede proprio sui nervi. Mi faceva impazzire, non la smetteva di gridare, perfino durante gli intervalli. Alla fine ero sceso ai piedi del palco e arrivai a sputare al ragazzo da un metro di distanza. Fu in quel momento che pensai, "Aspetta un attimo. C’è qualcosa di terribilmente sbagliato qui. Se c’è una tale alienazione fra me e questo ragazzo allora abbiamo un problema serio." Fu in quell’istante che concepii l’idea di creare un muro fra noi e il pubblico.

RE: Si possono costruire muri, sia fisici che mentali. Ma non puoi sfuggire al fatto di essere parte di una delle più leggendarie e musicalmente influenti forze del tock. E’ un’etichetta che avrai sempre appiccicata addosso.

RW: Questo non m’importa. Sono orgoglioso dei Pink Floyd fino ad ora. Non sono sicuro se ne sarò ancora orgoglioso dopo questo autunno. Abbiamo avuto un sacco di trovate strane e molta della musica che abbiamo scritto era molto stimolante ed innovativa. David ad esempio è un chitarrista geniale ma sottovalutato. I Pink Floyd erano qualcosa di più di quattro musicisti. Era un’alchimia speciale che dava vita ad una forza creativa e di questo sono davvero orgoglioso. Mi eccita che Darl Side Of The Moon sia ancora nelle classifiche dopo 14 anni. E’ più che un buon disco, irradia un’enorme quantità di sensazioni che sono valide ancor oggi. Us And Them, Brain Damage, Eclipse e Money sono belle canzoni oggi così come lo erano 15 anni fa. Ma ciò non significa che io non possa andare oltre e dedicarmi ad altri lavori. E se questi non avranno successo quanto Dark Side non ne sarò dispiaciuto. Cioè, potrei registrare un album che vendesse solo una copia ma che riuscisse ad emozionare qualcuno profondamente. Non è sempre necessario essere popolari per essere bravi. Peter Gabriel era grande molto prima che le masse cominciassero a comprare il suo ultimo album.

RE: A quanto ho capito uno degli obiettivi della tua prossima tournée sarà stabilire un contatto diretto col tuo pubblico.

RW: Sì sarà come una stazione radio viaggiante. Il deejay della KMET, Jim Ladd, sarà in tour con noi e parlerà al pubblico. Questo è ciò su cui sto lavorando ora. Probabilmente otterremo questo mettendo delle cabine telefoniche tutt’intorno e farle usare al pubblico per parlare col palco. L’idea originale era che Jim portasse un microfono in mezzo al pubblico. Ma questo non si può fare perché il segnale avrebbe un ritorno nel sistema di amplificazione e otterremmo un effetto di ritardo nella conversazione. L’idea della comunicazione è importante perché enfatizza la relazione fra Billy e Jim nella storia. C’è uno zoppo, allontanato dal suo paese natale a causa delle forze di mercato, che comunica con un deejay che sta per essere cacciato dal suo lavoro in radio da simili foze di mercato. Vengono spinti assieme da un nemico comune, l’onnipotente dollaro.

RE: Uno dei temi di sottofondo sembra essere l’errato uso dell’etere per mezzi artificiali.

RW: Esatto. Strano che tu l’abbia tirato in ballo ma ho assistito di recente a un programma televisivo sul Montreaux Music Festival che è una delle cose più cretine che abbia mai visto. Di solito un festival musicale riguardava persone che si riunivano per uno scopo comune. Cucinavano salsicce, facevano l’amore, fumavano roba, ascoltavano le band e si facevano un giro assieme se non gli piaceva la musica. Ma ora c’è questo cosiddetto "festival" in cui 50 o 60 top band suonano in playback per oltre tre giorni e tutto ciò viene trasmesso via satellite in tutta Europa perché la gente lo guardi alla TV. Quanto si può diventare artificiali?!

RE: In The Tide Is Turning (After Live Aid) riesci a concludere la tua storia con una connotazione positiva.

RW: sì, devo essermi sentito così per mezzo secondo, quel giorno (ride). Mi conforta il fatto che continuiamo a sentire di Greenpeace e che la gente che continua ad interessarsi delle foreste pluviali – anche se queste non sono preoccupazioni di carattere monetario. Sembra che perlomeno facciamo attenzione alle questioni che ci riguardano.

Chernobyl, vista a posteriori, fu un evento positivo perché diede al mondo un vivido esempio di ciò che può accadere quando le cose vanno storte e agì da forte monito per il futuro. Nel complesso, credo che le cose tendano ad avere un andamento ciclico e che per gli anni ’90 possa esserci un nuovo sorgere di positive linee di comunicazione che permetteranno di vivere sulla terra in maniera corretta.
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Roger Waters, Rolling Stone.com
I:Crescendo, quale disco ha cambiato la tua vita?
RW:Come tutti gli altri in Inghilterra, ho ascoltato Radio Lussemburgo, una stazione pirata. Esse suonavano rock & roll, come a Bill Haley e gli Inglesi avevano nomi inventati e stupidi come Tommy Steele and Billy Fury. Sette o otto anni più tardi, i Beatles hanno cambiato tutto. Nel frattempo mi sono innamorato di Lead Belly, Billie Holiday, Bessie Smith, Art Blakey, Monk e Mingus. Il blues è alla radice di tutto quello che faccio.

I:Hai mai cantato in un coro?
RW:Prima che la mia voce si spezzasse, ero solito cantare soprano in un coro associato.

I: Cori di bambini appaiono nella vostra opera lirica e dei Pink Floyd
RW:Il mio grande amico Nick Griffiths, che è morto questo anno, era completamente responsabile della registrazione dei ragazzi su "Another Brick in the Wall". Il suono che quei ragazzi avevano era brillante, ma noi eravamo 6,000 miglia lontano, a Los Angeles. L'anno scorso qualche avvocato senza scrupoli ha disperatamente provato a trovare i ragazzi, penso che ne trovò una dozzina o così, e chiesto loro "Perché non avete chiesto nessun diritto di autore"? Perché non citate i Pink Floyd?". Egli ha trovato alcuni di loro e un paio hanno detto che cantare su quel disco era la cosa migliore che gli fosse mai avvenuta".

I:Eri uno studente di architettura. Qual è la località più bella vista dal palco?
RW:La maggior parte della mia carriera è stata in arene di sport, e quelli sono posti terribili. Quei vecchi teatri sono veramente belli, come il Fox Theatre a St. Louis, dove hanno registrato il film di Chuck Berry [Hail! Hail! Rock 'n' Roll]. Ho suonato là e il fatidico velluto rosso e la sensazione leggermente decadente è veramente bella.

I:Avete i testi scritti a mano dei classici Floyd?
RW:Non tengo niente. Nessuna maglietta o pass dei retroscena -- non ho niente di tutto il mio passato. Sono stato divorziato così tante volte e spostato così spesso ... Penso di avere ancora il disegno che ho fatto di "The Wall". E'solo su un pezzo di imbottitura normale -- una vista in prospettiva di un auditorium con un muro disegnato che attraversa esso, scendendo attraverso i sedili. [sussurra] "Hey, che grande idea".

I:In quale altra band ti sarebbe piaciuto suonare il basso ?
RW:Quello che è sempre grande è suonare il blues. Blues a dodici battute, diretto. Niente migliore di quello. Quando Eric [Clapton] era nella mia band, nell'85, suonavamo il blues durante i soundcheck. Nei Pink Floyd venivo sbranato - poichè Dave [Gilmour] e Rick [Wright] erano come insicuri, essi provavano sempre ad attaccarmi, dicendo che cantavo fuori dalla melodia o che non potevo realmente suonare. Ho detto qualcosa su questo ad Eric ed egli disse, "Ti sei bevuto il cervello? Sei un grande bassista". E mi son detto "Oh, sì, forse lo sono". Sarei totalmente lieto di rimanere al retro di un palco suonando il blues ora dopo l'ora ... Ero felice di suonare il basso [al Live 8].

I:Sembrava ti divertissi un mondo
RW:Era più divertente di quanto possa ricordare di aver fatto coi Pink Floyd venticinque anni fa. Quando suonammo The Wall, avevamo quattro camper Winnebagos parcheggiati in cerchio, con tutte le porte rivolte via dal cerchio. Era realmente, veramente brutto. Tutti erano come gelosi - sicuramente Dave. Era così seccato che io stavo scrivendo tutto e facendo tutto il lavoro. Lui voleva essere quel tipo di persona ma non lo era. Ma al Live8 tutto è stato facile. Ero là per divertirmi.

I:Come pensi che Dave si sia sentito?
RW:Mi ha inviato una mail per posta elettronica, dopo, dicendo " Ciao, Rog, sono felice che hai fatto quella telefonata. E' stato divertente, no? " Quindi ovviamente s'è divertito.

I:Puoi pensare a un nome della band migliore di Pink Floyd?
RW:Nome di marca o della band? E' una grande marca. Dave e Rick hanno fatto tour [come Pink Floyd] e fortune enormi. Ho visto video di quei tour. Con tutto il rispetto dovuto, erano concime.

I:Ho sentito che stai lavorando su un disco rock.
RW:Ho scritto un mucchio di canzoni. Quando scopro ciò su cui in effetti ruotano attorno, lo finirò e lo farò uscire e metterò a giudizio.Solo che sembro sempre così occupato. Ho una nuova donna nella mia vita. Non posso credere che ho sessantuno fottuti anni e il mio gioco a golf sia un tale schifo.

I:Apprendo che siete un giocatore di biliardo piuttosto buono, però. Quale musicista è stato il più duro da battere?
RW:Non c'è alcun musicista là fuori che potrebbe tenermi testa a biliardo.
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Roger Waters da "Famiglia Cristiana"

Che significato ha oggi la Rivoluzione francese?
«Nella storia c’è sempre una lezione da cogliere. In Francia in quegli anni vigeva una profonda ingiustizia nella distribuzione delle ricchezze. Quella situazione è simile a ciò che accade oggi. Noi occidentali abbiamo l’opportunità di colmare il divario fra mondo ricco e mondo povero con aiuti mirati, seguendo le proposte dell’economista americano Jeffrey Sachs».

In passato ha affrontato temi importanti in concept-album come The Wall. Perché ora ha scelto l’opera?
«Non è stato qualcosa di pianificato, un’operazione intellettuale. Sono arrivato in modo spontaneo alla musica classica romantica».

La sua musica è sempre stata permeata da un senso di pessimismo verso la società. Oggi, a 61 anni, come guarda alla vita e al futuro?
«Il sottotitolo dell’opera è C’è speranza. Credo fortemente che ogni individuo abbia le potenzialità per una piccola rivoluzione: ognuno può discernere il giusto da ciò che è sbagliato, di scegliere fra la luce e il buio».

Lei è sempre stato molto impegnato politicamente...
«Sì, il forte senso politico è un grande dono che ho ricevuto da mia madre. Ha 92 anni ed è sempre stata coinvolta nella politica. Forse sono stato segnato dal sacrificio di mio padre, morto ad Anzio nella seconda guerra mondiale».

Cosa pensa delle scelte politiche dell’Inghilterra in Irak?
«Mi vergogno delle scelte del mio Paese. Penso che il connubio fra Tony Blair e George Bush abbia segnato uno dei momenti peggiori della storia della Gran Bretagna».

La sua partecipazione al "Live8" è stato un modo per esprimere le sue convinzioni politiche?
«Certo, ma è stata anche un’opportunità per rivedere David Gilmour. Ed è stato davvero meraviglioso».

Parteciperebbe ancora a un evento simile con i Pink Floyd?
«Perché no? Non lo escludo».

Una volta ha dichiarato che lei e David Gilmour siete divisi da differenze artistiche e politiche. Può spiegare?
«Io e David non ci siamo parlati per vent’anni, e questo mi ha fatto male. Abbiamo avuto e abbiamo modi di pensare completamente diversi. Ma ho capito che la ragione sta nel mezzo, che il coraggio sta nel coesistere con chi la pensa diversamente da te, accettandolo senza cercare di cambiarlo, raggiungendo un punto di accordo a metà tra le due contrastanti visioni delle cose».

Cosa pensa della biografia scritta da Nick Mason?
«Le foto sono splendide. Il libro è frutto dei ricordi personali di Nick, che non sono i miei. Ma è il suo libro, e ha fatto un bel lavoro».

Non le è mai piaciuto parlare dei Pink Floyd...
«Non direi così. Insieme abbiamo fatto un lavoro eccezionale. Ognuno di noi ha dato un grande contributo alla band. Guardo al passato con piacere e sono orgoglioso dei nostri risultati. Ma la nostra storia è arrivata a una fine».

Sembra che il tempo abbia "addolcito" il suo carattere...
«È interessante come il cervello sia capace non solo di recuperare i ricordi, ma anche di inventarne di nuovi. Pontificare su ciò che è stato 25 anni fa non ha alcun senso, perché dopo tanto tempo solo il ricordo ha valore, e la memoria è soggettiva, personale. Criticare quanto si è fatto in passato è inutile. Preferisco concentrarmi sul valore e la bellezza di ciò che abbiamo creato».

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DAVID GILMOUR - Intervista esclusiva a Londra con l'artista: "La band? It's over"
"Riuniti per la causa, per superare pessimi rapporti e per evitare rimpianti
Il requiem di David Gilmour "I Pink Floyd? Sono finiti"

LONDRA - Pazienza per i fan in gramaglie. La notizia è ufficiale. Il marchio Pink Floyd si è dissolto, finito, definitivamente defunto. I quattro pezzi che hanno proposto a Live 8 sono stati l'ultimo atto. Ce lo ha confidato David Gilmour in un'intervista esclusiva concessa a Repubblica: "Penso di averne avuto abbastanza. Ho 60 anni. Non voglio più lavorare tanto. È un'importante parte della mia memoria, ho avuto enormi soddisfazioni, ma adesso basta. È molto più confortevole lavorare per conto mio". E non stiamo parlando della riunione con Roger Waters, già ritenuta improbabile ("Roger ha lavorato in questi ultimi vent'anni in modo assolutamente autocratico e avrebbe grandi difficoltà a far parte di un'unità democratica"), ma dello stesso marchio Pink Floyd che dopo alcune battaglie legali era rimasto a Gilmour, Rick Wright e Nick Mason, col quale, senza Waters, hanno inciso due dischi e portato in giro clamorosi concerti. "It's over, è finita" precisa Gilmour.

"La questione di Roger è irrilevante, perché anche senza di lui non ho voglia di andare avanti come Pink Floyd. Sono felice della mia vita, fare cose come Pink Floyd, è un affare troppo grande per me, ora. Quando ti muovi come gruppo è tutto gigantesco, le attese sono enormi, le pressioni altissime. Vorrebbero farci fare cento concerti. Io sto bene così. È stato fantastico ma adesso non ne ho più voglia".

David Gilmour è un signore elegante e compito. Ci riceve in una splendida houseboat chiamata Aurora, ancorata sul Tamigi a una ventina di chilometri a ovest di Londra. Un piccolo paradiso. E il paesaggio, i rumori, sembrano uscire da un disco dei Pink Floyd: l'acqua che scorre, maestosa, i cigni che nuotano sullo sfondo, canottieri che sfrecciano sotto la barca. Entriamo in un piccolo perfetto studio di registrazione. Sullo sfondo del personal computer c'è l'immagine di una neonata. "È mia figlia, nel momento in cui è nata, ora ha quasi quattro anni" racconta Gilmour, che ha appena inciso il suo terzo album solista, On an island, sognante, crepuscolare, prezioso, proprio come se fosse un disco dei Pink Floyd, con molti ospiti di prestigio, tra cui Crosby e Nash, Robert Wyatt, Phil Manzanera. Il disco uscirà il 6 marzo, prima di un tour che porterà Gilmour anche a Milano (il 24 e 25 marzo al teatro degli Arcimboldi) e Roma (il 26 all'Auditorium).

È un caso che il disco esca più o meno nel giorno del suo sessantesimo compleanno?
"No, non è una coincidenza. È una scelta".

Molti avranno difficoltà a distinguerlo da un album dei Pink Floyd...
"Neanche io capisco molto la differenza. Non è importante. In fondo sono la voce e il chitarrista dei Pink Floyd. È naturale che sembri in parte un disco dei Pink Floyd. La differenza è chiara solo nella mia testa. E comunque anche se mi sono sempre sentito molto libero all'interno del gruppo, è pur sempre un lavoro collettivo. Questo è più intimo, personale. In gran parte l'ho inciso a casa mia. Ho suonato io stesso molti strumenti, compreso il sassofono".

A cosa si riferisce l'isola del titolo?
"L'isola non è Lindos, dove ho una casa. È un'isola greca che si chiama Castellorizo, come il titolo del primo brano dell'album, a tre miglia dalla costa turca, dove hanno girato il film Mediterraneo. C'è anche una canzone che s'intitola On an island, ed è su una serata passata con gli amici su quell'isola. È un'isola strana. Fino agli anni venti il pezzo di costa di fronte apparteneva alla Grecia. Da quando Ataturk ha ripreso quel pezzo di costa l'isola è rimasta tagliata fuori, molti se ne sono andati, è quasi deserta, sembra un'isola fantasma, il pezzo è sulla partenza, sull'abbandono, e poi la frase ha una speciale risonanza per un inglese, nato su un'isola, ma anche per ogni essere umano ha molti significati".

C'è una passione delicata in questo disco. Una bellezza semplice...
"Lo spero. Spero che la musica sia più semplice ma possa significare di più. Ci sono risonanze in questa semplicità. In fondo quando si scrive si cerca di fare dei pezzi, tutto qui, poi lungo la strada arrivano i significati, ma non è detto che si sappia fin dall'inizio.
Molti testi li ha scritti mia moglie Polly".

Non è complicato lavorare con la propria moglie?
"In questo momento della mia vita mi sembra molto naturale. Naturalmente ci sono problemi, è ovvio, ma i benefici superano di gran lunga le difficoltà. Alcuni li ha scritti da sola, come The blue, è perfetto, sembra che musica e parole siano nate insieme. Qualche volta la musica la ispira, altre volte è come se cercasse di entrare nella mia testa e guardare con i miei occhi per capire quello che sto cercando di dire".

Perché ha aspettato vent'anni per un nuovo disco solista?
"Beh, ho avuto molto da fare. Ho fatto due dischi dei Pink Floyd, e mi sono sentito libero di fare quello che volevo, non sentivo restrizioni, poi mi sono sposato di nuovo, ho avuto altri bambini, e alla mia età ho smesso di essere malato di lavoro, non sono ambizioso come un tempo".

Nella title track ci sono i cori di Crosby e Nash. È la prima volta che collabora con loro. Siete amici da tempo?
"Conosco Graham Nash da quando stava negli Hollies, e attraverso di lui ho conosciuto Crosby. Due tipi fantastici. In giugno erano in concerto a Londra, sono andato a salutarli nel backstage e gli ho chiesto se gli andava di cantare in un mio brano. Hanno detto subito di sì, e pochi giorni dopo erano da me a incidere le voci".

Tornando ai Pink Floyd, perché ha fatto un'eccezione per Live 8?
"Per molte ragioni. La prima era ovviamente aiutare la causa. La seconda è che io e Roger abbiamo avuto pessime relazioni e questo è uno spreco d'energia e anche una brutta cosa da portare nel cuore, per cui avevamo voglia di fare qualcosa per scacciare tutta quella spazzatura. La terza è che se non l'avessi fatto forse l'avrei rimpianto per sempre".

È stato un bel segnale. Ma come ha vissuto il momento?
"Diversamente da tutti voi. Io avevo specifiche e complicate parti di chitarra e dovevo cantare, sentivo una grande responsabilità, ho passato due o tre settimane a provare e quindi ero molto concentrato su quello che dovevo fare. L'emozione mi è arrivata addosso nel momento in cui abbiamo finito".

E poi Syd Barrett, il "crazy diamond" della canzone, il mito dell'assenza evocato continuamente dai Pink Floyd, soprattutto nella loro più celebre canzone Wish you were here. Barrett fondò il gruppo, ne fu il motore iniziale, ma dopo i primi due dischi dovette mollare per gravi disturbi mentali, probabilmente causati da un eccesso di droghe psichedeliche. In un certo senso Gilmour ha preso il suo posto nella band. Una delle più acclamate leggende del rock racconta che proprio mentre stavano incidendo Wish you were here Barrett si sarebbe presentato a sorpresa negli studi di Abbey Road.

Gilmour, è vera questa storia o no?
"Assolutamente sì. Non ricordo quale pezzo stessimo registrando, non ricordo neanche chi fu il primo a riconoscerlo né quello che ci siamo detti. Ma è assolutamente vero: Syd comparve dal nulla proprio in quel momento".

L'ha mai più visto da allora?
"Mai più".

Com'è possibile? Non ha provato il desiderio di andarlo a trovare nel suo eremo a Cambridge?
"Sì, avrei voluto, ma la famiglia è convinta che Syd debba rimanere isolato. Ma non è detto che prima o poi non capiti".

Come vorrebbe che la gente reagisse al suo nuovo disco?
"Mi piacerebbe che chi l'ascolta si sentisse proiettato dal proprio tempo in uno spazio abitato solo dalla musica. Non vorrei che rimanesse in superficie, ma che andasse in profondità. Non vorrei essere un sottofondo, vorrei che la mia musica fosse l'unica cosa importante, almeno nel tempo in cui si ascolta".






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ARTICOLO TRATTO DAL WEB USCITO IN OCCASIONE DI UN LIBRO BIOGRAFICO SUI GENESIS

ROMA - Oggi, a 57 anni, Peter Gabriel assomiglia più a un maturo Rod Steiger che al leader della più fantasiosa rock band dei primi anni Settanta. I Genesis esistevano già da quattro anni quando, nel 1971, fu pubblicato Nursery cryme, l'album che li catapultò nella leggenda. E Gabriel diventò un'icona grazie a quella sua idea rivoluzionaria di teatro rock che lasciò il pubblico sorpreso e sbigottito. Era giovane, colto, carismatico e le sue invenzioni musicali avrebbero lasciato un segno profondo nella storia della musica e del musical. Trespass, Foxtrot, Genesis live e Selling England by the pound sono ancora considerate opere indispensabili, ma la sfrenata immaginazione di Gabriel creò attriti insanabili all'interno della band, che avrebbe preferito raccogliere i frutti di un pop più immediato, evitando l'enorme dispendio per l'allestimento di The lamb lies down on Broadway (1974), un doppio album e un megashow replicato 102 volte che finì col logorare definitivamente i rapporti. L'abbandono di Gabriel lasciò i Genesis decapitati, ma non senza risorse commerciali. In 40 anni di storia, i Genesis hanno inciso 30 album, venduto 212 milioni di dischi in 50 paesi, suonato per un 25 milioni di spettatori. Mito transgenerazionale, i Genesis erano pronti per tornare in tour con Gabriel già quest'estate, come confessano nel libro, uscito contemporaneamente in Inghilterra e in Italia, Genesis. Revelation (Ed. De Agostini, 360 pagg, 49 euro), in cui i protagonisti (Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks, Mike Rutherford e Steve Hackett) si raccontano attraverso un collage cronologico di ricordi che svela aneddoti del tutto sconosciuti al pubblico. E Peter, 33 anni dopo, si dice pronto ad essere di nuovo un Genesis. Seppur con moderazione.

SOTTO UNA VECCHIA INTERVISTA IN CUI PETER GABRIEL RACCONTA IL SUO ABBANDONO AI GENESIS ETC
di PETER GABRIEL

Era il maggio del 1975. Dopo l'ultimo concerto a St-Etienne me ne stavo seduto in camerino, frustrato e depresso per non essere riuscito ad annunciare al pubblico che quella era la mia ultima esibizione. Sentivo la necessità di sottolineare pubblicamente questa svolta, ma non volevo farlo se volevo dare alla band una chance di sopravvivenza.

Questo mi costringeva a tenermi tutto dentro, e sapevo che avrei dovuto affrontare non poche critiche. Non penso che fossero in molti ad appoggiarmi. Dopo un po' di tempo, in realtà, la mia decisione venne accettata, ma io mi sentivo lo stesso come un Giuda che aveva tradito la causa. Sapevo comunque di non avere alternative. La mia intenzione era quella di sparire dal mondo della musica e dedicarmi alla realizzazione di film. Avevo frequentato la scuola di cinema, ma non avevo potuto continuare perché allora eravamo troppo concentrati sui Genesis. Poi il sodalizio con William Friedkin era finito in una bolla di sapone.

Credo che avesse avuto qualche problema: spesso le persone partoriscono idee grandiose e rivoluzionarie, ma poco dopo inevitabilmente arriva il momento di fare i conti con la realtà.

Il mio obiettivo principale era di prendermi un po' di tempo per starmene a casa con la mia famiglia. Dopo poco ci eravamo trasferiti in campagna, nella West Country inglese (un altro cambiamento che si andava a sommare a tutte le altre cose che erano successe in quel fatidico 1974). La distanza geografica dal resto della band si faceva sentire, ma la ragione che ci spinse verso ovest era di natura economica: avevamo bisogno di un posto come Bath, circa 160 chilometri da Londra, dove i prezzi, almeno allora, erano ancora relativamente contenuti. Scovammo un cottage a Woolley, appena più a nord di Bath. Era un villaggio con meno di cento anime. Quando nevicava gli unici veicoli in grado di circolare erano il trattore del contadino e la mia Range Rover, così facevamo le consegne del pane e del latte, e quando, pace all'anima sua, qualche vecchietta moriva, tiravamo a sorte per chi dovesse trasportare su e giù dalla collina la bara e i becchini.

Non ho mai provato un senso di appartenenza a una comunità altrettanto forte. Avevo sempre amato la regione del West Country perché nel profondo la gente sembrava aperta, amichevole e più rilassata, e poi c'erano colline e corsi d'acqua, elementi naturali che ho sempre amato. Si trattava davvero, come si dice, di ritrovare se stessi in campagna.

(...) Dopo aver lasciato la band, per una decina d'anni cercai di fare qualcosa di diverso. Ma a un certo punto non ci pensai più, perché sentivo di aver trovato una mia identità musicale. Nel 2002, in "Signal to noise" dall'album Up, mi ritrovai a fare arrangiamenti per archi che non avrei mai azzardato nei miei primi anni come solista. E oggi mi sento completamente libero di addentrarmi anche in quello che potrebbe essere considerato il vecchio territorio dei Genesis: nel mio ultimo tour sono stato persino tentato di includere "Supper's ready". Ho discusso con gli altri sulle date della tournée di "Turn it on again", ma mi sono reso conto che la cosa stava diventando più grande di quello che in questo momento sono disposto ad affrontare. In linea teorica, non ero contrario all'idea di fare qualcosa insieme per un periodo di tempo più breve. Comunque, non esistono più pregiudiziali, e tutto ridiventa possibile.
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INTERVISTE A TONIY BANKS

Tony Banks: "I Genesis torneranno"

Il tastierista spiega la strategia del "silenzio" adottata dalla storica formazione britannica e illustra i contenuti del box "Archive 2", tre Cd ricchi di brani live sinora mai pubblicati.

I Genesis non sono morti: parola di Tony Banks che, dal suo rifugio inglese, lancia, attraverso Kataweb, un messaggio ai fan: "La band sta solo dormendo. Non so quando e come, ma ritorneremo insieme". Parole che seguono quelle altrettanto consolatorie di Phil Collins sul futuro del gruppo britannico. In attesa di una futura ricostituzione, gli appassionati possono gioire per l'uscita di Archive 2, secondo box sulla storia del gruppo: in 3 cd c'è tutto il dopo Gabriel fino al 1992. Ancora una volta i fan possono contare su una messe di brani dal vivo mai pubblicati, maxi singoli e rarità. Al box sono allegati un elegante libretto di 64 pagine con fotografie inedite e una prefazione di Tony Banks. E proprio lui, il tastierista di Firth of Fifth, racconta a KWMusica la genesi di quest'ennesimo lavoro e i progetti futuri.

Chi ha scelto le canzoni da inserire nel cofanetto?
Abbiamo deciso tutti insieme, ma alla fine chi ha seguito il progetto più da vicino sono stato io. La novità più interessante sono i brani dal vivo che non avevamo mai inserito in un nostro disco. Non ci sono inediti: nell'armadio non abbiamo trovato nulla che valesse la pena di pubblicare. Rispetto al primo cofanetto la differenza è che nel nostro primo periodo c'era più materiale poco conosciuto e poi non dimentichiamo la versione live di The Lamb Lies Down On Broadway.

Quest'opera fotografa ciò che avvenne dopo l'addio di Gabriel nel 1975. Come cambiò il gruppo?
I cambiamenti sono stati lenti e graduali. Il fatto di essere rimasti prima in quattro e poi in tre, dopo l'abbandono di Steve (Hackett, ndr), ha cementato il gruppo. Ci ha reso più uniti e consapevoli, anche artisticamente. E' diventato tutto più facile. Abbiamo smesso di ispirarci a temi musicali, com'era stato in Trespass. Duke, ad esempio, è molto cantato. Il vero cambiamento è stato aver reso più semplice la musica. Poi un giorno è arrivato un brano in hit parade, Follow You, Follow Me , e senza averci provato siamo diventati un gruppo radiofonico.

Non avete risentito dello strappo con il passato?
A essere sinceri non ho mai sentito grandi differenze tra il prima e il dopo. Dal vivo abbiamo continuato a proporre i cavalli di battaglia di sempre. Pensi che nel tour del '92 suonavamo ancora In the Cage...

Questi cd, allora...
Penso che la gente voglia ancora quei Genesis. Siamo onesti, lo abbiamo fatto per i nostri fan. E' stato un atto d'amore. Questa è buona parte della mia vita.

I Genesis hanno lasciato eredi?
Sfortunatamente il tipo di musica che ha reso famosi i Genesis è caduta in disgrazia, è poco di moda. I giovani gruppi tendono a imitare altri modelli. Non vedo eredi all'orizzonte, sono cambiate molte cose.

I fan si chiedono se i Genesis si siano sciolti definitivamente. Che cosa risponde?
E' difficile dare una risposta perché non abbiamo mai annunciato la fine dei Genesis. Non siamo attivi, scriva che stiamo dormendo. E' possibile che in futuro... Non chiedetemi quando, al momento non ci sono piani...

Trent'anni con i Genesis e poi la decisione di fermarsi: perché?
Un giorno ci siamo guardati negli occhi e abbiamo capito che il pubblico stava perdendo interesse nei nostri confronti. Non ci è sembrato giusto andare avanti così. Il nostro cammino è stato eccitante, con un successo crescente. Abbiamo avuto una platea fantastica. Era venuto il momento di fermarsi e lo abbiamo fatto.

Quali sono i suoi progetti personali?
Sto lavorando a un disco con una orchestra. Sto scrivendo una suite. Non l'ho mai fatto, mi intriga. Non so quanto tempo mi prenderà.

Ascolta il rock dei nostri giorni?
No, è troppo leggero e semplice, l'ultimo album decente che mi è capitato di sentire era qualche anno fa un disco di Sting, Ten Summoner's Tales. Mi piace la musica classica e ascoltare in macchina le canzoni di Art Garfunkel.

C'è ancora vita senza i Genesis?
Senza dubbio. Ho una famiglia, dei figli e diversi interessi. Ma i Genesis sono una cosa speciale. Siamo ancora amici... Mi mancano molto... E' stata un'esperienza fantastica.

(21 dicembre 2000)
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Intervista a Tony Banks (Dusk n° 35 anno 2001)

Se l'intervista a Mike mi ha colto un po’ di sorpresa, quella a Tony la stavo aspettando ormai da un anno e mezzo. Nonostante la richiesta a Carol, non ho ricevuto da lei un'indicazione del tempo disponibile, quindi mi sono preparato un bel po’ di domande, sperando che Tony avesse voglia e tempo per parlare.
La prima cosa che mi colpisce è la precisione di Tony. Avevo indicato come orario le 7 o le 8 di sera (corrispondenti alle 20 o 21 italiane) del 6 marzo, e quando ho sentito squillare il telefono alle 20 italiane in punto, spaccate al secondo, non ho avuto dubbi che si trattasse proprio di lui...
Per prima cosa gli chiedo quanto tempo possiamo parlare, e lui mi dice che non
ci sono problemi, posso partire con le domande...

-La prima domanda è probabilmente scontata, ma devo chiederti se i Genesis si sono ufficialmente sciolti...

Certamente abbiamo fermato il gruppo che aveva Ray come cantante. Ci abbiamo provato, ma ci siamo resi conto che non volevamo continuare. L'idea di rifare qualcosa insieme non è impossibile, ma non ci sono piani al momento di fare nulla con nessuno dei vecchi membri.

-I Genesis si sono separati dopo il festival tedesco nel 1998 con l'intenzione di
ritrovarsi l'anno dopo; cosa è successo, invece?

Credo che se buttiamo uno sguardo a freddo all'indietro dovevamo prendere una decisione. Una possibilità era proseguire direttamente e fare subito un altro album. A me sarebbe forse piaciuto ritentare mentre tutto era ancora in piedi, ma Mike voleva fare un album con i Mechanics. Dopo alcuni mesi per me e credo anche per Mike divenne molto evidente l'aria che tirava in Inghilterra, senza considerare gli altri paesi (d'altra parte noi siamo inglese e dunque per noi l'Inghilterra è molto importante): la sensazione era che semplicemente non ci sarebbe stata data un'altra opportunità. Non avremmo ottenuto passaggi alla radio, come era già successo con Calling All Stations, una stampa estremamente ostile e un pubblico visibilmente in via riduzione.
Non vedevamo una sola ragione di proseguire con questi presupposti, era deprimente. Sentivamo che il prossimo disco avrebbe potuto non piacere persino alle persone che avevano comprato Calling All Stations. C'era questo feeling di perdere altro pubblico senza guadagnarne di nuovo, come se nessuno lo avesse ascoltato. Sembrava un modo deprimente di continuare. Abbiamo avuto una fantastica carriera per trent'anni, e abbiamo pensato di fermarci. Forse potremo riesaminare la situazione fra qualche anno senza più avere l'impressione che questa sia probabilmente la fine.

-Vi siete mai seduti a un tavolo per discutere il futuro della band?

Dici dopo che Ray ha lasciato? Mike ed io ne abbiamo parlato per un po' e sono sicuro che Ray sarebbe stato veramente entusiasta di continuare. Ma per essere onesti, se ci sono tre persone in un gruppo due fanno la decisione. Noi stavamo finanziando la band, abbiamo perso una fortuna nel tour di Calling All Stations. Avevamo anticipato per folle leggermente più ampie e per suonare in America. Dovevamo decidere a quale livello continuare, e non vedevamo il senso di lavorare. Avremmo potuto suonare in alcuni paesi europei, specialmente la Germania e qualcuna delle principali città, ma sarebbe stato difficile fare il tipo di show che la gente si sarebbe aspettato. Semplicemente non ne valeva la pena.

-Di chi è stata la decisione determinante di fermare la band?

Quando mi sono incontrato con Mike e Tony Smith, io ho preso la prima decisione.
Non volevo più continuare e Mike, da parte sua, aveva preso la stessa decisione. Avevamo superato l’impellenza quando facevamo Calling All Stations, sia il disco che il tour. Ma davvero dappertutto, con una sola eccezione, forse, della Germania, non era come prima. Non abbiamo ricevuto incoraggiamenti. Certamente ci sono fan che avrebbero desiderato ascoltare altra nostra musica, lo sappiamo. Ma dovevamo prendere una decisione. Possiamo fare musica in altri modi. Non dobbiamo necessariamente farla con i Genesis, piuttosto che trascinare i Genesis sul fondo. Se dovessimo decidere in futuro di fare una sorta di reunion tour, questo avrebbe un qualche significato che non avrebbe potuto avere se avessimo spinto la cosa sottoterra, che sembra proprio la direzione che le cose stavano prendendo, davvero.

-Ti senti colpevole nei confronti di Ray?

Mi sento dispiaciuto per lui in un certo senso, ma lui sapeva quello cui andava incontro. La decisione di unirsi al gruppo dopo l'abbandono di Phil è sempre stata una decisione molto rischiosa. E' stato difficile per tutti noi. Ci sarebbe piaciuto che la cosa funzionasse. Non mi sento colpevole, ma nel rock business, che è un mondo crudele, devi prendere delle decisioni. Abbiamo dovuto prendere un sacco di decisioni difficili nel corso degli anni. Abbiamo avuto dei momenti fantastici ed altri cattivi, ma il successo ci ha ricompensati. Ray è in una certa posizione, e certamente gli abbiamo dato una certa esposizione verso il pubblico dei Genesis, che lo ha apprezzato, oltre al pubblico che lui aveva già per quello che ha fatto in passato. Ha una bellissima voce, adesso dipende da lui. Ma sono d'accordo che è dura.

-Ti mancherà non suonare più dal vivo?

Suonare dal vivo non è mai stata la cosa che preferisco, ma aveva qualcosa di elettrizzante. Se ci ripenso, era magnifico. Non ho un particolare feeling per suonare dal vivo, sono più portato a scrivere musica e fare più di questo in un modo o nell'altro, non ho una così grande necessità di farlo. Ma c'erano certamente alcune parti che mi piacevano: andare di fronte a un pubblico, suonare delle canzoni e ottenere una reazione immediata. E' qualcosa di grande che ho avuto per trent'anni. Ma non sono un musicista naturale e, per essere onesti, ho deciso di suonare solo perché nessun altro sembrava interessato a fare la nostra musica. All'inizio cercammo di trovare
altre persone interessate ma nessuno lo fece e così dovemmo arrangiarci da soli. Trovammo il modo di farlo. Molto materiale d'archivio dei Genesis è stato pubblicato recentemente.

-Prima di tutto cosa pensi della nuova versione di "Carpet Crawlers"? Ti piace?

Mi piace molto. Una versione leggermente diversa. Un approccio differente su una bella melodia e accordi. Mi piace la combinazione delle due voci, il canto è migliore di quello originale. E' forse un po' più middle of the road, un arrangiamento leggermente più convenzionale. Non lo trovo estremamente forte, ma mi è piaciuto
quando l'ho ascoltato, pensavo che fosse positivo per la canzone farla diversamente. Mi piaceva anche la vecchia versione, ma questa nuova mi sembra più moderna.
Credo che Trevor Horn abbia aggiunto alcuni tastieristi.

- Ti senti a tuo agio con l'idea che ci siano altri musicisti su un pezzo dei Genesis?

Oggigiorno quando chiedi a un produttore di fare qualcosa, le tastiere sono parte di un computer. Se usi pro-toois e cose simili hai bisogno di una tastiera. Non mi importa davvero, non mi sono mai preoccupato troppo di me stesso come esecutore, sono un compositore. Essenzialmente è una canzone, Mike ed io scrivemmo la musica e Peter le parole. Sono abbastanza felice di sentire una versione fatta da qualcun altro, non mi importa davvero. Potrebbe farla anche Tom Jones, non è così importante per me. Io ci sono, sono comunque il principale tastierista, che ti piaccia o no. So che Steve era contrariato del fatto che altra gente ci abbia suonato. Avrei potuto tornare e fare da me anche le altre parti ma sarebbe stata una perdita di tempo. Mi sento solo parte della produzione. Se ci fosse stato un lavoro di tastiere fantasioso forse l'avrei vista diversamente, ma è solo questione di tenere una coppia di accordi e suonare un paio di semplici linee. Se ci fossero stati suonatori di archi non ci sarebbe stato conflitto. Realmente non mi preoccupa.

-Di chi è stata l'idea di sprecare mezzora del secondo cofanetto con i remix? Non posso credere che ti piacciano!

Ti riferisci ai 12"... Mi piace quello di I Can't Dance. Trovo buono il modo in cui il tizio ha rovesciato l'arrangiamento rendendo quello del piano il riff principale e quello di chitarra il riff aggiunto. Mi sembra che funzioni bene. Ma non so, davvero... Abbiamo semplicemente preso le idee di tutti, mi riferisco a quelli del gruppo, su quello che dovevamo mettere, e credo che sia Mike che Phil erano abbastanza entusiasti di metterceli, io ero felice di avere I Can't Dance e Invisible Touch, gli altri due sono OK. Con una pubblicazione d'archivio cerchi di mettere gran parte delle cose che alla gente potrebbe piacere ascoltare. Il mio desiderio personale era di lasciare fuori un paio di b-sides e la nostra inclinazione era di mettercele tutte. Intendevo mettere dentro il più possibile perché un archivio come questo è solo per i fan, ma alcune persone hanno
opinioni differenti. Una cosa che mi piace dei remix è che ci ha dato la possibilità di inserire canzoni un po' più conosciute.

-L'unico brano di studio completamente inedito è il work in progress di "Mama". Davvero non avevate nient'altro di interessante?

Non c'è niente altro, virtualmente. Ci sono un paio di altre cose che non siamo riusciti a trovare e che avrebbero potuto essere interessanti ma non troppo differenti, come la jam originale di Home By The Sea. Ci sarebbe stato anche un pezzettino di una canzone che poi avrebbe usato Mike su uno dei suoi dischi chiamata A Call To Arms. Era solo un frammento, una sequenza d'accordi. C'erano poi due o tre diverse versioni di Abacab con improvvisazioni finali differenti, ma erano tutte abbastanza simili e non erano così buone come l'originale. Vedi, il problema è che nel corso degli anni abbiamo pubblicato più o meno tutto. Dovrebbero esserci ancora alcune cose su cassette che erano buone, ma avremmo dovuto scavare in mezzo a una montagna di cose per trovarle e non penso che ne valesse realmente la pena. Per quanto riguarda le b side, persino dal punto di vista dei fan, credo che sia semplicemente il modo di averle tutte nello stesso posto, suppongo. Sembrava una cosa logica da fare. In quanto ai brani dal vivo, abbiamo scelto le canzoni che non avevamo messo nei dischi live. Sono stato alquanto sorpreso di trovare così tante canzoni che non avevamo mai usato. Ma non c'è nient'altro di più oscuro che avremmo potuto usare. Se ci piaceva qualcosa cercavamo di andar avanti, ma se non ci piaceva non arrivava mai al punto di essere registrata.

-C'erano comunque una montagna canzoni live mai pubblicate: perché avete condensato tutto in tre CD quando ne avevate a disposizione un altro?

Avremmo potuto riempire anche il quarto CD ma sentivo che il materiale stava diventandoprogressivamente più debole. Sono stato io quello che ha determinato questa decisione sotto molti aspetti. Ho ascoltato tutto il materiale live che avevamo e canzoni che avrei voluto davvero mettere, come Eleventh Earl Of Mar, semplicemente non erano sufficientemente buone. Ce n'erano due versioni, una con Steve e l'altra registrata durante il primo tour con Daryl ma nessuna delle due era abbastanza buona. Poi c'erano ancora alcune cose come In That Quiet Earth (dove la parte di tastiera suonava bene e la parte di chitarra no) e All In A Mouse's Night. Devi prendere delle decisioni, semplicemente perché non puoi mettere tutto quello che hai. Avremmo potuto aggiungere una mezza dozzina di canzoni in più e sarebbe stato un prodotto più debole. Avremmo anche potuto aggiungere le canzoni con Ray, ma alla fine abbiamo deciso di lasciare solo le cose con Phil che canta, dato che il primo cofanetto conteneva invece le cose cantate da Peter. Lo so che sembra strano quando apri il box set, ti da l'impressione che manchi un CD, ma non so... avremmo potuto espanderlo o no. Se avessimo inserito tutto sarebbe stato più costoso senza dare in realtà niente di meglio a nessuno.

-Pensi che considererete in futuro l'opportunità di pubblicare su CD concerti interi come il Lyceum di Londra del 1980 o Houston 1978?

Non lo so. In futuro, con le possibilità di Internet, le cose potrebbero diventare disponibili. Abbiamo cose come il video che contiene alcune di queste cose. Senza duplicare materiale, c'è il periodo con Bill Bruford di cui abbiamo parecchie cose. Chi lo sa? Se la gente vuole queste cose suppongo che potranno essere rese disponibili. Si tenta di conservare una qualità ragionevole sempre. Sono rimasto scontento con alcune delle cose che sono finite nel primo box set. Voglio dire, alcune delle canzoni sono pezzi antichissimi, non sono sicuro che siano abbastanza buoni. Quando ascolto altri gruppi penso sempre che la loro bravura sia data dalla loro canzone peggiore. Devi stare attento, se ascolti un cattivo pezzo di musica da una band, questo può squalificare
l'artista se non fai attenzione. Quando ho ascoltato The Beatles Anthology, c'erano alcune canzoni all'inizio che erano terribili e temo che questo possa portarti a pensare a loro in maniera differente. Non sono sicuro che sia una cosa buona da fare.

-Su un sito Internet è apparsa la notizia che maggio dovrebbe esserci un DVD dei Genesis, puoi anticiparci cosa conterrà?

Il tour con il concerto alla Earl's Court si presterebbe a quello, la qualità del materiale registrato o qualcosa che porta pezzettini da diversi periodi. Non sono davvero sicuro, non abbiamo ancora preso la decisione finale, stiamo ancora tentando di capire cosa sarebbe meglio, ma faremo qualcosa.

-State pensando anche di ripubblicare i vecchi video nel formato DVD?

Potrebbe essere. Uno ripubblica le sue cose ogni volta che salta fuori qualcosa di nuovo, è un po' una cosa commerciale, semplicemente lo fai. Ma deve essere qualcosa di speciale per il formato DVD, il suono deve essere migliore. Tenteremo con uno e se la gente ne vuole ancora ne faremo altri. Ma dovremo riprendere i nastri originali e remixarli e questo ovviamente significherà perderci del tempo. Nel giro di cinque anni potrebbe esserci un nuovo formato che tutti vogliono e allora dovremmo ricominciare tutto daccapo (ride - n.d.r.).

-E cosa pensi della possibilità di pubblicare per la prima volta alcuni video leggendari
come In Concert 76, Seconds Out e London Lyceum 1980?

Ancora una volta dipende dalla qualità del materiale. Credo che alla fine gran parte di queste cose sarà disponibile nel giro di alcuni anni. Diventerà quasi irrilevante, dato che sarà così facile scaricare materiale che la gente non avrà più bisogno di un particolare formato. Queste cose si risolveranno da sole, credo. Ci sarà gente che si avvicinerà a questo materiale e ce ne saranno altri in futuro, e li vedranno per la prima volta. Ma devono sapere qual è il materiale di prima scelta. Se pubblichi troppo materiale loro non sapranno quali sono le cose fondamentali e quali quelle extra.

-Allora non intendete fare come fanno i King Crimson...

Ho paura di non sapere quello che fanno i King Crimson (ride - n.d.r.). Ma non sono entusiasta di pubblicare materiale solo per il gusto di farlo. I fan tendono a procurarsi questo materiale se vogliono. Il film che noi facemmo nel '76, Genesis In Concert, è un brutto film, con ragazze che camminano sulla spiaggia e bombe atomiche che cadono giù, senza alcuna attinenza alla musica, veramente imbarazzante... E' la stessa ragione per cui non abbiamo messo Match Of The Day sul cofanetto, suona terribile. Controllo di qualità, insomma.

-In The Cage è, almeno credo, una delle tue canzoni preferite da The Lamb ma, sebbene l'abbiate provata prima del tour di Calling All Stations e, per quanto fosse il brano preferito da Anthony Drennan e Nir, alla fine non l'avete suonata, come mai?

E' stata una questione di prendere delle decisioni, avevamo troppi pezzi lunghi. Veniva bene, ma volevamo anche fare Domino e Home By The Sea, e stavamo facendo già abbastanza dall'album The Lamb Lies Down On Broadway con The Lamb e Carpet Crawlers. Dopo aver finito il tour di Trick Of The Tail ricordo che suggerii di fare In The Cage come una canzone separata da The Lamb. Pensavo fosse un pezzo emozionante che potesse stare fuori dal concept e suonare veramente molto bene dal vivo. Con la nuova line up divenne una sorta di classico live ma all'epoca di The Lamb non era un brano di cui si parlasse particolarmente, davvero. C'erano una mezza dozzina di canzoni di cui la gente parlava prima. Credo sia una buona canzone, ma non direi necessariamente che si tratti di una delle mie canzoni preferite nel repertorio dei Genesis.

- Sei stato al cinquantesimo compleanno di Phil in Svizzera?

Sì.

-Hai suonato?

(ride - n.cf.r.) Abbiamo suonato un po'. Quando vai a un ricevimento di Phil sai che devi suonare. Per lui non è completo se non suona la batteria. Abbiamo fatto un paio di pezzi, soprattutto vecchi standard. Veramente terribile. Abbiamo fatto I Can't Dance e poi cose come Stand By Me. A me non piace suonare in situazioni come questa dove non hai nessun controllo della band. Troppi musicisti tutti insieme: quattro chitarristi, tre tastieristi ...

-Come ben sai un nastro dei Genesis ritenuto perduto è stato recentemente ritrovato, le cosiddette session "Genesis plays Jackson" del gennaio 1970. Il problema è che il proprietario del nastro intende venderlo all'asta. Proverete a catturare questa perla, e c'è la possibilità di ascoltarla un giorno?

Siamo in contatto con questa persona. Stiamo cercando di capire qual è la situazione, non so sul piano legale come stanno le cose. Avevo parlato di questo nastro nel primo box set perché ricordo che c'era qualcosa di interessante, ma non l'ho più ascoltato da quando lo abbiamo registrato. Conteneva alcune cose che abbiamo poi rielaborato, ma del quarto pezzo ("Peace" - ndr) non ricordo assolutamente nulla. Certamente vorrei riascoltarlo a patto di averne una copia professionale. Una volta che l'avremo vedremo se sarà possibile fare qualcosa. E' un periodo interessante per il gruppo comunque, quando per la prima volta tentavamo di fare pezzi più lunghi.
From Genesis To Revelation è principalmente costituito da canzoni brevi, mentre questo ci stava conducendo a Trespass.

-Vorrei chiederti qualcosa sulla tua carriera solista. So che stai lavorando a un album orchestrale, dicci qualcosa in più.

Sto tentando di fare qualcosa di puramente orchestrale e non sono neanche sicuro se ci suonerò o meno. E' qualcosa che avrei sempre voluto fare. Ho fatto una colonna sonora molto tempo fa, The Wicked Lady, che era stata arrangiata per un'orchestra. Mi piaceva il tema principale, penso che suonasse davvero grazioso. E' sempre stato nel profondo della mia mente: farò un’altra cosa orchestrale prima di smettere ed è proprio quello che sto facendo. Nient'altro sta accadendo. Non sembra che io possa avere altre commissioni per film, che mi sarebbe piaciuto. Ho alcuni pezzi che sono stati in giro per un bel po’, ma gran parte di questo conterrà materiale scritto nell'anno passato. Sarà come le cose più estese che ho fatto ma orchestrale. Sto lavorando con qualcuno che può realmente scrivere le cose in modo che abbiano un senso per l'orchestra.

- Quindi non suonerai le tastiere, lascerai tutto nelle mani dell'orchestra?

Non ho ancora deciso. Non ci sarà molto pianoforte. Ma potrei fare un pezzo col piano.
Ma non mi importa se non suonerò affatto sul disco. Voglio comporre per un'orchestra e togliere l’enfasi da me come strumentista. Non era mia intenzione diventare uno strumentista, ho sempre voluto essere un compositore. Sarei tentato di non suonare affatto, ma potrei farlo, non ho ancora deciso. Ci sono un paio di pezzi dove potrei inserire il piano.

-Tutta la musica è nuova, o ci sono anche cose più vecchie? Te lo chiedo perché l'ultima volta che abbiamo parlato cinque anni fa mi avevi detto di avere della musica orchestrale registrata a cui ti sarebbe piaciuto lavorare di nuovo.

Uno o due pezzi sono vecchie cose che non state ascoltate prima, pezzi che ho avuto in giro e che non sapevo come utilizzare. Non so ancora di quanti pezzi avrò bisogno. Sarà probabilmente una suite da sei a otto movimenti, due dei quali saranno vecchi di vent'anni e uno di cinque anni fa, il resto sarà tutto abbastanza nuovo, cose scritte nell'anno passato. Non farò pezzi di musica già fatti in passato. Ma è qualcosa a cui ho pensato, in futuro potrei riprendere vecchi pezzi registrati in passato e farli in maniera diversa per vedere se funziona, ma non è quello che sto facendo adesso.

-Hai idea di quando potrebbe uscire questo disco?

No. Io spero di registrare il tutto nei prossimi mesi e dunque potrebbe uscire alla fine di quest'anno o all'inizio del prossimo. Dipende da quello che la gente pensa che dovremmo farci, non lo so ancora, perché questo è un territorio nuovo per me.
Secondo una divertente indiscrezione che circola qui in Italia si dice che dovresti collaborare con Andrea Bocelli... Non credo di collaborare con nessuno, in realtà. Non è vero.

-Credi sia possibile vedere una ristampa su CD di The Wicked Lady?

Il problema è che The Wicked Lady è stato pubblicato dalla Atlantic, non dalla Virgin. Io ce l'ho su CD! Ovviamente puoi trasferirla su CD! Ma non credo, al momento. Sarebbe bello avere tutto pubblicato a un certo punto, ma il problema è trovare interesse da parte delle case discografiche nella pubblicazione di qualcosa che ha un mercato molto piccolo. L'alternativa sarebbe che lo stampassi direttamente io per renderlo disponibile via Internet.
Questo genere di cose sarebbe possibile, ma dovrei ottenere dei permessi, suppongo.

-Ti piacerebbe collaborare ancora con altri musicisti in futuro, hai programmi per nuova musica rock?

Certamente mi piacerebbe fare altra musica. Vorrei aspettare fino a... nei prossimi anni potrebbe esserci un revival della musica progressive e allora avrei la possibilità di fare qualcosa. Ma qualunque cosa io intendessi fare, sarebbe difficile farla arrivare alla gente, è stato difficile con le cose che ho fatto in passato. Questo tipo di musica non è popolare al momento, non mi riferisco ai fan ma al grande pubblico. I Radiohead lo fanno, fanno musica ambiziosa, e sembrano avere una reputazione che funziona per loro. Mi piacerebbe lavorare con altra gente di nuovo, mi sono divertito a lavorare con tutti in realtà. Non ho programmi particolari al momento, ma sto ancora scrivendo musica rock, quindi dovrò pur utilizzarla in qualche modo!

-L'ultima cosa, Tony: la mia fanzine Dusk compie dieci anni la prossima settimana. Cosa vorresti dire ai nostri lettori?

Vorrei dire grazie per averci appoggiati in tutti questi anni, e per essere stati con noi attraverso tutti i nostri cambiamenti. So che non tutto quello che abbiamo fatto è piaciuto a tutti, ma noi tentiamo di fare delle cose, a volte funziona altre no. Sono anche dispiaciuto, ovviamente, che non faremo nient'altro con la formazione con Ray. Ma se la gente ci pensa un animino credo che capirà il perché, e specialmente la gente che è venuta ai concerti italiani. C'erano folle molto piccole e sinceramente il pubblico che è venuto non è stato molto entusiasta. Non so quanto abbiano apprezzato Ray, non saprei dirtelo. Ma sono stati concerti difficili. Tu sai che io amo l'Italia ed è stato magnifico tornare a Bologna dopo tanti anni, ma i concerti non sono andati bene e sotto certi aspetti hanno rappresentato la parte del tour più deprimente perché l'Italia è stata così importante ai vecchi tempi. Tornare indietro di venticinque anni e poi raschiare il fondo è stato veramente un peccato. Ma chi lo sa? Potremmo tornare in qualche formato fra qualche tempo...
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INTERVISTA A STEVE HACKETT

M3: da quando hai lasciato i Genesis, sei stato l’unico del gruppo che abbia saputo mantenere vivo, nel corso degli anni, lo spirito della band. Com’è successo? E cosa significa per te?

Steve Hackett: se ti riferisci alle differenze fra gli altri membri dei Genesis, è possibile notare che alcuni, come Peter, Phill e Mike, hanno composto e prodotto un vasto numero di singoli fra gli anni ottanta e novanta, e ciò implica un sacrificio in termini di dettagli, durata e spirito della musica, tutto cambia. Come chiunque che si occupi di musica pop, jazz o flamenco, nel mio caso da quando ho lasciato la band mi sono dedicato alla musica che mi piace, la quale ha una diretta relazione con la musica che ho suonato con i Genesis per quasi sette anni. Questo è il motivo che spinge molti a trovare una diretta relazione fra la mia musica e la musica dei Genesis.

M3: quale album dei Genesis, al quale hai partecipato, ti piace di più come musicista?

S.H: il terzo disco che abbiamo inciso con i Genesis nel 1973, Selling England By The Pound è senza dubbio il più importante. Abbiamo suonato come un grande gruppo unito, entrambi i lavori precedenti contenevano canzoni piuttosto complesse, e questo non ci ha permesso d’osservare questo aspetto della band. Ci sono stati momenti in cui la musica classica, il folk e l’humor influenzavano l’evoluzione dei dischi. Selling England rappresenta diversi aspetti della vecchia cultura inglese che in qualche modo erano andati persi negli anni, e recuperati in quell’album, una cosa che il pubblico ha apprezzato molto; e questo ci fece sentire bene come musicisti. Inoltre il lancio del disco ha coinciso con il momento in cui iniziavamo ad essere riconosciuti come gruppo a livello mondiale, e ciò ha aperto delle porte verso nuovi mercati ignoti fino a quel momento, come quello degli Stati Uniti.

M3: perché hai atteso la fine del Seconds Out tour nel 1977 per iniziare la tua carriera solista?

S.H: per crescere come musicista devi correre dei rischi, ed è esattamente quello che ho fatto lasciando i Genesis. Avevo già ottenuto successo con Voyage of the Acolyte, il mio primo lavoro al di fuori del gruppo, e volevo continuare questo discorso. E’ stato difficile prendere la decisione finale perché la band era molto possessiva e dipendeva dai singoli talenti, in pratica necessitava di una dedizione totale oppure nulla. Questo era il prezzo da pagare, ed io sono stato il primo a tentare nuovi stili di composizione musicale. Ciò può essere apprezzato in lavori come Spectral Mornings, Guitar Noir o Please Don’t Touch dove puoi trovare elementi di folk, jazz, musica classica, blues e perfino pop.

M3: alla fine degli anni 80 dopo aver registrato diversi album di successo, hai deciso di approfondire la conoscenza della musica classica, come sei giunto a questa decisione?

S.H: è stato puramente istintivo. Non ho mai preso lezioni di chitarra classica, è una cosa che si è sviluppata con il tempo. Provavo una forte attrazione per la musica che potesse enfatizzare i piccoli dettagli, e dove potessi sfruttare al meglio ogni singola nota. Ho ancora una grande passione per l’improvvisazione e con la musica classica devi sapere il luogo esatto dove collocare una nota. La prima esperienza con la chitarra classica è avvenuta nell’album Foxtrot dei Genesis dove eseguivo da solo il brano Horizons.

M3: oltre alla musica classica, hai una grande passione per il Blues. Nel 1995 hai inciso Blues With a Feeling. Sei soddisfatto dei risultati?

S.H: è un disco interessante che mi piace molto, anche se ha venduto poco. Questo aspetto non mi ha condizionato più di tanto, quando presi la decisione di registrare l’ho fatto con la convinzione d’esplorare un genere che mi ha sempre affascinato. E’ un album pieno di sentimento e di passione, è l’anima della chitarra elettrica ed è una cosa che mi ha sempre interessato, questo è il motivo che mi spingerà a registrare un altro disco blues ad un certo momento.

M3: nel 1985 insieme al chitarrista degli Yes, Steve Howe, avete dato vita al mega progetto GTR. Perché la band non è durata come speravano tutti i fans?

S.H: Steve Howe è un mio grande amico, grazie a Brian Lane, manager degli Yes, abbiamo deciso di dare vita a questo progetto. I Genesis e gli Yes erano band molto vicine, ed il risultato finale di GTR è l’eclettico stile di queste due correnti unite con il desiderio di rinnovarsi in un momento di ristagno del progressive rock. Non abbiamo però pensato al successo che questo progetto avrebbe generato. La decisione iniziale era di registrare un disco e partire in tour, tutto qui. Con il passare del tempo ci siamo convinti che il risultato era davvero eccellente, When the Herat rules the mind aveva raggiunto la posizione #14 nelle classifiche, ma ognuno di noi aveva dei progetti indipendenti da portare a termine, questo fu il motivo che fece sparire i GTR in così breve tempo.

M3: la stessa cosa è successa dopo le registrazioni di Genesis Revisited nel 1996 ed il tour di Tokyo Tapes del 1999, con musicisti del calibro di Ian McDonald, John Wetton, Tony Levin, Chester Thompson. Perché questi Mega Meetings non terminano con un progetto concreto per il futuro?

S.H: le pressioni economiche delle case discografiche hanno effetti rilevanti su queste iniziative. Per prima cosa bisogna investire molto, e questo viene ripagato dalle vendite del disco, come avvenne con l’album di tributo ai Genesis. Ma poi devi stare attento che il tutto non si trasformi in una situazione politica nella quale ex membri di grandi band come i King Crimson, Frank Zappa o Genesis decidano di cambiare se stessi. Ognuno ha il suo mondo ed i suoi progetti, con limiti che è meglio rispettare sempre.

M3: quante probabilità ci sono di assistere ad una nuova reunion dei Genesis come successe nel 1999 quando avete inciso una versione moderna di Carpet Crawlers?

S.H: credo che con il passare del tempo diventerà sempre più difficile perché ognuno ha una propria carriera da seguire. Quello che posso dire è che insieme abbiamo lavorato per sistemare del vecchio materiale registrato. Per esempio facendo dei re-mixes, compilation di video, etc. La possibilità di organizzare un concerto è incerta, è sempre latente ma non c’è nulla di concreto al momento, è una cosa di cui si è parlato e credo che per i fans sia sufficiente. Non vedo la band comporre nuovi lavori, se consideri che Peter Gabriel lascia passare dieci anni fra un album e l’altro, e Phil cinque.

M3: un ultima domanda Steve, quali progetti hai per il futuro, come solista e con i Genesis?

S.H: un nuovo DVD dei Genesis che comprenda tutti i video girati fra il 1975 e il 1996, dal titolo The Videos. Sono stato incaricato della selezione e master delle parti che riguardano la mia partecipazione 1975-1977. Per quanto riguarda la carriera solista alla fine di Ottobre uscirà un nuovo DVD del recente tour in Europa: Once Above Time. Inoltre sono nella fase finale della registrazione di un nuovo album per chitarra e orchestra, spero sarà disponibile a Febbraio 2005. A Gennaio inizierò un nuovo tour acustico che attraverserà la Gran Bretagna, con inizio a Londra il 13 alla Royal Albert Hall.

Jácobo Celnik 2004
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Domanda: Iniziamo dal tuo ultimo progetto, "Sketches Of Satie".

Steve Hackett: In un certo senso io e mio fratello siamo grandi fans di Erik Satie. Quando John stava imparando a suonare il flauto, molto tempo fa, avevamo in casa un disco di Erik Satie suonato dalla London Camera. E fra i brani ce n'era uno suonato da William Bennet, un flautista che John ammirava. L'influenza maggiore in questo genere è proprio sua.

D: Così in effetti è in maggior parte un album di tuo fratello.

SH: Ad essere onesti, ci tenevo molto ad incidere questo lavoro. Come saprai, ho realizzato molti album solisti ed in origine questo doveva essere un disco di John Hackett. Poi ne parlai con il mio manager Billy e giungemmo alla conclusione che il disco sarebbe stato esposto più facilmente nei negozi di musica se fosse stato abbinato al mio nome. Così ridefinimmo il progetto, in realtà si tratta di un disco per flauto.

D: Infatti suoni da solista solo in tre pezzi.

SH: Penso siano cinque, ma sembrano tre perché alcuni di loro sono i medesimi, composizioni molto brevi.

D: C'è un pezzo intitolato "Gymnopedie #1". Hai ascoltato la versione di Annie Haslam dei Renaissance?

SH: Oh veramente? Ammetto che non l'ho ascoltato. L'hanno trasformata in una canzone?

D: Si, è un disco della metà degli anni ottanta intitolato "Still Life" con pezzi classici adattati a canzoni.

SH: Non lo sapevo! Mi sembra una cosa divertente, soprattutto quando le persone sono coinvolte nella musica moderna prima o poi realizzano del materiale di altri autori. I "Blood sweet and tears" fecero la versione di "Gymnopedie #1" nel loro primo o secondo disco.

D: Parlando di Annie Haslam, ci sono voci che segnalano una vostra futura collaborazione o qualcosa del genere.

SH: Non saprei, ci siamo incontrasti ad uno dei miei show parecchi anni fa, uno spettacolo con la band. Ci siamo rivisti agli inizi degli anni novanta negli Stati Uniti e non l'ho rivista da allora. So che molti vorrebbero sentire un nostro disco insieme, ma in realtà non è accaduto nulla in proposito.

D: Parliamo di Feedback86. Ci sono molte stars in questo disco, come hai contattato Brian May che ha collaborato in alcuni brani come co-autore?

SH: Io e Brian ci siamo incontrati per la prima volta in Brasile, quando i Queen suonavano in tour. Mi disse di essere stato influenzato dai Genesis, in particolare da "Musical Box" dell'Lp Nursery Cryme. Io suonavo un solo armonico al termine del brano, e fu proprio quello che influenzò il suo modo di suonare. Mi ha sorpreso sapere questa cosa perché pensavo che il suo stile fosse una sua propria scoperta. Probabilmente ciò è accaduto perché i Genesis calcavano la scena da prima dei Queen.

D: C'era un disco intitolato Quiet World nel quale suonavi.

SH: E' vero, molto tempo fa. Il primo gruppo con il quale incisi. Uscì per l'etichetta Dawn della Pye label. C'erano un sacco di persone che suonavano per quell'etichetta, incluso John McLaughlin.

D: Quando la band si sciolse andasti subito con i Genesis o ci furono altri gruppi?

SH: No, non ricevetti nessuna offerta. Così iniziai ad inserire degli annunci sul Melody Maker. Poi mi contattò Peter Gabriel.

D: Hai abbandonato i Genesis ormai da lungo tempo, ti piace l'idea che il pubblico ti colleghi al quel gruppo?

SH: E' un complimento perché se non fossi stato parte della band forse nessuno si ricorderebbe di me.

D: Ma hai realizzato molti album solisti in seguito.

SH: Si, è vero. Ma sono idealizzati come album solista. Anche se collabori con un'orchestra diranno sempre che è un disco solista. Talvolta ho lavorato con tanta gente diversa, in effetti non si trattava proprio un disco solista.

D: C'è un pezzo dei Genesis, che suoni spesso e volentieri, mi riferisco a "Horizons". Perchè è così speciale per te?

SH: Perché è il primo brano che scrissi in totale indipendenza anche se lo presentai in seguito alla band. Di solito nei credits indicavamo tutti i componenti del gruppo, benché talvolta componevamo in maniera autonoma. In questo caso fui notevolmente influenzato da Bach, è un pezzo molto breve, lo composi come brano per chitarra.

D: Cosa pensi del fatto di avere introdotto il suono del mellotron nei Genesis?

SH: Mellotron? E' vero. Pensavo avesse un suono molto interessante, e rimasi molto sorpreso quando ne prendemmo uno. Malgrado sia un chitarrista mi ha sempre interessato il suono degli altri strumenti, in particolare delle tastiere. Quel suono era una combinazione fra tastiera e chitarra, era come avere un'orchestra a nostra disposizione.

D: Come hai avuto l'idea di "Voyage Of The Acolyte" in epoca Genesis?

SH: Quando lavori con altre persone devi proporre il tuo lavoro per ottenere il benestare e poter sviluppare le tue idee. A lungo andare questo può divenire stressante. Il fatto di potersi esprimere liberamente senza censure fa parte dell'evoluzione di un musicista, io credo.

D: Quale era il concetto del disco? Se possiamo definirlo concept album?

SH: Si lo era all'epoca, ma stiamo parlando di venticinque anni fa. Il concetto si basava sulle carte dei Tarocchi. Tentavo di spiegare musicalmente il loro significato.

D: Hai una bella voce e mi è piaciuta particolarmente in "Till We Have Faces".

SH: Canto ancora. Ho realizzato un disco intitolato "Darktown" non troppi anni fa. Ma non sono molto soddisfatto della mia voce, in effetti cantare è una sfida continua.

D: Ma in "Faces" assomigli a Robert Plant!

SH: Forse perché allora cantavo con una tonalità alta. Pensavo che la voce suonasse meglio nei registri alti, negli ultimi anni invece sto esplorando anche quelli più bassi.

D: Una volta sei stato influenzato dalla musica Brasiliana, hai pensato di suonare con Patrick Moraz, che stava conducendo i medesimi esperimenti?

SH: Patrick ed io ci conosciamo. Ma lui suonava già in un gruppo ed anche io, così non abbiamo avuto l'occasione. Un giorno magari sarà possibile...

D: Poi ci fu l'esperimento GTR. Hai ascoltato il disco di Max Bacon?

SH: Non penso. No.

D: Quando ho parlato con John Young, mi disse che Bacon ha fatto uso illegale di alcuni brani dei GTR. Cosa ne pensi?

SH: Non ho mai sentito nulla in merito. Non lo so proprio.

D: Ci sono state voci di una reunion dei GTR.

SH: Penso non ci siano progetti in tal senso. Non sono sicuro che io e Steve Howe parleremo di queste cose. Ma esiste un disco live dei GTR della King Biscuit Flower Hour che può dare un'idea di come suonassimo dal vivo, né io ne Steve abbiamo apportato modifiche al suono.

D: Quali brani preferisci di Steve Howe?

SH: Interessante, non trovi? Abbiamo parlato del suo stile chitarristico, ma se devo essere onesto non sono certo di sapere quale brano compose con gli Yes. Comunque penso che la chitarra in "Yours Is No Disgrace" sia molto valida.

D: Parlando di chitarre... è stato fantastico ascoltarti suonare il blues. Come ti è venuta l’idea di usare quegli arrangiamenti e di non usare la chitarra acustica?

SH: Il blues che mi è sempre piaciuto è quello di Chicago. Preferisco il blues elettrico rispetto a quello acustico. Con la musica acustica tendo ad orientarmi verso cose più in stile classico. Come preferisco il suono del bottleneck sulla chitarra elettrica rispetto all'acustica. E' molto espressivo.

D: C'è un musicista in quel disco: Dave Ball. E' lo stesso che suona nei Bedlam?

SH: Non ne sono certo. David è un bassista, potrebbe aver suonato nei Badlam, non conosco bene il passato di Dave. Ha suonato in due dei miei dischi: quello di blues e Guitar Noir. Comunque potrebbe benissimo aver suonato in quel gruppo, lo stile è il medesimo.

D: Chi è il tuo bassista preferito?

SH: Ci sono molte scuole di bassisti. Ho lavorato con diversi musicisti molto bravi, i migliori secondo il mio parere sono: John Entwistle degli Who e Jaco Pastorius. Jaco Pastorius era fantastico, sfortunatamente non è più in vita.

D: Hai lavorato con un'orchestra, "A Midsummer Night's Dream", è stato difficile scrivere un concerto per chitarra e orchestra?

SH: Si, mi è piaciuto molto e sto attualmente preparando un seguito di quel disco nel medesimo stile.

D: I concerti in Tokyo presentati in "The Tokyo Tapes", sono stati registrati prima di "Genesis Revisited"?

SH: No, direi di no, sono successivi al disco, forse nel medesimo periodo, non ne sono certo.

D: A cosa stai lavorando in questo periodo?

SH: Un disco per chitarra classica ed orchestra in stile con "A Midsummer Night's Dream", con la medesima strumentazione. Lavoro anche a progetti diversi: rock, blues e jazz, insomma stili piuttosto differenziati.

D: Penso che il prossimo disco sarà fantastico.

SH: Lo spero, grazie.

Estratto da una intervista di Adam Baruch, Gennaio 2001
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D - Puoi parlarci di come è nato il tuo interesse per la musica?
R - La musica mi è sempre piaciuta. E' una passione ereditata da mio padre che suonava tanti strumenti tra cui l' armonica, il clarinetto ed anche un po’ di chitarra. lo ho iniziato da ragazzo con l'armonica, che ho suonato per tanti anni; poi, nel ' 62, ho cominciato ad interessarmi alla chitarra e nel ' 64 ho deciso di specializzarmi in questo strumento.

D - Sei autodidatta o hai studiato chitarra sotto la guida di qualche maestro?
R - Sono autodidatta, non sono mai andato a lezione da un maestro, ma ho tratto insegnamenti sparsi da un sacco di amici che magari non erano chitarristi puri, ma che conoscevano genericamente un po’ di musica e sapevano suonare qualche strumento. Forse proprio a causa di questa sua derivazione da influenze tanto diverse il mio stile chitarristico è piuttosto ibrido! Ricordo ancora che mio padre mi insegnò tre accordi, Do, Fa e Sol e che, successivamente, un amico mi fece conoscere il La, il Si ed il Mi maggiore e minore e mi trasmise varie altre nozioni importanti.

D - Nella storia della musica vi sono dei chitarristi che ti hanno influenzato?
R - Ve ne sono molti. In particolare, amando la chitarra classica, sono stato influenzato da Segovia.

D - Quali generi musicali stanno alla base della tua formazione artistica?
R - Sono nato nel 1950, cinque anni prima dell'esplosione del rock'n'roll se si data l'inizio di questo fenomeno dalla comparsa di Elvis Presley sulla scena musicale. Ciò che all'epoca ignoravo era che Muddy Waters suonava già da tempo questo genere di musica che poi avrebbe preso il nome di rock'n'roll e mi avrebbe indubbiamente divertito ed influenzato molto. Io sono però anche un grande appassionato di musica classica, che trovo celestiale ed assai rilassante e che amo per la sua metodicità e riflessività e per la tranquillità e la pace che sa trasmettere. Essa ti colpisce in un modo differente e stimola dei sensi diversi rispetto al rock. Così penso alla musica classica come a qualcosa di puro e di romantico mentre considero quella elettrica, che pure amo, un linguaggio terrestre e molto arrabbiato. E' strano, ma ritengo ci possa essere della musica aggressiva e selvaggia che sia nel contempo molto bella.

D - Hai scritto delle splendide canzoni sia con i Genesis sia come solista. La creazione artistica, a tuo giudizio, è più il prodotto dell' ispirazione o dell' attività intellettuale?
R - Per quanto mi riguarda posso affermare che la mia musica proviene direttamente dal cuore e che solo in un secondo momento viene elaborata a livello intellettivo. Prima mi affido sempre alla passione e suono ciò che sento dentro di me. Mi considero solo l'interprete di qualcosa che mi parla e che recepisco e ritrasmetto a mia volta con il linguaggio delle note. In questo noi artisti siamo simili perché facciamo parte e siamo espressione di un unico corpo, quello della musica.

D - Hai suonato in altri gruppi prima della tua esperienza con i Genesis?
R - Sì, ho suonato in qualche altra band ed ho pure pubblicato un album, "The road", con un gruppo chiamato Quiet World, che proponeva una musica di matrice quasi religiosa ispirata al movimento dei cristiani redenti e con delle assonanze di sound progressive. Il motivo principale che mi spinse a diventare membro di quella band era la possibilità di entrare in sala d'incisione e di realizzare un disco, un'esperienza a cui guardavo affascinato. I Quiet World avevano infatti un contratto con la Pye Records, un' etichetta forte negli anni ' 60, con interessi collaterali nel settore radio televisivo e con un proprio studio di registrazione. Questa label non sopravvisse però a lungo dopo la pubblicazione del nostro album, ma finì penso assorbita dalla Phonogram o dalla Phillips.

D - Come sei stato chiamato ad entrare nei Genesis'?
Sono stato contattato a seguito di un'inserzione che ho pubblicato sulla rivista musicale Melody Maker. In Inghilterra molte grandi bands degli anni '60 e '70, come i Led Zeppelin e forse anche i Rolling Stones si sono formate proprio a seguito degli annunci che comparivano sulle ultime pagine di questa rivista.

D - Nei Genesis convivevano musicisti di grande personalità; era difficile trovare un equilibrio tra individualità così spiccate?
R - Dipendeva dalle situazioni. A volte l'intesa era immediata, ma spesso non era facile trovare un equilibrio tra le nostre personalità. Comunque la tensione artistica generata dal confronto tra le molteplici idee che venivano portate da tutti noi costituiva uno stimolo per la creatività dei Genesis. Personalmente mi riusciva a volte difficile individuare dove avrei dovuto mettere in risalto maggiormente il suono del mio strumento. Infatti la musica dei Genesis ruotava attorno alle tastiere e gli altri membri del gruppo non gradivano il modo in cui la chitarra veniva usualmente utilizzata in ambito rock e blues, due generi in cui questo strumento aveva invece un’importanza primaria. Occorreva perciò assegnare un nuovo ruolo alla chitarra, suonandola in modo originale e funzionale alla musica dei Genesis. Ad esempio, pur operando in un contesto rock caratterizzato da una naturale rilevanza del ritmo, dovevo accentuare molto anche l'aspetto melodico dei miei interventi. Posso dirti che un tipo di sonorità che assecondava il gusto di tutti i miei compagni era il suono della chitarra a dodici corde.

D - I gusti musicali dei singoli membri dei Genesis erano simili o diversi?
R - I nostri gusti musicali, che ovviamente influenzavano il sound dei Genesis, erano molto variegati. Phil Collins, ad esempio, amava la musica delle big bands alla Buddy Rich, ma anche il rock progressivo degli Yes ed apprezzava il loro batterista Bill Bruford, mentre a me piaceva tutto, dal blues a Bach.

D - Come avveniva la composizione dei brani dei Genesis?
D - Nella situazione ideale ci sedevamo l'uno di fronte all'altro e creavamo al momento le nostre canzoni. In questo modo così spontaneo abbiamo composto molti pezzi, partendo da idee di base o da spunti musicali che scaturivano da jam sessions improvvisate. Accadeva però anche che ciascun membro della band componesse per conto proprio dei brani e li sottoponesse poi agli altri. Abitualmente tendevamo a creare dei pezzi piuttosto lunghi così che potevamo assemblare assieme questi contributi e, quando avevamo scelto i frammenti da inserire in una canzone, cercavamo i passaggi di congiunzione tra di essi. Penso che in ciò seguivamo un metodo di composizione simile a quello dei Pynk Floyd. Una caratteristica fondamentale dei Genesis consisteva nel fatto che per creare un'atmosfera non dovevamo necessariamente suonare in velocità come la maggior parte delle altre rock bands. Al contrario a noi piaceva spesso rallentare molto il ritmo creando qualcosa di simile all'adagio nella musica classica.

D - I primi dischi dei Genesis presentavano degli arrangiamenti assai elaborati specie per l' epoca in cui furono concepiti. Passavate molto tempo in sala d'incisione?
R - A quei tempi ci occorrevano circa sei settimane per registrare un album, anche se impiegavamo molto più tempo per comporlo. A volte, dopo aver scritto i pezzi, li provavamo anche in concerto prima di entrare in studio.

D - Puoi parlarci dei testi delle canzoni dei Genesis, che costituirono una novità in ambito rock per il loro simbolismo e la loro complessità ?
R - Direi che la band cercava deliberatamente una identità artistica originale proponendo delle liriche oscure e di difficile comprensione. Spesso i testi delle canzoni erano densi di riferimenti letterari tratti in particolare da opere della mitologia greca. La nostra idea di base, che ci rendeva diversi dalle altre rock bands, consisteva nel concepire la canzone come una sorta di narrazione musicale avente per oggetto una vera storia. Così la musica contribuiva a colorire e a rafforzare le immagini evocate nel testo per immergere l'ascoltatore nell'atmosfera del racconto. Analoga funzione aveva anche la parte visuale dei nostri concerti. Certamente la presenza di immagini mitologiche greche, di nomi romani o italiani e di personaggi fantastici nelle nostre liriche sconcertò parte del pubblico e ci procurò dei detrattori. Alcuni ritenevano infatti che i testi dei Genesis fossero troppo influenzati dalla letteratura e poco dalle nostre esperienze personali.

D - Ritieni anche tu che i Genesis furono degli innovatori non solo sotto il profilo musicale, ma anche sotto l'aspetto visuale dei loro shows?
R - Certo, anche se all'epoca del mio ingresso nella band il modo di stare sul palco dei Genesis era dilettantesco, confusionario e veramente terribile. Sollevai così il problema e nei due anni successivi lavorammo parecchio sull'aspetto visivo dei nostri spettacoli. In particolare ai tempi non si usava affittare l' impianto luci, ma ogni band ne possedeva uno proprio ed il nostro era un autentico disastro. Caldeggiai perciò subito, oltre all'acquisto di un mellotron che ci consentisse di ricreare delle sonorità orchestrali, anche quello di un buon impianto luci che migliorasse il nostro impatto dal vivo. In seguito Peter Gabriel iniziò a studiare un modo gestuale e coreografico di proporre in concerto le canzoni della band, dando inizio ad un fenomeno che fu chiamato per un certo tempo "Rock teatrale".

D - I Genesis sono stati, con i King Crimson, gli Yes e gli Emerson, Lake & Palmer tra i più rappresentativi esponenti del fenomeno del "progressive rock" esploso negli anni '70. Quale connessione esisteva tra questi gruppi?
R - Ognuna di queste bands sviluppava il proprio linguaggio artistico autonomamente, anche se naturalmente era al corrente di come si stavano movendo gli altri gruppi. A volte si instauravano rapporti di amicizia tra i membri di bands diverse e si aprivano interessanti discussioni di carattere musicale. Ricordo ad esempio alcune osservazioni avanzate nel '74 dal leader dei King Krimson Robert Fripp, che noi conoscevamo bene, in merito al sound di gruppi come gli Emerson, Lake & Palmer, caratterizzato a suo giudizio da una eccessiva attenzione verso la forma esteriore e da una troppo scarsa sensibilità verso l'esigenza di cogliere lo spirito della musica. Alcuni elementi che accomunavano le bands collocabili nel filone "progressive" erano il tentativo di trasferire nel rock alcuni stilemi tipici della musica classica, una sensibilità di impronta jazzistica ed un gusto spiccato per la soluzione musicale intelligente ed originale. Un progetto artistico tanto complesso ed ambizioso come quello perseguito da questi gruppi si concretizzava in una musica di difficile esecuzione. Non era certo semplice, ad esempio, impostare un assolo di flauto all'inizio di un brano, basato su di un ritmo irregolare tipicamente jazz. D'altra parte era innegabile che le coordinate musicali entro le quali si muovevano le bands "progressive" non erano totalmente originali, ma erano già state definite molti anni prima dai grandi compositori classici dell’Europa dell’est come Stravinskij e Prokofiev. Comunque anche questo filone rock ha prodotto esperienze assai significative, come quella dei King Krimson, il cui approccio alla musica d'avanguardia è stato paragonabile a quello avuto dalla corrente astrattista nell'ambito dell'arte figurativa.

D - Come spieghi il grande successo ottenuto negli Stati Uniti da una band dal sound così britannico come i Genesis?
R - Sono convinto che alla base del nostro successo negli USA vi sia un equivoco. Infatti penso che gli americani non abbiano proprio capito la nostra musica, non possedendo dei termini di paragone in rapporto ai quali poterla giudicare. Loro sono cresciuti con le canzoni di Chuck Berry ed Elvis Presley e non conoscono la musica prodotta dalla cultura europea. Vedi, chi beve sempre Coca Cola, al primo bicchiere di grappa che prova, soffoca! Lo stesso è accaduto con i Genesis: non ci hanno digeriti, sono soffocati, ma non l'hanno mai ammesso, dando vita ad una sorta di snobismo al contrario e fingendo così di amarli. Però, come si impara dopo un po' ad apprezzare i cibi e le bevande che inizialmente si finge di gradire, così il pubblico americano ha finito per essere realmente conquistato dalla musica del gruppo. La nostra affermazione negli USA è coincisa con la pubblicazione dell'album "Selling England by the pound" e con il relativo tour promozionale. Era il ‘'73 ed ai tempi suonavamo tecnicamente a livello di una band di musica fusion, suonavamo molto velocemente e con notevole precisione. Phil Collins era eccezionale alla batteria ed io stesso mi esprimevo al massimo delle possibilità. Inoltre quello era il periodo più propizio per una band inglese per sfondare negli USA perché, dopo la prima ondata di rock britannico che aveva visto il successo di gruppi come i Beatles ed i Rolling Stones, nessuna band europea si era imposta oltre oceano ed in America si era riaffermata la tradizione musicale locale. Peter Gabriel sfruttò magnificamente l'occasione comparendo in concerto vestito come una moneta inglese, il penny, sulla quale era effigiato un personaggio chiamato Britannia, con tanto di elmo e di scudo. In tal modo, sfruttando la teatralità dei nostri spettacoli, affermavamo decisamente anche in senso visivo, le nostre radici e ottenemmo un successo che ci ripagò della delusione legata al fallimento totale delle nostre prime esibizioni americane, caratterizzate invece da una tale indifferenza da parte del pubblico da farci pensare che non avremmo mai sfondato negli USA. La svolta positiva avvenne in uno show che tenemmo a Cleveland come supporters degli It's a beautiful day. In quell'occasione suonammo in modo splendido, il pubblico impazzì letteralmente e ci tributò un'autentica ovazione. Uscimmo tra le acclamazioni generali, mentre gli It's a beautiful day, sorpresi ed irritati per il nostro successo, si domandavano chi fossimo mai. Il nostro manager americano Ed Goodgold, lo stesso degli Sha Na Na, era raggiante e predisse che, se avevamo conquistato il pubblico di Cleveland, lo stesso sarebbe accaduto in ogni parte degli Stati Uniti. Fu un buon profeta, anche se non tutti i concerti ebbero lo stesso esito trionfale e non vincemmo ogni battaglia tanto facilmente! Ricordo ad esempio che ad uno show a cui partecipammo insieme a Lou Reed si accesero dei tafferugli tra chi voleva ascoltare noi e chi voleva sentire il rocker newyorkese e che, quando iniziammo a suonare, chi urlarono di smettere.



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BLACKMOORE : UN UOMO DIFFICILE

LA PECORA NERA DELLA FAMIGLIA

Chitarrista geniale, mattacchione, cacciatore di fantasmi, bastardo capriccioso. Reclutando e licenziando musicisti a volontà, Ritchie Blackmore è ancora l'Uomo Più Difficile del Rock.



Ottobre 1970, i Deep Purple sono i re del mondo. Il loro quarto album in studio, Deep Purple In Rock, è nella Top 10 inglese, mentre Black Night, un singolo registrato in gran fretta al Newton Arms vicino i Kingsway Studios di Londra, è stato un successo in tutta Europa. Le band di capelloni che suonano heavy rock sono in crescita ma i Deep Purple si stanno affermando velocemente. Sedici mesi prima i membri fondatori - il chitarrista Ritchie Blackmore, il tastierista Jon Lord e il batterista Ian Paice - erano rimasti galvanizzati dall'arrivo di un nuovo cantante, Ian Gillan, e dal bassista, Roger Glover.

La formazione originale aveva cominciato a girare l'America, ma quest'ultima - poi conosciuta come la Classica Mark 2 - è pronta a fare la concorrenza ai Led Zeppelin. I Deep Purple hanno un mix simile fatto di genialità chitarristica e di forza vocale e iniziano un tour in Francia all'Olympia Di Parigi, per il quale vengono pagati £900, la parcella più alta per loro fino a quel momento. Tuttavia, mentre il gruppo festeggia al Rock'n'Roll Circus Club del posto, i semi della loro distruzione sono stati già seminati da Blackmore e da Gillan, due gran bevitori di 25 anni con anni di polemiche davanti a loro.

"Spesso mi prendo io la colpa al posto suo," mi ha detto Blackmore 25 anni dopo, dopo aver bevuto diverse birre e nel profondo dell'intervista. "Ian è stato un ragazzo molto riservato e timido finchè non gli ho fatto questo…". Fa una pausa, con calma. "Per qualche motivo conservo questo amore infantile di fare scherzi. Così…lui si era andato a sedere ed io vidi che era un po' ubriaco e così gli ho tolto la sedia da sotto. Quello di cui non mi sono reso conto era che dietro di noi c'era un dislivello di 15 piedi e lui è caduto - sbattendo la testa. Ho sentito la sua testa andare…[Blackmore dà dei colpi sul tavolo, in modo così forte da far saltare i nostri occhiali] sul pavimento.

"Pensavo che ormai era spacciato. Pensavo che fosse morto. Ma lui si è alzato ed io gli dico, Stai bene?E lui, Si, mi sono solo fatto un po' male la testa. Ma da quel momento non fu più lo stesso."

Ritchie Blackmore, comunque, è rimasto lo stesso. Sarà ricordato per sempre per due cose: il riff di Smoke On The Water e per essere uno degli uomini più difficili del rock. Nei primi sei anni dei Deep Purple ha licenziato per due volte metà della formazione. Dopo lui è andato via, ha messo su i Rainbow, ha avuto tre cantanti e più di una dozzina di turnisti in dieci anni. Ma il Capo dall'Inferno sostiene che lui non ha mai chiesto nulla di più a nessuno se non quello che lui chiede a sé stesso: la perfezione totale. "mi arrabbio molto se la gente non lavora mentre io si. E questo non fa altro che convincere le persone che io sono capriccioso."

Blackmore è stato accusato molte volte di essere capriccioso. Mettiamo che i Deep Purple abbiano fatto il disco più bello di tutti i tempi, allora Blackmore avrebbe sospirato, si sarebbe lamentato e avrebbe litigato con il cantante. Gli ci è voluto un anno per stancarsi del cantante iniziale dei Deep Purple, Rod Evans, e del bassista, Nick Simper. I loro sostituti, Gillan e Glover, sono durati quattro anni, dal Giugno '69 al Giugno 1973. In questo arco di tempo abbastanza tranquillo, il gruppo ha realizzato quattro dischi in studio e il doppio dal vivo, Made In Japan. Questo disco, pubblicato otto mesi dopo Machine Head nel 1972, avrebbe dovuto dare loro più tempo per comporre, invece Who Do We Think We Are fu pubblicato in fretta due mesi dopo e, all'apice del loro potere, Blackmore mise la band in ginocchio.

Il colpo alla testa di Gillan non sarà servito, ma le sbronze eccessive e la salute precaria peggiorarono le cose, e la coppia presto si ritrovò a detestarsi reciprocamente. Blackmore spingeva, e Gillan saltava. Anni dopo, i protagonisti avrebbero detto:

Gillan: "Andare via dal gruppo all'apice del successo sembrerebbe stupido ma non vedevo altro modo per risolvere la situazione."

Blackmore: "Mi ricordo che lo chiamavo Oliver Rude perché somiglia molto a Oliver Reed. E' un individuo molto sfacciato."

Gillan: "Nessuno mi parlava, nessuno mi ascoltava e nessuno mi diceva di stare zitto. Forse sono risultato ingestibile perché nessuno mi ha detto affettuosamente, Sono sicuro che possiamo risolvere il problema."

La situazione divenne davvero pessima, come ricorda Glover: "Nell'ultimo anno di vita del gruppo non penso che Ian e Ritchie si siano detti una parola."

Verso la fine del 1973, Blackmore stava già facendo programmi per re-inventare i Deep Purple. O di andarsene. O tutte e due le cose.

Aveva cercato di lavorare con Phil Lynott dei Thin Lizzy, portandosi Ian Paice per registrare tre canzoni (che non sono mai state pubblicate) come Baby Face. Lynott non era affatto convinto di sciogliere il suo gruppo, così Blackmore sciolse il suo. Alla fine fece un gran casino. Volendo reclutare solo un cantante più blues, licenziò anche Glover.

Dopo di che, se Blackmore non riusciva a sopportare Gillan né era riuscito ad avere Lynott, prese la decisione di corteggiare il suo nuovo cantante preferito: Paul Rodgers dei Free. Ci era quasi riuscito, ma anche Rodgers alla fine fece marcia indietro e formò i Bad Company. Alla fine arrivarono un giovane sconosciuto, occhialuto e con l'acne proveniente da Redcar, chiamato David Coverdale e Glenn Hughes, un musicista stagionato nel gruppo delle Midlands, i Trapeze. Come il Doctor Who il gruppo era tornato: ancora con il nome di Deep Purple ma completamente differenti. Burn, il primo album della nuova formazione, quest'anno fa trenta anni e rimane uno dei loro dischi migliori. Ma con Blackmore che aveva ottenuto proprio quello che cercava, di nuovo andò tutto in malora, anche se, questa volta, non era l'unico a doversi assumere la responsabilità.

Il gruppo ricevette un enorme successo grazie a Burn, diventando nel 1974 il gruppo più importante del mondo, girando per gli USA con un jet privato in stile Led Zeppelin e con un cachet da $75,000 per essere il gruppo di punta al California Jam Festival davanti a 200,000 persone. A insaputa di Blackmore, Hughes era diventato un cocainomane e stava sviluppando un ego in rivalità con Blackmore. Ma era tutto iniziato così bene….

"In Burn c'era un gruppo rock che si stava divertendo e che suonava bene," racconta Blackmore. "Ma quando arrivammo al periodo di Stormbringer, Glenn propendeva più per il R&B e David pure. Stavano trascinando anche Jon verso questa direzione e naturalmente Paicey, visto che sapeva suonare anche il funky. Tutti tranne me. Pensavo, Odio questa fottuta merda!"

Alla fine Blackmore si ritrovò esiliato dal suo gruppo.Durante le sedute per la registrazione di Stormbringer cominciò a fare progetti per un disco solista. "Ritchie ci suonava qualcosa," ricorda Jon Lord, "e andava avanti. Vi piace? E noi, E' bello, proviamolo. No, me lo tengo per il mio disco solista."

Stormbringer fu un mezzo flop, la band fece un tour di promozione con difficoltà, e Blackmore tenne il muso nella maggior parte delle date fino agli ultimi spettacoli, mentre veniva registrato ciò che più tardi nel 1976 fu l'ennesimo album dal vivo, Made In Europe.

Tuttavia, Blackmore fece molto di più che lasciare i Deep Purple: riuscì in qualche modo a far licenziare il chitarrista del gruppo spalla - gli Elf di Ronnie James Dio - rubando e ri-inventando la band per sé, i Rainbow, ispirato dal Rainbow Bar & Grill sul Sunset Boulevard di Hollywood. "Ero lì dentro ad ubriacarmi con Ronnie come al solito," ricorda Blackmore, "e lui mi disse, Come lo chiamiamo il gruppo? Ed io ho indicato l'insegna luminosa. Fummo fortunati che non eravamo al Bull And Bush, o in qualche altro bar da travestiti dove spesso andavamo…"

Il gruppo finì per sembrare una porta girevole. Se Blackmore era stato un compagno di band difficile, diventò una persona impossibile nei Rainbow. Nella loro corsa iniziale, 1975-'84, il gruppo registrò sette dischi conformazioni diverse.

Dopo il primo disco (Ritchie Blackmore's Rainbow), mantenne solo Dio nella formazione. Il bassista, Jimmy Bain, durò solo un album prima di abbandonare. Blackmore non riuscì a fare a meno di dare fuoco al letto di Bain mentre questi si stava divertendo con un'amica.

"Diedi fuoco a qualcosa e la misi vicino al suo letto," ricorda il chitarrista, "e cominciò a incendiare le coperte del letto. Ma Jimmy non se ne accorse. E così, ero lì a guardare le fiamme che si alzavano. Ma Jimmy era troppo impegnato con la ragazza. Così, ci riprovo, Cazzo, il letto va a fuoco! Afferrò le lenzuola del letto e le gettò fuori dalla finestra."

Altri membri dei Rainbow furono terrorizzati in diversi modi. Da vecchio fan di sedute spiritiche, Blackmore era contento che lo chateau francese dove i Rainbow stavano registrando il quarto album, Down To Earth, fosse infestato dal fantasma di Chopin.

"Mi stavo ubriacando e mi chiedevo come mai nessuno andasse nella propria stanza," dice Blackmore. "Alla fine mi resi conto che il motivo era che tutti avevano una paura fottuta. Tutti aspettavano che arrivasse l'alba. Erano pietrificati."

In una occasione, il batterista dei Rainbow, Cozy Powell, lasciò Blackmore e il tastierista Don Airey nella sua stanza mentre lui corse in bagno. Con lo scrosciare dell'acqua, Powell uscì dalla finestra, si lasciò scivolare giù lungo il tubo di scarico e attraverso il cortile scivolò nella stanza di Airey. Una volta giunto lì, accese una candela e cominciò a danzare saltellando sotto un mantello, chiaramente visibile attraverso la finestra. Don, convinto di aver visto uno dei demoni di Blackmore, rabbrividì a morte per la paura. Il chitarrista, non sapendo che quello era Powell, rimase enormemente impressionato.

Quella line-up dei Rainbw (con alla voce Graham Bonnet e ora completata, con una logica bizzarra, da Roger Glover) divenne la più famosa, ottenendo due successi in Inghilterra con Since You Been Gone e con All Night Long e garantendo a Blackmore la possibilità di avere un seguito serio in America. Anche in Europa la loro posizione era cresciuta ma patì malamente ai primi due spettacoli alla Wembley Arena. Blackmore fu scontento della reazione del pubblico e terminò lo show dopo 70 minuti. Dopo 10 minuti in attesa di un bis che non arrivò mai, la folla sfogò la sua furia causando un danno da £10,000 all'arena. Furono arrestate 10 persone e la storia ebbe un'eco sulla stampa nazionale, sigillando la reputazione di Blackmore di bastardo lunatico che dava il meglio solo se sentiva che il pubblico faceva lo stesso.

Inoltre, mentre alcuni tra la base dei fans non rimasero impressionati dalla direzione commerciale intrapresa dal gruppo, Blackmore non aveva tali riserve. Non sarebbe durata. Powell andò via, seguito da Bonnet. Sospesi sulla soglia di quel successo americano inafferrabile, Blackmore perse ancora una volta terreno.

Quando l'ho intervistato l'ultima volta, Blackmore si è lamentato a lungo di quasi tutte le persone con cui ha lavorato. Come hanno fatto loro nei suoi confronti, con gran divertimento del chitarrista. Da intrattenitore, sopra e fuori dal palco, la sua inclinazione per gli scherzi pesanti - nonostante avesse quasi ammazzato Ian Gillan - rimane integra.

Una volta, mentre stavo facendo un'intervista alla Normandie In, Long Island, rimasi ad ascoltarlo per molto più tempo di quanto mi permettesse la vescica. Alla fine assecondai il richiamo della natura e domandai dove fosse un bagno. Blackmore avvertì il mio disagio e descrisse un percorso lungo e complicato. Con la testa che mi girava, mi alzai, girai a destra, mi precipitai sotto il bar, ignorando il volto accigliato del barista, proseguii lungo un corridoio scuro giungendo davanti alla luce accecante della cucina dove un numero di cuochi divertiti mi indicava un'altra porta, e, alla fine, arrivai davanti ad una porta su cui c'era scritto Uomini. Appena entrato, stordito per il sollievo, sospirai e mi rilassai. Dallo scompartimento affianco al mio la voce di Blackmore mi dice allegramente. "E' una bella passeggiata, no?" Dopo tira lo sciacquone, va via e torna a sedersi Al tavolo che avevamo tutti e due lasciato da appena 10 minuti. Mentre lo seguivo lui non fece menzione alcuna della deviazione che mi aveva fatto fare, ma riprese da dove ci eravamo interrotti: Ian Gillan.

Nel 1984 il richiamo lusinghiero di un'altra occasione economicamente vantaggiosa portò inevitabilmente alla reunion con il cantante, con Glover e con il resto della formazione classica. Non è durata. Nonostante siano passati 10 anni, nonostante abbia dichiarato "preferirei tagliarmi la gola piuttosto che ritornare", Gillan è tornato per un altro album dei Deep Purple e per un tour per il venticinquesimo anniversario. Presto Blackmore ha cominciato ad accusarlo di cantare male, di dimenticarsi i testi e - come scritto su note consegnate a tutti e tre i membri del gruppo - di avere un atteggiamento non professionale. Questa volta fu Blackmore ad andarsene. Per l'ultima volta. Anni dopo ha finalmente spiegato il motivo. "Quello che volevo io era una questione marginale, questo era quello che voleva il tutore. Il tutore comanda. Ma un tutore non riesce mai a portare a termine nulla. Non si può andare dal tutore nella musica rock. Non funziona."

Forse, allora, L'Uomo Più Difficile Del Mondo non avrebbe potuto funzionare se non fosse stato semplicemente una persona difficile.

Domandatogli provocatoriamente su quale epitaffio gradirebbe sulla sua tomba, Blackmore suggerisce: "Quest'uomo è morto chiedendosi che cosa è stato tutto ciò…" Questo è in linea con la teoria di Glover: "Ritchie è in cerca di qualcosa che lo ecciti ma non credo che sappia cosa sia. Non lo so, forse non è in grado di gestire il suo talento. Lui è una di quelle persone a cui Dio ha puntato il dito e ha detto, Tu! Tu avrai qualcosa che nessun altro ha."

E' questa la risposta? E' stato risolto finalmente il mistero? Blackmore ha semplicemente disapprovato dicendo: "Roger conosce un sacco di storie su Dio".

Testo ed intervista ad opera di NEIL JEFFRIES per la rivista inglese MOJO

NOTTE NERA

Quale modo migliore di trascorrere una serata a Nottingham se non con Ritchie Blackmore, una tavola con lettere di tipo Ouija e con il fantasma della Stanza "211?

Come la maggior parte degli artisti degli anni '60 - Joe Meek, David Bowie, Jimmy Page - Ritchie Blackmore nutriva un interesse appassionato per il soprannaturale. Io ho avuto la (s)fortuna di partecipare a diverse sedute spiritiche e son passato dall'essere totalmente scettico ad avere un atteggiamento cautamente aperto. In un'occasione durante il tour del 1981 dei Rainbow, mi sono unito a Blackmore e a un gruppetto di appassionati nella sala da pranzo illuminata dalle candele di un albergo dall'aspetto antico a Nottingham.

Con un tabellone Ouija di fortuna e con un bicchiere sul tavolo davanti a noi facemmo la solita domanda: "C'è qualcuno?", "Hai un messaggio?". Presto l'atmosfera cambiò. Il bicchiere messo a rovescio cominciò a girare in maniera agitata. Blackmore cominciò a fare un numero enorme di domande, ma il bicchiere continuava solo a indicare con le lettere e i numeri "Stanza 211". Una della nostra comitiva, una bella ragazza rock dall'aspetto maturo soprannominata la Signora di Avon, cominciò a fare domande: "Dimmi chi sei?" "hai un messaggio per me?", mentre nel frattempo lei guardava fisso verso il soffitto in modo particolare. La risposta fu immediata: "Vaffanculo brutta megera, morirai come tua madre!". Il bicchiere volò fuori dal tavolo e, tanto per non bastare, un ceppo di fuoco si riversò fuori dal caminetto nel focolare. La Signora di Avon uscì fuori dalla stanza urlando, incontrando in quel momento il nuovo cantante dei Rainbow, Joe Lynn Turner, mentre questi teneva stretta una candela accesa e cantava in maniera tetra. Da membro appena entrato nella band, Turner cercava di entrare nelle simpatie di Blackmore; Blackmore rimase indifferente. Dopo che Turner ebbe emesso il gorgheggio, si ritornò alla situazione iniziale.

L'atmosfera diventò oscura e l'aria nella stanza diventò spessa e afosa. L'unica risposta che riuscimmo ad ottenere dal tabellone delle lettere fu "Aiutatemi" e, di nuovo, "Andate nella stanza 211". La bottiglia di Johnny Walker Etichetta Nera che era risultata efficace prima non calmò abbastanza le nostre paure e da lì in poi la serata diventò confusa. Nessuno riuscì a dormire molto.

Il giorno dopo chiesi all'addetto alla reception delle informazioni sulla stanza 211 e questi mi raccontò che negli anni '30, un industriale per bene assassinò la sua amante in quella stanza, prendendola a bastonate fino alla morte con una bottiglia di champagne. Si impiccò a causa dei suoi problemi. Eravamo entrati in contatto con l'assassino o con la donna? Ero stato raggirato? Chi lo sa?

Una settimana dopo, Blackmore maledisse una giornalista di Sounds. Un paio di giorni dopo, le caddero i capelli…ma questa è un'altra storia.

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